Se i lavoratori sono pagati a tempo, conviene a chi li ingaggia che la loro produttività sia alta. È un concetto ovvio fino dai tempi antichi. Ho già parlato in queste  pagine  delle innovazioni introdotte da F. W. Taylor, D. McGregor e A. P. Sloan, che hanno contribuito a fondare e ottimizzare la teoria delle organizzazioni e i servizi di tempi e metodi. [Negli anni Cinquanta fui tentato di lavorare nel campo, ma preferii di dedicarmi ai computer digitali.)]

Negli anni Sessanta, mentre erano in corso la ricostruzione del Giappone e la rinascita della sua industria, le risorse finanziarie e gli spazi disponibili erano scarsi. Il management della Toyota introdusse il Toyota Production System, mirato a massimizzare efficienza e rendimenti e a minimizzare  gli sprechi.

 

 

L’ingegnere Talichi Onho ideò e applicò i principi del “Just  in time” ( = giusto in tempo) –  una tecnica che fa parte essenziale della gestione totale della qualità  e tende a ridurre al minimo i costi globali relativi ai materiali. Si fa in modo che materie prime e componenti arrivino in fabbrica giusto in tempo, cioè subito prima che ce ne sia bisogno per elaborarli, montarli e produrre i prodotti finiti. In questo modo il magazzino contiene quantità minimizzate e di riduce al minimo l’ immobilizzazione di capitale relativa a banca e sui quali si pagano un interesse]. In conseguenza il tempo (“lead time”) fra ordine o arrivo dei materiali e completamento della produzione fu ridotto in media da 6 settimane a 7 giorni; l’entità dei magazzini fu ridotta del 75% e lo spazio occupato  del 40%. Negli Stati Uniti la tecnica just  in time fu adottata – de chiamata “lean manufacturing” (produzione snella) da Hewlett Packard, Motorola, Westinghouse, General Electric, Deere, Black and  Decker. Negli anni Ottanta la Omark (plastica e adesivi) introdusse l’analogo sistema  ZIPS [Zero Inventory Production System].

Per realizzare un sistema di produzione just in time, i fornitori devono essere legati da contratti particolari che stabiliscano penali notevoli se i loro prodotti arrivano troppo tardi. Infatti non c’è più lasco in magazzino e la produzione si fermerebbe. Qui bisogna stare attenti: il just in time aumenta l’efficienza se tutti i partecipanti sono organizzati in modo perfetto. La gestione delle scorte just in time richiede di ottimizzare la coordinazione tra produttori e fornitori, dato che le forniture arrivano a destinazione solo quando sono necessarie per essere usate nella produzione. Se non è così, i fornitori potranno mirare ad evitare il rischio di pagare penali salate creandosi una sicurezza con un loro magazzino a cui attingere in caso di ritardi nella loro produzione. L’immobilizzo di capitale nel magazzino dei fornitori ha un costo e, alla fine, loro lo recuperano nel prezzo pagato dall’utente finale. Bisogna stare attenti, dunque, a non realizzare organizzazioni just in time che contengano oneri nascosti e, quindi, diano solo vantaggi illusori!

 

 

Il time sharing (= ripartizione o condivisione del tempo) è l’ uso delle stesse risorse da parte di utenti diversi in tempi successivi. Fu introdotto poco oltre la metà del secolo da C. Strachey, R. Bemer e J. McCarthy per consentire l’accesso a grandi e veloci computer universali da parte di più utenti. L’accesso può essere effettuato da terminali diversi distanti gli uni dagli altri con programmi del tutto indipendenti. In modo automatico viene interrotta l’esecuzione di un programma, i dati sulla cui esecuzione e i risultati intermedi vengono conservati e si passa all’esecuzione di un altro programma. Ciascun utente lavora come se il computer fosse a sua disposizione esclusiva.

Un processo  analogo  avviene nelle linee telefoniche che trasmettono conversazioni diverse in brevissimi tempi successivi; nelle reti telematiche i cui canali servono a turno molti utenti – e se sono troppi, sono costretti ad attese. In certo senso la situazione è simile a quella nelle fabbriche in cui gli operai lavorano a turno sulle stesse macchine utensili.

Come scrivevo 50 anni fa nel mio libro “Il Medioevo Prossimo Venturo”, “la forma più popolare di time sharing è l’ adulterio, che, però, non serve per risolvere problemi sistemistici e tecnologici”.

 

 

 

Pubblicato su L’OROLOGIO, 26/1/2020.