ad un certo punto i pensieri si affollano si scontrano si accavallano si confondono e questo fenomeno avviene prevalentemente appena svegli. In una di queste ultime mattine ho avuto due pensieri prevalenti: lo spiacevole disappunto di forse non riuscire a sapere come va a finire e l’altro di dover lasciare qualcosa di forse utile per i posteri. Per il primo niente da fare, per il secondo in fondo cosa mi importa dei posteri, come diceva qualcuno, che hanno fatto per me i posteri? Mescolando però i due pensieri arbitrariamente, come è mio diritto, ho pensato a Italo Calvino, alle sue Lezioni americane: Sei proposte per il prossimo millennio e alle lunghe e animatissime discussioni di tanti anni fa, almeno sessanta anni fa.

“Il cosmo può essere cercato anche all’interno d’ognuno di noi, come caos indifferenziato, come molteplicità potenziale….Non ci può essere un tutto dato, attuale, presente, ma solo un pulviscolo di possibilità che si aggregano e si disgregano. L’universo si disfa in una nube di calore, precipita senza scampo in un vortice d’entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva.”

Da questa espressione di Italo Calvino sono scaturite l'opera pittorica riprodotta in questo articolo e una riedizione sintetica di un articolo scritto qualche tempo fa e, a mio parere ancora valido.

Da SPUNTI PER IL FUTURO   Giuseppe Monti  | Giu 29, 2020
Una “quasi” recensione de “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro. Alex Williams e  Nick Srnicek. Feltrinelli” 
Non è una vera recensione perché l’unico commento è il seguente: – il contenuto è accurato, ben esposto e documentatissimo – . Dell’argomento sono alcuni anni che Il Caos Management si interessa.
Preferiamo quindi allegare alcuni estratti con l’obiettivo di fornire spunti di discussione.

Cosa è successo al futuro? Che fine ha fatto?
Per buona parte del XX secolo è stato il futuro a indirizzare i nostri sogni. Da sinistra arrivavano visioni emancipatrici derivate dall’incrocio tra il potere del popolo e il potenziale liberatorio della tecnologia: dalle previsioni di un mondo nuovo di tempo libero e ozio al comunismo cosmico sovietico, dall’afrofuturismo, che celebrava la natura diasporico-sintetica della cultura nera, fino alle proiezioni post-gender del femminismo radicale, l’immaginario collettivo della sinistra è stato in grado di prefigurare società di gran lunga migliori di quelle che sogniamo oggi.  Attraverso il controllo che il popolo avrebbe esercitato sulle nuove tecnologie, tutti insieme saremmo riusciti a trasformare il mondo in un posto migliore.

Oggi, per un verso, questi sogni appaiono più vicini che mai. L’infrastruttura tecnologica del XXI secolo sta producendo risorse tali da rendere plausibile un sistema politico ed economico diverso. Le macchine oggi sono in grado di compiere mansioni inimmaginabili anche solo un decennio fa. Internet e i social media danno voce a miliardi di persone che fino a ieri erano rimaste inascoltate, così che una democrazia partecipativa sembra davvero essere dietro l’angolo. I progetti open source, le potenzialità creative del copyleft, la stampa in 3D, annunciano un mondo dove la scarsità di molti beni potrebbe diventare un ricordo lontano. Nuove forme di simulazione computerizzata potrebbero essere in grado di svecchiare la pianificazione economica, e offrirci dunque possibilità senza precedenti per guidare la nostra economia in maniera razionale. La più recente ondata di automazione sta creando i presupposti per abolire una volta per tutte moltissimi lavori noiosi e degradanti. Le energie rinnovabili rendono praticabili fonti di energia ecologicamente sostenibili e virtualmente inesauribili. Infine, le nuove tecnologie in campo
medico sembrano pronosticare non soltanto una vita più lunga e più sana, ma anche nuove sperimentazioni nel campo dell’identità sessuale e di genere. Molte delle classiche richieste programmatiche della sinistra – meno lavoro, fine della povertà, democrazia economica, produzione di beni socialmente utili, liberazione dell’umanità – sono assai più concrete e ottenibili oggi che in qualsiasi altro periodo della storia.

IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO
Finora abbiamo sostenuto come la sinistra contemporanea tenda a una folk politics incapace di ribaltare la situazione presente e di opporsi al capitalismo globale, mentre al contrario dovrebbe rivendicare la complessa eredità della modernità e proporre visioni di un futuro nuovo. Ma è anche fondamentale che queste visioni si fondino su tendenze già in atto: …
Ma cosa significa invocare la fine del lavoro? Con «lavoro» intendiamo i nostri impieghi professionali, il lavoro salariato, il tempo e la fatica che cediamo a qualcun altro in cambio di un reddito. È un tempo di cui non siamo padroni ma che è sotto il controllo dei nostri capi, manager e datori di lavoro: al servizio di queste figure spendiamo circa un terzo della nostra intera vita. Il lavoro può essere qui compreso in opposizione a «tempo libero», laddove quest’ultimo è generalmente associato ai weekend e alle vacanze. Quello che però chiamiamo tempo libero non va a sua volta confuso con la semplice indolenza, anche perché molte delle attività a cui più ci piace dedicarci richiedono in realtà un impegno enorme: imparare a suonare uno strumento musicale, leggere, socializzare con gli amici o praticare uno sport, sono tutte occupazioni che comportano vari livelli di fatica e sforzo, ma
che comunque scegliamo liberamente di intraprendere. Un futuro post-lavoro dunque, non è un mondo di pigrizia: piuttosto, è un mondo dove le persone non saranno più schiave del lavoro salariato, ma libere di modellare le proprie vite.

Un simile progetto riporta a una lunga tradizione – sia essa marxista, keynesiana, femminista, anarchica o nazionalista nera – che ha sempre rigettato la centralità del lavoro; numerosi pensatori hanno provato in maniera diversa a emancipare l’umanità dalla
tediosa schiavitù occupazionale, dalla dipendenza dal lavoro salariato, dalla sottomissione delle nostre vite a un capo o a un datore di lavoro, tentando di dischiudere un «regime di libertà» all’interno del quale l’umanità potesse proseguire il suo progetto di emancipazione.
Ma, precedenti a parte, sono i recenti sviluppi del capitalismo ad aver attribuito una nuova urgenza a questi problemi.

Il rapido progresso dell’automazione, il crescente surplus di popolazione lavoratrice e la continua imposizione di politiche di austerità economica obbligano a ripensare la funzione del lavoro per prepararsi alle future crisi del capitalismo; 

Con la possibilità di un’automazione del lavoro su larga scala è molto probabile che il futuro ci presenterà le seguenti tendenze:

  • La precarietà delle classi operaie nelle economie dei paesi sviluppati si andrà intensificando, per via della crescita del surplus di forza lavoro globale (prodotto da globalizzazione e automazione).
  • Le «riprese senza lavoro» si protrarranno e si presenteranno con forme sempre più marcate, andando a toccare principalmente i lavoratori che possono essere rimpiazzati da macchinari.
  • Le popolazioni di ghetti, baraccopoli e slum continueranno a crescere per via dell’automazione dei posti di lavoro non specializzati, un processo reso ancora più rapido dalla deindustrializzazione prematura.
  • La marginalità urbana nelle economie sviluppate crescerà sempre di più, in seguito all’automazione dei posti di lavoro non specializzati e pagati poco.
  • La trasformazione dell’educazione universitaria in una semplice formazione al lavoro sarà accelerata, nel disperato tentativo di produrre grandi quantità di lavoratori specializzati.
  • La crescita continuerà a essere lenta, rendendo improbabile la creazione di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare quelli perduti.
  • I cambiamenti al workfare, i controlli per l’immigrazione e l’incarcerazione di massa si intensificheranno, e i disoccupati saranno sempre più soggetti a misure coercitive.

Naturalmente, nessuno di questi esiti è inevitabile. Ma la nostra analisi si basa sulle tendenze attuali del capitalismo e sui problemi che, con molta probabilità, emergeranno in seguito all’ulteriore crescita del surplus di popolazione.
Queste tendenze prefigurano una crisi del lavoro, e di conseguenza una crisi che colpirà qualsiasi società fondata sull’istituzione del lavoro salariato. … Partiti politici e sindacati sembrano ignorare la crisi e fanno fatica a controllarne i sintomi, e questo nonostante l’automazione minacci di rendere obsoleti un numero sempre maggiore di lavoratori. Di fronte a queste tensioni, il progetto politico per il XXI secolo deve essere quello di costruire un’economia in cui la sopravvivenza delle persone non dipenda più dal lavoro salariato. … Infine, lo stato sociale va difeso: non come un fine in se stesso, ma come una componente necessaria per il raggiungimento di una società post-lavoro più accogliente e tollerante. Il futuro rimane aperto, e la lotta politica che ci aspetta consiste precisamente nel definire quali saranno le conseguenze della crisi del lavoro.

IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA
Quali ostacoli si frappongono all’istituzione di un reddito base? Se a prima vista il problema di trovare i fondi per finanziare una simile misura sembra insormontabile, studi e ricerche indicano che in realtà si tratterebbe di un compito relativamente facile: servirebbe cioè tagliare quei programmi alternativi che un reddito base renderebbe ridondanti, aumentare la tassazione sui ricchi, e poi imposte di successione, tasse sul consumo, carbon tax, taglio della spesa militare, taglio dei sussidi all’industria e all’agricoltura, e una stretta sull’evasione fiscale.
….
Uno dei problemi più grandi per l’attuazione di un reddito base e la costruzione di una società post-lavoro, è quello di superare la pressione sociale che porta a interiorizzare l’etica del lavoro.
 …
Lasciarsi alle spalle l’etica del lavoro sarà dunque un obiettivo ineludibile per qualsiasi futuro tentativo di costruire un mondo post-lavoro. …
Il neoliberismo ha introdotto una serie di incentivi per spingerci ad agire e a identificarci come soggetti competitivi: è una visione dell’individuo attorno alla quale orbita una costellazione di immagini tutte orientate all’autonomia e all’indipendenza, che
necessariamente entrano in conflitto con qualsiasi programma di società post-lavoro. Le nostre vite sono sempre più strutturate attorno a un ideale fortemente competitivo, che nel lavorare duro individua il principale strumento di autorealizzazione, e per quanto degradante, sottopagato o scomodo esso sia, il lavoro viene comunque considerato come un bene in sé. Questo è il mantra dei principali partiti politici come della maggior parte dei sindacati: è un’idea che spesso deriva dalla retorica del lavoro per tutti come dall’importanza che viene attribuita all’immagine della «famiglia di lavoratori», e che si accompagna ai tagli del welfare giustificati dal fatto che «lavorare paga sempre».
La stessa ideologia è parallela alla demonizzazione dei disoccupati: i giornali pubblicano titoli che mettono in dubbio la caratura morale di coloro che ricevono i sussidi, i programmi televisivi ridicolizzano i poveri, e lo stereotipo del parassita dello Stato assistenziale è ormai un classico. Il lavoro è diventato centrale per la nostra concezione di noi stessi, ed è così profondamente radicato in noi che, di fronte all’idea di lavorare meno, molti rispondono: «E allora cosa farei?». Il fatto che così tante persone non riescano neppure a immaginare una vita che abbia significato al di fuori del proprio impiego dimostra quanto in profondità l’etica del lavoro abbia plasmato la nostra psiche.

 

IL REGNO DELLA LIBERTA’
La sinistra del XXI secolo deve puntare a combattere la centralità del lavoro nella vita contemporanea: fondamentalmente, la scelta è tra la celebrazione del lavoro e della classe operaia, e l’abolizione di entrambi. La prima posizione trova la sua principale
espressione nella tendenza, tipicamente folk politics, a dare valore al lavoro manuale e artigianale. La seconda è la sola e autentica alternativa postcapitalista: il lavoro deve essere rifiutato e ridotto per permettere lo sviluppo della nostra libertà sintetica. Come abbiamo illustrato nel corso di questo capitolo, è quindi necessario conseguire quattro obiettivi essenziali:

  • Piena automazione
  • Riduzione della settimana lavorativa
  • Reddito base universale
  • Rifiuto dell’etica del lavoro

Anche se ciascuna di queste proposte può valere da sola come obiettivo, è quando vengono articolate assieme e all’interno di un programma unitario che esprimono tutta la loro potenza. Non si tratta di immaginare riforme semplici o periferiche, ma una
formazione egemonica completamente nuova, che abbia l’ambizione di competere con le alternative neoliberali e socialdemocratiche.

Rivendicare la piena automazione amplifica la possibilità di ridurre la settimana lavorativa e incrementa la necessità di un reddito base che riguardano il lavoro, i poveri e i disoccupati; invece che interpretare la disoccupazione come conseguenza di una scarsa
etica lavorativa, il reddito base invita a considerarla un problema strutturale: 

Lasciarsi alle spalle l’etica del lavoro sarà dunque un obiettivo ineludibile per qualsiasi futuro tentativo di costruire un mondo post-lavoro.

Conclusione
Ma la fine del lavoro non sarà la fine della storia. Costruire una piattaforma per una società post-lavoro sarebbe un risultato immenso, ma sarebbe comunque solo l’inizio. È per questo che resta cruciale concepire la politica di sinistra come una politica per la modernità: serve a ricordarci di non confondere l’avvento di una società post-lavoro – o di qualsiasi altra società – con la fine di tutto. L’universalismo vive un continuo processo di autodisfacimento, conservando in sé le risorse necessarie per una critica immanente capace di approfondire ed espandere i suoi ideali: nessuna specifica formazione sociale è sufficiente a soddisfare le sue richieste, concettuali o politiche che siano. Allo stesso modo, la libertà sintetica ci impone di non accontentarci dell’attuale orizzonte delle possibilità. Accontentarsi di una società post-lavoro rischierebbe di lasciare intatte le divisioni razziali, sessuali, coloniali ed ecologiche che continuano a strutturare il nostro mondo, e anche laddove queste asimmetrie di potere venissero messe in crisi da un mondo post-lavoro, gli sforzi per eliminarle dovranno senza dubbio continuare. Inoltre, dovremo anche individuare un sostituto sistematico ai mercati e confrontarci con la creazione di nuove istituzioni politiche. Non sappiamo ancora cosa può un corpo sociotecnico, e dobbiamo ancora svincolare appieno lo sviluppo tecnologico per dischiudere nuove forme di libertà. Trascendere la nostra dipendenza dal lavoro salariato è importante, ma dovremo comunque affrontare l’enorme compito di disfarci di altri limiti di tipo politico, economico, sociale, fisico, biologico. Il progetto mirato allo sviluppo di un
mondo post-lavoro è certamente necessario, ma non sufficiente. 
Una piattaforma post-lavoro pone comunque l’obiettivo di un nuovo equilibrio che completi la transizione che dalla socialdemocrazia postbellica ha portato al neoliberismo, e da lì conquistare una nuova egemonia post-lavoro. Crediamo che tale piattaforma possa aiutarci a mettere a fuoco i compiti da affrontare nel presente, e al tempo stesso fornisca un punto di appoggio stabile da cui procedere per puntare a nuovi obiettivi di emancipazione. Come con qualsiasi piattaforma, coloro che sono responsabili della sua progettazione non possono prevedere come verrà utilizzata in futuro: benché opportunità e
limiti siano fattori impliciti della sua struttura, non esauriscono tutte le possibilità che da essa derivano. Una piattaforma lascia il futuro aperto, piuttosto che chiuderlo: se progettata correttamente, ha successo proprio nel momento in cui offre alle persone le
condizioni per portare avanti iniziative nuove. Con una piattaforma post-lavoro le persone potrebbero ricominciare a partecipare ai processi politici, come potrebbero finire con il ritirarsi in mondi individuali, magari ritagliati all’interno dalle forme di intrattenimento offerte dai media. Ma ci sono motivi per nutrire speranza, considerando che la transizione verso
una simile società richiederà anche un sovvertimento dell’etica del lavoro.
Questo progetto implica insomma una trasformazione delle soggettività, nel senso che offre le risorse necessarie per una trasformazione completa che porti dall’egoismo individuale proprio del sistema capitalista a forme di espressione comuni e creative rese possibili proprio dalla fine del lavoro. L’umanità è stata per troppo tempo schiava degli impulsi dettati dal capitalismo, e un mondo post-lavoro promette un futuro in cui questi vincoli verranno quantomeno allentati. Ciò non significa che questa nuova società sarà un mondo dei sogni, ma che il lavoro non sarà più imposto da fuori, si tratti di un datore di lavoro o dal semplice bisogno di sopravvivere: verremo spronati al lavoro dai nostri desideri, non da una forza a noi estranea. Contro l’austerità imposta dalle forze conservatrici e contro la frugale esistenza cara agli antimodernisti, la rivendicazione di un mondo post-lavoro aspira alla proliferazione dei desideri, all’abbondanza, alla libertà.
Si tratta sicuramente di un futuro rischioso, come rischioso è qualsiasi progetto per la costruzione di un mondo migliore. Non ci sono garanzie che le cose andranno come previsto: un mondo post-lavoro potrebbe generare dinamiche immanenti che condurranno alla dissoluzione del capitalismo, oppure le forze reazionarie potrebbero cooptare nuovi desideri all’interno di un rinnovato sistema di controllo.

Simili preoccupazioni hanno portato diverse frange della sinistra contemporanea a ipotizzare sì il nuovo, ma un nuovo senza rischi: abbondano gli inviti generici a sperimentare, a creare, a prefigurare, ma le proposte concrete vengono spesso accolte da
un’ondata di critiche che descrivono nel dettaglio tutti i modi possibili in cui tali proposte finirebbero col produrre risultati negativi. Alla luce di queste due opposte tendenze – essere da una parte favorevoli alla novità, e temere il rischio implicito in una
trasformazione sociale – diventa chiaro il fascino esercitato da quelle idee politiche che celebrano «l’evento spontaneo»: si tratta fondamentalmente di un’espressione del desiderio di novità senza responsabilità. L’evento messianico promette di distruggere il
nostro mondo stagnante e di far emergere un nuovo stadio storico, convenientemente scevro dal difficile lavoro che la politica è. L’arduo compito che ci attende è quello di costruire un mondo nuovo, pur con la consapevolezza che questo potrebbe anche
generare nuovi problemi. In fondo, nelle migliori utopie ci sono sempre disarmonie sotterranee.
Questo imperativo va contro ai principi precauzionali pensati per eliminare la contingenza e il rischio, elementi che fanno parte di qualsiasi processo decisionale. Secondo un’interpretazione particolarmente severa, il principio precauzionale serve a convertire
l’incertezza epistemica per preservare lo status quo, invitando coloro che vorrebbero costruire un futuro migliore a desistere dal loro intento, magari con la raccomandazione di portare avanti «più ricerca». Possiamo anche notare come il principio precauzionale contenga al suo interno una lacuna che gli è quasi costitutiva: ignora il rischio prodotto dalla propria applicazione. Messa in altri termini, il tentativo di rimanere estremamente cauti – e dunque di eliminare i rischi – denuncia una miopia riguardo ai pericoli prodotti dall’inattività e dall’omissione. Mentre i rischi devono essere certamente calcolati con prudenza, una più profonda consapevolezza delle complicazioni introdotte dalla contingenza rende chiaro come scegliere la strada più cauta spesso non sia la scelta migliore. Il principio precauzionale è pensato per minimizzare la contingenza e precludere la possibilità del futuro, quando in effetti sono proprio le contingenze inerenti ai progetti ad alto rischio che conducono a un futuro più promettente. 
….
Costruire il futuro significa insomma accettare il rischio che si possano verificare conseguenze inaspettate e che le soluzioni adottate si rivelino imperfette: forse resteremo in trappola, ma quantomeno potremo scappare verso trappole sempre migliori.
….

NOTA: il libro disponibile anche in formato digitale da Feltrinelli si chiude con circa 90 pagine di note e riferimenti bibliografici.

 

Le due opere che accompagnano l’articolo sono di Gepp (Giuseppe Monti).