Scrivere sul fascismo non dovrebbe essere più necessario, dato che gli eventi storici sono, nella loro sostanza, ormai chiari da tempo. Tuttavia alcune mie percezioni di avvenimenti attuali mi hanno indotto a mettere mano a queste riflessioni le quali, per l’esattezza, non sono riflessioni sul fascismo in se stesso, bensì su come è opportuno ragionare sul fascismo.
Stimoli ne circolavano già a iosa, i riferimenti al fascismo in Italia non sono mai stati definitivamente superati fin dall’immediato dopoguerra1. Io sono un sincero democratico e sono cresciuto in ambienti popolari con idee moderate ma decisamente orientate a sinistra; tuttavia ci sono ritornelli, potenzialmente ambigui, che ho sentito parecchie volte. Tra le classi popolari ogni tanto si ripeteva che Mussolini aveva fatto anche delle cose buone; però, tra queste, non mi ricordo di aver mai sentito citare, per esempio, l’I.N.P.S. e, nel mio contesto, il riferimento fisso era ai treni che arrivavano in orario e alle autostrade: Mussolini aveva fatto le autostrade (l’ho risentito anche di recente da un giovane membro della mia famiglia allargata). Io sono abbastanza vecchio da aver assistito alla nascita della A1, l’Autostrada del Sole, e ho sempre pensato che fosse quella la prima autostrada italiana, ma forse mi sbagliavo. Un altro ritornello corrente tra le classi popolari era relativo alla guerra: il grande sbaglio di Mussolini era stata la guerra, se non avesse fatto la guerra… (naturalmente, mancava ogni specificazione di cosa sarebbe accaduto se Mussolini non avesse fatto la guerra).

1. Commentare il fascismo

Molto di recente il ritornello è stato ripreso da Corrado Augias, ospite della trasmissione “Di martedì” (talk show della rete “La 7”) in data 23 settembre 20252: in un’interazione con il conduttore (Giovanni Floris), Augias ha ripetuto che

Mussolini ha fatto anche delle cose buone”.

Questo ha spiazzato un po’ Floris il quale, comunque, si è subito ripreso e gli ha chiesto quali fossero queste cose; per inciso, neanche Augias ha fatto riferimento alla cosa che dovrebbe essere considerata “buona” per antonomasia, ovvero il sistema pubblico della Previdenza sociale. E’ stato Floris che gli ha dovuto ricordare che l’I.N.P.S. è stato creato da Mussolini. Comunque, tutto questo è poco rilevante in se stesso: previdenza sociale o autostrade o altro, che significa ripetere il ritornello che Mussolini ha fatto anche cose buone? Io considero Augias un sincero democratico e un antifascista; inoltre è una persona colta, che presenta molti libri in TV, e molti di questi sono proprio sulla guerra, sul fascismo-nazismo e sulle conseguenze che i popoli di oltre metà del mondo hanno subito 80-90 anni fa. Allora perché ha sentito il bisogno di ripetere questa ambigua affermazione? Io tengo per il pensiero rigoroso e non mi accontento di contrapporre solo affermazioni a un’altra affermazione, bensì vorrei articolare il mio discorso sull’approfondimento della questione: che significa rimarcare che Mussolini ha fatto anche cose buone e che conseguenze può avere? Permettetemi di prenderla un po’ larga.

Sul fascismo e sul nazismo è stato scritto non solo tantissimo, ma di tutto, esaminandoli da ogni angolatura possibile, e via via che il tempo passa si scoprono continuamente aspetti nuovi, risvolti ancora non (o non bene) conosciuti sui quali professori universitari di valore lavorano senza sosta. E’ vero che la gente, mediamente, legge poco; tuttavia su queste dittature si sa, a parte certi aspetti specialistici, più o meno tutto quello che serve. Oltretutto la Seconda guerra mondiale si chiuse con un evento mai accaduto prima: i vincitori (le democrazie che avevano sconfitto sul campo il fascismo e il nazismo) sequestrarono gli archivi degli sconfitti e gli storici hanno avuto materiale di prima mano in quantità immense per approfondire non solo i tratti generali, ma anche i dettagli (perfino quelli più ignobili, perversi, atroci e vergognosi, per dirne una la Shoah) dell’agire delle due dittature. Il fascismo e il nazismo sono stati disconfermati e sepolti dalla Storia, non da questo o quello storico o da questo o quel movimento politico. La Storia ha dato il suo giudizio e ha messo il suo suggello; e allora perché se ne parla ancora? Proviamo a procedere con ordine.

2. Fascismo e democrazia

Per quanto riguarda la natura del fascismo e i suoi rapporti con la democrazia c’è un documento filmato che dice cose definitive: è una conferenza tenuta nel giugno 2018 da Michela Murgia in occasione di un evento organizzato dal giornale “la Repubblica”3. Il titolo è volutamente paradossale (“Istruzioni per diventare fascisti”); nel suo discorso la Murgia spiega che il fascismo non è un’ideologia, bensì una prassi di governo basata sulla forza, sul presunto diritto di una minoranza di sottomettere (con la forza e anche con la violenza) la maggioranza di una nazione e di governare a suo piacimento senza controlli. In tal senso il fascismo non può essere una semplice opinione perché segue principi diversi, ha valori diversi da quelli della democrazia, gioca un altro gioco. Per questo la democrazia ha il diritto di difendere i propri valori, per questo in Italia la ricostituzione del Partito fascista è vietata dalla Costituzione4. Per questo non si capisce bene come sia potuto accadere che si siano ripetutamente rivisti (e siano apparsi tollerabili, almeno per certe occasioni) l’uso del saluto romano e di altri simboli fascisti.

Sergio Mattarella, il nostro Presidente della Repubblica, diversi anni fa, durante un discorso trasmesso in TV (e/o ripreso da un telegiornale) ha fatto giustizia dell’altra affermazione popolare, cioè che il grosso errore di Mussolini è stato fare la guerra, altrimenti… Mattarella, in quell’occasione, chiarì che la guerra era intrinseca al fascismo, era connaturata con esso e, una volta presa quella via, non poteva essere evitata. Perché i metodi violenti, l’uso sistematico della forza al posto del dialogo per risolvere ogni questione, l’eliminazione fisica degli avversari (e non la vittoria attraverso la raccolta del consenso) fanno parte della natura del fascismo.

Michela Murgia, per far capire bene le differenze fra democrazia e fascismo, evidenzia anche alcuni aspetti che potremmo definire “difetti” delle democrazie: le democrazie sono faticose, molto faticose. Perché bisogna mettersi continuamente d’accordo con qualcuno e questo è faticoso, fa perdere tempo ed energie. Ma, soprattutto, la democrazia implica l’assunzione di responsabilità a livello di massa, di ogni singolo cittadino, e questo è un peso che non tutti sono disposti a sostenere. Un ultraconservatore inglese, però sinceramente democratico, come il Primo Ministro del tempo di guerra Winston Churchill, nelle sue memorie di guerra5 ha scritto che a volte invidiava il potere decisionale di Hitler per la sua rapidità, mentre a lui toccava sempre negoziare tutto con tutti.

Un altro suo aforisma di quei tempi era:

La democrazia è un pessimo sistema di governo, ma non ne abbiamo uno migliore”6.

E in effetti, mentre Hitler (soprattutto nelle fasi finali della guerra, quando era ormai sopraffatto dallo stress) esplodeva facilmente in crisi isteriche e sproloquiava senza che nessuno osasse interromperlo, poi prendeva decisioni completamente sbagliate senza che nessuno ardisse contraddirlo, Winston Churchill teneva un comportamento molto diverso. Non che fosse un tipo facile, e avere a che fare con lui comportava sempre problemi. Nel centro di Londra c’è un luogo nel quale questo aspetto è esemplificato molto bene: sotto Whitehall, più o meno all’altezza della residenza del Primo Ministro in Downing Street, ci sono, riadattate a museo, le Churchill’s War Rooms, i sotterranei dai quali si dirigeva la guerra e che a volte lo ospitavano. Entrando c’è, subito dopo la reception, una saletta che è la stanza nella quale si riuniva il Gabinetto di Guerra e si prendevano le decisioni critiche. Un cartello spiega che Churchill d’abitudine teneva un comportamento molto poco “inglese”: quando qualcuno non era d’accordo con lui si accalorava e urlava; però poi faceva quello che era stato concordato nella riunione.

Ovviamente c’era una differenza fondamentale tra il modo nel quale decideva Hitler e quello nel quale decideva Churchill: quest’ultimo aveva davanti persone che avevano la sicurezza delle proprie opinioni e il coraggio di sostenerle anche davanti a lui. Hitler, come capita quasi sempre ai dittatori, si era circondato di persone (spesso non all’altezza del loro compito) che gli dicevano sempre “sì”, e si era condannato a una crescente inefficienza. Nei processi decisionali si vede bene la differenza di funzionamento tra le dittature e la democrazia; la democrazia è molto più faticosa e può avere un gap di efficienza, soprattutto all’inizio7; ma le decisioni che prende sono, in genere, molto più efficaci di quelle delle dittature. Conosco in modo meno dettagliato i processi decisionali sotto il fascismo ma, su questo, c’è un fattore di semplificazione la cui presenza è tradita anche dalla semantica; non è a caso che si dice sempre “Mussolini ha fatto” e non “Il fascismo ha fatto”. Il fascismo italiano ERA Mussolini, le decisioni le prendeva lui. Infatti, col tempo, aveva accumulato talmente tante cariche e tanti Ministeri8 che non era possibile attribuire ad altri le decisioni. Fu un’eccezione l’ultima seduta del Gran Consiglio (tra il 24 e il 25 luglio 1943), nella quale Dino Grandi mise in votazione il suo Ordine del Giorno che esautorava Mussolini e che fu approvato dal Gran Consiglio stesso.

Per completare questo capitolo della storia, 19 membri del Gran Consiglio che avevano votato l’Ordine del giorno Grandi furono in seguito accusati di tradimento e condannati a morte, tranne uno (Tullio Cianetti, che aveva ritrattato la sua firma il giorno successivo ed era stato condannato all’ergastolo). Tredici furono condannati in contumacia e 5 furono fucilati, a Verona, l’11 gennaio 1944 (il sesto era il suddetto Cianetti)9. Ciò accadde nonostante che il Ministro della Giustizia della Repubblica Sociale Italiana, sulla base della documentazione raccolta dal Giudice Istruttore, avesse comunicato a Mussolini che il processo non aveva base legale perché mancavano le prove per sostenere le accuse. Mussolini rispose che le argomentazioni giuridiche non erano rilevanti, in quel caso, e che le ragioni di Stato (e non si trattava dell’Italia ma della Repubblica Sociale Italiana) richiedevano di “andare fino in fondo”.

3. Il fascismo prende il potere

Il capitolo precedente la caduta era stato la presa del potere: né il fascismo né il nazismo arrivarono al potere attraverso una vera rivoluzione. Hitler, che persino nelle ultime elezioni tenutesi in Germania (nell’aprile del 1933), e nonostante le pesanti interferenze delle squadre naziste sul voto, non aveva avuto la maggioranza assoluta del parlamento, fece un accordo con i moderali (che si illudevano di poterlo controllare) per governare. Ma una volta preso (pseudo-) democraticamente il potere, Hitler svuotò la democrazia, per così dire, dall’interno, facendosi assegnare dal parlamento i pieni poteri e avviando il regime. Mussolini, che lo aveva preceduto10, salì al potere nel 1922 grazie a un’azione che era rivoluzionaria solo di nome: la marcia su Roma del 28 ottobre poté attuarsi solo perché il Re rifiutò di firmare il decreto per dichiarare lo stato d’assedio in tutta Italia che gli era stato sottoposto per la firma dal Governo uscente. Il fascismo risulta sostanzialmente avallato da Vittorio Emanuele III di Savoia più che dal consenso degli italiani11; il comandante militare della piazza di Roma, generale Emanuele Pugliese (che aveva respinto le accuse di inerzia contro l’esercito e denunciato la mancanza di ordini chiari12) era sicuro di poter gestire la situazione. Ho letto una versione nella quale dice al Re, più o meno: “Maestà, quattro fucilate e li rimandiamo tutti a casa”. Ma il Re non volle, e lo stesso giorno convocò Mussolini a Roma per affidargli l’incarico di governo. Tra parentesi: Mussolini non era a capo della marcia, era rimasto a Milano; anzi, secondo una fonte, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre era stato nella villa di Margherita Sarfatti (in Provincia di Como) per essere vicino al confine svizzero e fuggire nel caso le cose fossero andate male.

Nella sostanziale indifferenza (o, che è lo stesso, a fronte del consueto attendismo) del complesso del popolo italiano il fascismo cominciò a scalzare la monarchia costituzionale e instaurò il regime. Il fascismo usava abitualmente la violenza per tacitare, intimidire o eliminare fisicamente i suoi oppositori13. Il culmine fu raggiunto con l’aggressione al deputato socialista Giacomo Matteotti, rapito e ucciso il 10 giugno 1924 da una banda di fascisti guidata da Amedeo Dumini. Il suo corpo fu ritrovato solo il 16 agosto. Matteotti aveva tenuto in Parlamento, il 30 maggio 1924, un discorso sui brogli elettorali e sulle violenze che avevano caratterizzato le elezioni, imputando tutto ai fascisti e a Mussolini e chiedendo l’invalidazione delle elezioni stesse. Nonostante la grave situazione in cui versava l’Italia, la Giustizia aveva ancora dell’autonomia, e fino al dicembre 1924 si andarono accumulando le prove che non solo ciò che Matteotti aveva detto rispondeva a verità, ma che c’era stato un coinvolgimento diretto di Mussolini nell’uccisione di Matteotti.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini intervenne alla Camera e tenne il noto discorso con il quale si assumeva la responsibilità di tutto quanto era avvenuto. Cito direttamente da Wikipedia14:

In questo discorso Mussolini si assunse

“la responsabilità politica, morale e storica” di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi mesi e specificamente del delitto Matteotti, «ma al tempo stesso se ne chiamò fuori descrivendolo come la conseguenza del clima politico violento dell’Italia di quegli anni».

Il discorso è ritenuto dagli storici l’atto costitutivo del fascismo come regime autoritario come afferma anche Renzo De Felice, uno dei maggiori studiosi del fascismo…

La spavalda oratoria di Mussolini si cumulò all’incapacità dell’opposizione a reagire, nel decretare il successo della spregiudicata manovra politica sottesa al discorso… Nella notte del 3 gennaio Luigi Federzoni, ministro dell’Interno, inviò ai prefetti due telegrammi riservati che traducevano in pratica i propositi autoritari di Mussolini.

E il regime fascista iniziò e durò altri 18 anni e mezzo, fino al 25 luglio 1943. In questi inizi del regime fascista ci sono già tutti gli elementi che lo caratterizzano: la sostituzione del dialogo con la violenza, il rifiuto non solo di rispettare ogni regola, ma anche la volontà di fare a meno della legalità e di perseguire i propri obiettivi con ogni mezzo, per quanto illecito. Le elezioni, il momento solenne delle democrazie, vennero presto sprezzantemente definite ludi cartacei da Mussolini e poi definitivamente abolite. Il controllo poliziesco sulla vita degli italiani si estese a dismisura e lo Stato fascista diventò totalitario; ogni opposizione diventò non solo più difficile di prima, ma proprio impossibile, e molti italiani dovettero fuggire dall’Italia per salvarsi la vita e poter continuare a professare le proprie idee15. Gli italiani furono irreggimentati, l’appartenenza al regime doveva essere scandita ad ogni età, da quella più tenera in poi (i “figli della lupa”, poi i “balilla” su, su fino al servizio “premilitare” per chi era alle soglie della maggiore età). Non insisto sul tentativo di Mussolini di trasformare l’Italia in una potenza militare e gli italiani in un popolo guerriero (tentativo che possiamo dichiarare tranquillamente fallito), con il contorno delle leggi per la difesa della razza (1938). Comunque sia, lo Stato fascista occupò ogni ambito occupabile della vita degli italiani e l’esecutivo (leggi:”Mussolini”) aveva il potere assoluto su tutto, senza controlli (perché il controllato era anche il controllante). Fu il regno non dei Savoia, ma dell’arbitrio. A fronte di tutto questo, che vuol dire che “Mussolini ha fatto anche cose buone”? Proviamo ad andare oltre i luoghi comuni e capire cos’è successo.

4. Le questioni etiche

Dal punto di vista etico, il fascismo e il nazismo furono due dittature basate sull’uso della violenza e nelle quali l’unico principio valido era: “non importa se abbiamo veramente ragione noi, abbiamo la forza e siamo in grado di imporre le nostre ragioni a chiunque con la violenza”. Oggi pare un principio inaccettabile, ma forse non è così per tutti nemmeno oggi. Sugli aspetti etici, sulla deriva di questi regimi verso la ferocia, la disumanità e perfino l’inutile sadismo è già stato scritto tutto quanto era possibile; esistono anche degli storici “revisionisti”, che hanno cercato di costruire una “contro-storia” del XX° Secolo e negare, per esempio, l’Olocausto (mi risulta che ce ne sia, o ce ne sia stato, almeno uno anche in un’Università inglese). Ma se non si inseguono intenzionalmente le fake-news, sugli aspetti etici del fascismo e del nazismo le cose sono chiare a sufficienza, scandite non solo dalla Storia ma anche da numerosissime opere letterarie; non è su questi aspetti che vorrei insistere. Io ho alle mie spalle una formazione da biologo e so che la Natura, che ho studiato e che amo sinceramente, non segue principi etici; la Storia fa lo stesso. L’etica è un’invenzione umana e ha senso applicarla solo ai rapporti sociali nelle comunità umane, e su etica e dittature si sa già tutto quello che c’è da sapere. Qui vorrei affrontare queste mie riflessioni su un piano più pragmatico. Cercate di seguirmi ancora un po’.

Anche il fascismo è stato una cosa complessa e non si presta a interpretazioni semplici del tipo “tutto il bene fuori / tutto il male dentro” (o viceversa). Dunque Mussolini ha fatto “anche” qualcosa di buono? Mussolini non poteva non fare “qualcosa di buono”! Il XX° Secolo è stato caratterizzato dall’irrompere sulla scena della Storia delle masse; anche Mussolini e Hitler avevano capito che masse affamate non sono governabili, e qualcosa dovevano fare per tenerle a bada, non solo chiacchiere e retorica, ma anche qualcosa di concretamente “buono” nel senso di vantaggioso per tali masse o per una parte significativa di quelle16. E’ quello che non aveva capito a fondo la socialdemocrazia tedesca (e che forse non hanno capito a fondo le sinistre di oggi). Dunque anche in Germania il nazismo sviluppò il sistema dell’assistenza sociale e le pensioni aumentarono continuamente (in certi momenti vertiginosamente) fino alla fine della guerra. Il giornalista e scrittore italiano Siegmund Ginzberg ha scritto di recente un libro sull’ascesa del nazismo17 e ha dedicato alcune pagine alle questioni dell’economia sotto il nazismo, facendo riferimento in particolare a un recente filone storiografico volto ad approfondire questi temi. In particolare cita il giornalista e storico tedesco Götz Aly, che ha scritto un libro nel quale parla dei tedeschi (del popolo tedesco) non come schiavi, bensì “beneficiari” di Hitler18. Nazismo e fascismo non si limitarono ad affabulare il popolo, lo “comprarono”. Nella presentazione del libro sulle pagine web della casa editrice Einaudi, autore Paolo Fonzi, si legge quanto segue:

«Chi non vuol parlare del vantaggio che ne trassero milioni di tedeschi farebbe meglio a tacere sul nazionalsocialismo e sull’olocausto» (p. 362).

La componente distruttiva e criminale sviluppata dal regime durante la guerra sarebbe non solo, e non tanto, frutto dell’ideologia razzista quanto della volontà di garantire a milioni di comuni tedeschi vantaggi materiali a scapito della borghesia tedesca e soprattutto dei popoli «razzialmente» inferiori. In un capitolo denso di cifre, Aly rileva come il finanziamento tedesco della guerra tendesse a sgravare i redditi medi e bassi dall’imposizione fiscale, ad assorbire «senza chiasso» credito a breve termine dagli istituti di credito e non direttamente dai cittadini, ad impiegare il più possibile le entrate estorte dai paesi occupati e alleati per alleviare il peso sulla popolazione tedesca. In tal modo il nazismo comprò l’adesione delle masse alla politica del regime. La tesi evidenzia la corresponsabilità del tedesco comune nel massacro, non per la sua attiva partecipazione ad esso, quanto per aver accettato il benessere offertogli senza chiedersi da dove provenisse. Poiché si reggeva sulla redistribuzione della ricchezza il nazismo fu lo «stato popolare di Hitler» (Hitler’s Volksstaat), come recita l’espressivo titolo originale19.

E Mussolini, ancora prima di lui, fece qualcosa del genere con il popolo italiano (sia pure in modo più sgangherato e approssimativo). Non possiamo trascurare l’aspetto pragmatico delle dittature. Da questo punto di vista c’è un altro libro da tenere in considerazione, quello dello storico americano Goldhagen20. L’autore affronta la questione dell’Olocausto da un punto di vista insolito: quello degli esecutori, di coloro che materialmente realizzarono le stragi naziste e accompagnarono tutti gli orrori correlati. Questi, dice Goldhagen, erano tedeschi comuni, non efferati criminali o persone dotate di mentalità perverse in partenza; ma realizzarono la “soluzione finale”, l’Olocausto21. Non voglio soffermarmi su questo aspetto, anche in questo caso la documentazione è abbondante e incontrovertibile. Voglio solo prendere atto di una conclusione alla quale ero già arrivato per altre vie: le masse, in ogni Paese, non sono innocenti, anche se amano ritenersi non-responsabili di ciò che accade.

5. I conti dei regimi: un consenso “comprato”

Dunque “qualcosa di buono” ha fatto anche Mussolini; ma chi si ferma a questo punto tradisce una visione che seleziona un punto specifico di una situazione storica trascurando tutto il contorno. Chi si ferma qui dimentica che, insieme alla domanda se i dittatori abbiano fatto “anche” qualcosa di buono, bisognerebbe porsene almeno altre 3:

  1. Qualcosa di buono a vantaggio di chi?
  2. Questo qualcosa di buono quanto costava?
  3. Il conto di questo qualcosa di buono chi lo pagava?

Proviamo a rispondere. A vantaggio di una sola parte della popolazione, per quanto ampia questa fosse. In Germania la questione della razza divenne decisiva: gli ebrei vennero sistematicamente depredati e spogliati di ogni loro bene (poi anche uccisi in massa) e questi beni furono utilizzati per “fare qualcosa di buono” per i cittadini tedeschi di pura razza ariana. La spoliazione dei paesi conquistati (e anche di quelli alleati), analogamente, andava a sostenere l’economia tedesca, quindi è chiaro anche chi pagava perché già a quei tempi l’assistenza sociale a livello statale doveva costare molto. Pagavano gli ebrei, per i quali era addirittura previsto lo sterminio totale, e pagavano i popoli soggiogati. Poi c’erano gli schiavi in senso letterale, cioè i prigionieri di guerra e altre categorie “inferiori” con le quali si mandavano avanti le fabbriche tedesche, dato che la maggior parte degli uomini era al fronte.

Sul fascismo so meno, non so se esistono studi specialistici analoghi a quelli di Götz Aly condotti sulla situazione italiana, credo di no (altrimenti li avrei intercettati) ma non sono sufficientemente documentato. Però sappiamo che gli ebrei furono privati dei loro diritti ed espropriati di tutto anche qui. Le cifre complessive sono molto più piccole di quelle tedesche (il già citato Bosworth calcola in 7.000 gli ebrei italiani inviati ai campi di concentramento nazisti) ma su una tale questione non è possibile andare “a peso”: il fatto che fossero “solo” 7.000 non diminuisce l’ignominia sul regime e su chi, in un modo o nell’altro, lo avallò. A volte vediamo in certi film rappresentato il fascismo “cattivo” contrapposto agli italiani “buoni”; cito a memoria la sequenza di “Concorrenza sleale”22 nella quale, dopo l’approvazione delle leggi razziali, la portiera (o un’abitante “ariana”) del palazzo nel quale risiede il commerciante ebreo, al quale hanno sequestrato anche la radio con la quale ascoltava l’opera, lo accoglie in casa sua per fargli ascoltare un’opera lirica. Questo mito dell’italiano “brava gente” è sempre stato molto apprezzato23, ma il generalizzarlo è una leggenda.

I campi di concentramento li abbiamo avuti anche noi24, non abbiamo esitato a usare i gas asfissianti contro la popolazione etiope inerme, e i bollettini giornalieri delle divisioni italiane in Jugoslavia riportavano regolarmente l’uccisione dei partigiani “feriti o malati” catturati25. Sicuramente molti italiani erano “brava gente”, ma non so quanti meno fossero gli italiani “cattivi”; per esempio le azioni squadristiche non portavano semplicemente a bastonature e omicidi ma ad atti gratuiti di efferata crudeltà26. Aggiungo un altro contributo proveniente dalle mie esperienze personali. Io sono nato (per mia fortuna) dopo la guerra, ma molto vicino alla sua fine (sono del 1949); le esperienze e i vissuti della guerra erano un argomento centrale di conversazione e, quando sono stato un po’ più grande, mi è capitato di parlare con reduci (anche con idee di destra), partigiani, o persone che l’avevano semplicemente scampata. Tra i miei ricordi di queste conversazioni c’è quello di uno che l’aveva scampata (era ragazzo al tempo dell’occupazione tedesca dell’Italia) il quale mi aveva raccontato che, nel corso delle frequenti perquisizioni delle case che capitavano all’epoca, quando c’erano tedeschi e fascisti insieme si notava la differenza di comportamento: ai suoi occhi erano apparsi più corretti (più “professionali”) i tedeschi mentre i fascisti non perdevano occasione per manifestare la loro arroganza e il loro strapotere dando scappellotti o calci nel sedere ai bambini e molestando le donne.

Forse sarebbe anche sufficiente così, ma per completare il mio discorso sul fascismo mancano ancora tre aspetti.
Il primo è la guerra: esaminare il come l’Italia entrò in guerra può essere illuminante.
Il secondo è come finì: Piazzale Loreto è una pagina dolorosa e oscura della fine del fascismo ma proprio per questo è necessario approfondirla.
Il terzo sono i risultati e le questioni ancora aperte, perché ce ne sono. Vediamo nell’ordine questi tre aspetti.

6. Il fascismo in guerra

L’Italia non entrò nella Seconda guerra mondiale al suo scoppiare, ripetendo il copione già visto in occasione della Prima. Alla fine degli Anni ‘30 del Novecento, in generale, i popoli democratici non volevano la guerra, le ferite di 20 anni prima, della Grande Guerra, erano ancora piuttosto fresche; i loro governanti lo sapevano, e quando l’intenzione di Hitler si palesò, gli offrirono di tutto per mantenere la pace: con gli accordi di Monaco del 1938 gli consegnarono ciò che ancora non si era preso da sé ottenendo in cambio una parvenza di pace destinata a durare poco. Il profetico commento di Churchill (che allora non aveva incarichi di responsabilità pubblica, il governo era guidato da Chamberlain) fu:

“Hanno accettato il disonore per evitare la guerra e così avranno il disonore e la guerra”.

In sostanza: Hitler tirò la corda tanto da trascinare in guerra l’Inghilterra e la Francia (settembre 1939); più avanti (luglio 1941) attaccò senza apparente motivo l’Unione Sovietica (con la quale aveva anche un accordo di non belligeranza) e, poco dopo, dichiarò guerra anche agli Stati Uniti d’America senza che ce ne fosse alcun bisogno. Neanche gli statunitensi volevano la guerra, e il loro Presidente (Franklin D. Roosevelt) lo sapeva; per questo, pur avendo rilevato segni evidenti di aggressività da parte dei giapponesi, fino al dicembre 1941 pose molta attenzione ad evitare ogni atto che potesse dare loro la scusa per attaccare gli Stati Uniti. Ma dall’altra parte dell’Oceano Pacifico il partito della guerra aveva vinto nelle competizioni interne e una squadra di portaerei giapponesi trasportò aerei da guerra attraverso il Pacifico finché questi, all’alba del 7 dicembre, attaccarono la base americana di Pearl Harbor facendo ingenti danni e molti morti27prima che la dichiarazione di guerra fosse consegnata al Governo americano. Hitler si inserì per solidarietà con gli altri membri dell’Asse e il peso del potenziale industriale degli Stati Uniti fu avventatamente gettato sul piatto della bilancia degli Alleati con le note conseguenze.

E l’Italia? L’Italia entrò in guerra nel Giugno del 1940 quando la vittoria tedesca su Inghilterra e Francia appariva evidente. A parte i discorsi bellicosi del Duce, la motivazione più credibile è quella che si trova nei diari di Ciano28, i quali riportano, tra l’altro, un colloquio con il Duce nel quale quest’ultimo affermò che la guerra era ormai finita e disse:

Io ho bisogno di alcune migliaia di morti per potermi sedere al tavolo della pace come belligerante”.

I tedeschi (convinti anche loro di avere ormai vinto) non lo accolsero a braccia aperte, come non accolsero con alcun entusiasmo altre avventure guerresche del fascismo che portarono l’Italia fascista sull’orlo del disastro (la guerra di Grecia, per esempio). La miopia, l’incapacità di penetrare a fondo nella mentalità degli altri (soprattutto in quella del nemico, quindi l’impossibilità di capire la capacità di resistenza degli inglesi e la determinazione degli americani), il basarsi sulle impressioni più che sulle analisi guidavano l’opera di Mussolini. È così che, con l’aggiunta della superficialità e dell’inefficienza ampiamente diffuse, l’Italia entrò in guerra.

Ci si può chiedere cos’è che consentì a Mussolini di portare l’Italia a questo punto, e anche la risposta a questa domanda è complessa. Non fu una sola cosa, ma fu un complesso di fattori, il primo dei quali fu, certamente, la debolezza del Re, seguito a ruota dalle scelte delle classi dirigenti (gli agrari innanzitutto, ma anche gli industriali, nella poche zone d’Italia industrializzate) che vedevano nella violenza fascista un modo per tutelare i propri interessi contro la minaccia socialista. Ma non possiamo tenere fuori dal discorso la massa del popolo italiano, perché un ruolo importante lo ebbe il suo spirito di adattamento, che per alcuni diventò cinismo nella convinzione di poter approfittare del fascismo continuando a fare i propri interessi ed evitando le conseguenze più dure. Per altri, forse, fu solo la paura, il timore delle conseguenze per sé e per i propri familiari, che li indusse alla passività. Ma, alla fine, evitare le conseguenze non fu possibile per nessuno e gli italiani si trovarono sotto le macerie. In un documentario del quale parlerò più approfonditamente di seguito, il regista Damiano Damiani29 ha commentato che gli italiani seguirono Mussolini finché il gioco fu tenuto sul piano della commedia; quando la commedia diventò tragedia, il teatro crollò. Secondo me questo è giusto ma non esatto, come argomenterò tra poco; comunque ci introduce alla questione della fine del regime fascista.

7. La fine del fascismo

Il fascismo finì due volte, la prima in modo quasi soft e la seconda in modo veramente tragico. La prima volta fu dopo il voto del Gran Consiglio del 25 luglio 1943; Mussolini andò a portare le su e dimissioni al Re, fu arrestato dai suoi carabinieri e isolato in una fortezza in cima al Gran Sasso. Da quel che è noto, era rassegnato alla fine del suo regime e non manifestava alcuna intenzione di attizzare la lotta per tornare in sella; ma così non la pensava il suo alleato Hitler. Il giorno 12 settembre 1943 ciò che oggi definiremmo un commando guidato dal capitano Otto Skorzeny30, fece un blitz con un aliante nei pressi della prigione di Mussolini e, fatte arrendere (senza combattere) le guardie, liberò un (a quanto pare) riluttante ex-Duce e lo portò in Germania. Qui, anche se sembra che Mussolini abbia provato a resistere alle sollecitazioni per un suo ritorno in scena, alla fine si sentì costretto, o fu costretto, a farlo. Per l’Italia cominciarono il dramma della RSI (Repubblica Sociale Italiana, il governo-fantoccio formalmente guidato da Mussolini ma controllato da Hitler) attestata nel Nord, e quello della guerra che continuava contro gli Alleati che risalivano lentamente la penisola italiana insieme a quella civile contro contro il resto d’Italia. E con la caduta della RSI il fascismo cadde definitivamente, con la scena finale in Milano, a Piazzale Loreto.

Piazzale Loreto, come ho già accennato, non è una bella pagina di storia ma va approfondita proprio per capire che cosa è veramente successo31. Documenti ce ne sono molti, a partire dai giornali dell’epoca. L’Editrice Hachette, intorno al 2015, ha ristampato, in anastatica, una selezione dei giornali quotidiani usciti in Italia nel periodo della guerra; in alcuni articoli di fine aprile 1945 si parla di Piazzale Loreto32. Ma il documento che ritengo fondamentale è la ricostruzione fatta da Damiano Damiani nel suo già citato documentario, con interviste ad alcuni protagonisti o a semplici testimoni dei fatti; un testimone è anche il regista che, nato nel 1922, il 29 aprile 1945 doveva avere 22-23 anni ed era lì.
Ma partiamo dai fatti: la mattina del 29 aprile 1945, tra le 4:30 e le 5:00 del mattino, un camion arrivò in Piazzale Loreto, a Milano. C’erano a bordo dei partigiani e sul cassone il camion trasportava le salme di Benito Mussolini e di Claretta Petacci (fucilati il giorno prima) e di alcuni altri alti gerarchi fascisti fucilati poco prima. I partigiani aspettavano ordini su come procedere e dove portare i cadaveri ma il motivo per il quale li avevano portati proprio in Piazzale Loreto era per rendere omaggio ai 15 ostaggi trucidati da fascisti e tedeschi l’anno prima. Da qui, dopo una premessa iniziale, parte anche la testimonianza di Damiani e compare sulla scena quella che fu l’unica e vera protagonista dell’evento: la folla. Non si sa come (succede sempre così) ma la voce che i cadaveri di Mussolini e altri gerarchi erano a Milano si sparse fulmineamente e un fiume di folla cominciò a dirigersi verso la piazza.
C’è una nota particolarmente drammatica nel resoconto di Damiani che riguarda i suoni: prima ancora che lui arrivasse nella piazza udì il suono, il grido che proveniva dalla folla e dice che aveva qualcosa di particolare, che non ha mai più sentito un suono simile e si rammarica che nessuno lo abbia potuto registrare per conservarlo come documento storico. Noi possiamo solo immaginarcelo; troppe cose erano successe, troppe erano state le sofferenze subite e possiamo immaginare come rabbia, rancore e dolore si siano espressi nelle grida della folla.
Una volta che la folla fu arrivata a Piazzale Loreto, la rabbia dei milanesi, una rabbia feroce, esplose e si riversò contro i cadaveri; non solo ingiurie ma calci, atti di spregio come l’urinare loro addosso, colpi di arma da fuoco (alcuni, tra i quali almeno una donna, erano armati ed esplosero colpi contro i corpi distesi a terra). Una scena selvaggia.
I testimoni intervistati da Damiani33, tuttavia o forse proprio per questo, non esprimono alcun tono trionfalistico; non c’è gioia nei superstiti, nei vincitori. Greppi, che era stato il primo sindaco (socialista) di Milano liberata e che aveva avuto un figlio ucciso dai fascisti, si dice contrario anche alla fucilazione di Mussolini: secondo lui avrebbe dovuto essere portato a Norimberga e processato con i vertici del nazismo. Una donna racconta che lo shock subito nell’evento le aveva lasciato traumi permanenti, che le avevano impedito di trovare un lavoro e di fare una vita normale.
Una scena che suscita un’emozione mista tra pietà e orrore è la descrizione di una vecchia donna che teneva in mano un pezzo di fune e, con questo, frustava il cadavere di Mussolini insultandolo e dicendo che le aveva ucciso due figli. C’è anche spazio per un po’ di umana pietà: la figlia di un’altra testimone dell’epoca, che si trovò lì con sua madre, racconta come proprio quest’ultima avesse fatto un gesto di tale natura. Perché a un certo punto si decise di appendere i cadaveri per due motivi: uno era per sottrarre i corpi allo scempio della folla; l’altro è perché, nella folla, chi era più lontano dalla piazza chiedeva a gran voce di poterli vedere. E li appesero per i piedi, forse, perché se li avessero appesi per il collo questo non avrebbe retto a lungo. Il gesto di umana pietà ricordato dalla figlia è legato al fatto che Claretta Petacci era una donna e indossava una gonna, per cui appenderla per i piedi le avrebbe scoperto le gambe, cosa contraria al pudore dell’epoca; perciò la madre usò una spilla da balia per fissare la gonna in modo che non ricadesse in basso. Un’altra testimone dice “hanno sciupato la festa”, riferendosi alla fine della guerra e alla caduta del fascismo che avrebbero potuto (e dovuto) essere una festa ma che il modo al quale aveva assistito non permetteva più di considerare così.
Una donna riprende il ritornello delle “cose buone” ma con maggiore cognizione di causa (cita la previdenza sociale, le colonie estive e gli asili). Qualcuno dice di essersi chiesto quanti di quelli che si accanivano sui cadaveri, e in particolare sul cadavere di Mussolini, fossero stati tra coloro che lo avevano applaudito a suo tempo nelle “adunate oceaniche”.

Nel documentario sono espresse riflessioni, e anche opinioni diverse, sulla fucilazione di Mussolini. Un certo Bauer, membro del CLNAI34, motiva la necessità di giustiziare Mussolini per chiudere con il fascismo: se fosse stato consegnato agli Alleati questi avrebbero deciso su un piano politico e in base ai loro interessi, non a quelli dell’Italia. Vale la pena ricordare le circostanze della condanna a morte per i capi del fascismo. La mattina del 25 aprile 1945 i vertici del Comitato si riunirono in una sede dei Salesiani, a Milano, messa a disposizione tramite il rappresentante democristiano, e decisero all’unanimità (compreso il rappresentante dei cattolici) la condanna a morte e, più avanti nella giornata, l’annuncio dell’insurrezione generale, notizie che furono subito diffuse. La fucilazione di Mussolini, dunque, era stata formalmente legittimata.
Va tenuto conto, inoltre, che nel Nord Italia circolavano, in quei giorni, molti agenti dei servizi segreti alleati intenzionati ad arrestare Mussolini e ci fu una specie di corsa tra loro e i partigiani per catturarlo. Il come finì la corsa dovrebbe essere noto35; comunque, la colonna di mezzi tedeschi nella quale viaggiava Mussolini fu fermata, il 27 aprile 1945, a un posto di blocco partigiano presso Dongo (sul Lago di Como) e lui fu riconosciuto, nel fondo del cassone di un camion, mentre indossava un cappotto militare tedesco e si fingeva malato. Altri gerarchi furono individuati o riconosciuti, furono arrestati in attesa di ordini e furono fucilati il giorno dopo36. Ma Claretta Petacci? Lei viaggiava con l’ormai ex-Duce e non lo volle abbandonare; testimoni dicono che, al momento della fucilazione, il plotone che la eseguì cercò di allontanarla ma lei si aggrappò al cancello contro il quale era stato messo Mussolini e, per sua scelta, morì con lui. Neanche nella folla selvaggia di Piazzale Loreto emerse l’odio contro Claretta Petacci; semmai, come ho detto, della pietà.

Come mesta epigrafe finale di tutta la vicenda si può prendere una poesia di Trilussa. Non mi risulta che il poeta dialettale sia stato un antifascista militante, ma nelle sue poesie si trovano spesso accenti critici (talora pungenti) nei confronti di un potere non esplicitamente identificato ma chiaramente riconoscibile nel fascismo (e non so dire perché il fascismo non lo perseguitò, forse perché era troppo noto e troppo amato dai romani). Per esempio c’è questa poesia del 1941:

La pila bolle e l’Acqua va sur Foco
ch’a poco a poco friccica e se smorza.
– Perché – je chiede l’Acqua – te lamenti
se sei tu stesso che me dai la forza? –
(Chi riscalla la testa de le folle
tenga d’occhio la pila quanno bolle).

8. I risultati del fascismo

Cosa ci può dire, tutto questo, sui risultati del fascismo? Il verdetto è chiaro e il segno più emblematico ne sono proprio le macerie sotto le quali finirono gli italiani. I risultati del fascismo furono un mucchio di macerie, una caterva di morti e un mare di odio come quello al quale la folla diede sfogo a Milano, in Piazzale Loreto, la mattina del 29 aprile 1945. Perché la cosa ormai evidente, anche se finora è rimasta mascherata da coltri di ideologie contrapposte, è la dimensione pragmatica: i sistemi fascisti possono funzionare solo per brevi periodi di tempo e a favore di una minoranza della popolazione perché fa parte della loro natura cercare di uniformare tutto, anche e soprattutto con la violenza, e di escludere ogni diversità, fino a progettare lo sterminio fisico dei “diversi” di ogni tipo. Questo non solo è contrario a ogni etica del vivere civile, ma è contrario alle caratteristiche sia del mondo sociale umano sia della Natura in senso lato; è il tentativo di imporre alla realtà naturale o sociale, che sono complesse37, un’idea meccanica che non ha alcuna speranza di poter funzionare in modo generalizzato e a lungo. Non nelle società di massa che partono da una base di tipo democratico, perlomeno. Anche provando a mettere da parte le questioni etiche, hai voglia a cercare di fare la “pulizia etnica” o altre nefandezze del genere: a ogni generazione tutta la variabilità della specie si ripresenta continuamente e con essa la questione. Perché la variazione è la regola, non un’eccezione o un incidente. La variabilità è il fattore che ha costituito la base dell’evoluzione naturale (una specie di “assicurazione” sulla continuazione della vita) e che costituisce la base per le possibilità di progresso delle società umane (un’altra specie di “assicurazione”, basata sulla coesistenza di punti di vista diversi che aumenta le probabilità di affrontare con successo gli imprevisti). Se cerchiamo di ridurre la variabilità, gettiamo le basi per la nostra catastrofe. Certo che anche la variabilità va controllata, ma questo non si può fare con la violenza (e le storie del fascismo e del nazismo l’hanno puntualmente riconfermato). E questo ci porta alla questione del “dopo”, delle questioni ancora aperte dopo la caduta della dittatura.

9. Dopo il fascismo

In Italia, nell’immediato dopoguerra, una defascistizzazione dello Stato non è mai stata effettuata; lo scoppio, dopo la guerra “calda”, della guerra fredda fra Occidente e Unione Sovietica ha complicato le cose e, almeno in Italia, non si è mai andati a fondo su questa strada38. Nei miei accennati colloqui di gioventù ho parlato, tra gli altri, con un comunista che era stato responsabile di un gruppo che si preparava alla lotta partigiana; lui mi diceva che tra gli iscritti al partito c’era stato molto malcontento perché nei posti pubblici di responsabilità continuavano a trovare personaggi che vi erano rimasti dal periodo fascista. Ma la politica del Partito era quella dell’acquiescenza e la base, pur mugugnando, si adattava, anche se non mancavano le conferme ufficiali su quanto avvenuto e anche se in diversi lasciarono la tessera, soprattutto dopo i fatti d’Ungheria39. In Germania è avvenuto qualcosa di analogo: anche se la denazificazione è stata affrontata con maggiore impegno e in modo più approfondito della defascistizzazione, non sono mancati tentativi di impedirla o, almeno, di ostacolarla. Per esempio si erano create delle reti di solidarietà per assistere gli ex-gerarchi nazisti in fuga (fuggivano tipicamente in Sud America) e proteggerli da quanti li cercavano40.

A fronte di tutto questo, tra le questioni del “dopo” il fascismo ce n’è una che, secondo me, è veramente centrale: la questione del valore che aveva lo stare da una parte o dall’altra nell’Italia fascista e poi nell’Italia in guerra. Sulla questione c’è un intero filone storiografico, nel quale va sicuramente inserito Renzo De Felice il quale è stato specificamente criticato (da storici come Bosworth, per esempio) per aver sostenuto che stare da una parte o dall’altra avevano lo stesso valore morale. Questa posizione, che a volte si avvale di presunti argomenti “oggettivi”, come il fatto che i violenti c’erano anche negli antifascisti e che le violenze furono commesse anche dai partigiani, è francamente inaccettabile. La variabilità umana fa sì che anche la violenza si possa trovare da ogni parte, soprattutto nelle posizioni ideologiche estreme. Arrivato a un tale punto non posso mai evitare di pensare al caso di Yitzak Rabin, vittima di un atto di violenza da parte di un suo concittadino: è stato un generale e un primo ministro israeliano che, pur avendo importanti trascorsi militari e pur non potendo essere definito un pacifista41, lavorava accanitamente per la pace ed ebbe il Premio Nobel per la pace nel 1994. Fu ucciso nel 1995 non da un terrorista palestinese, ma da un estremista israeliano contrario a ogni pacificazione in Palestina. Quando morì i festeggiamenti non furono da una parte sola, perché insieme agli estremisti israeliani festeggiarono gli estremisti palestinesi, che temevano di poter restare tagliati fuori dalla politica nel caso le iniziative di pace avessero successo.

La violenza ci può essere da entrambe le parti, ma è davvero uguale stare da una parte o dall’altra? Secondo me NO. Un discorso è accettare che la violenza sia un rischio con il quale dobbiamo cercare di fare quotidianamente i conti e tentare di attrezzarci per controllarla adeguatamente; un altro discorso è quello di fare della violenza la BASE per l’iniziativa politica della propria parte, di praticarla attivamente e, attraverso machiavellismi e alleanze di interesse, imporre il potere di una parte della società sulle altre. Può capitare che la parte oppressa, da parte sua, possa trovare momentaneamente vantaggioso usufruire di certi risultati dell’azione violenta; ma alla fine la paga, e poi si sfoga come a Piazzale Loreto. Qui riprenderei l’osservazione che Damiano Damiani fa nel suo film, quando dice che il rapporto tra gli italiani e Mussolini funzionò finché fu tenuto sul piano della commedia mentre, quando la commedia diventò tragedia, “il teatro crollò”. Ma anche in questa affermazione si pone un problema di visione limitata: per chi funzionò, almeno per un periodo, la commedia? Non certo per Velia Titta, la moglie e precocemente vedova di Giacomo Matteotti; non certo per i familiari delle circa 2500 vittime dello squadrismo fascista negli anni dell’ascesa di Mussolini. Mi chiedo, per esempio, se i familiari degli oppositori del fascismo, i superstiti delle uccisioni, abbiano potuto usufruire dei benefici dell’I.N.P.S.; non conosco studi in merito, ma se non ci fossero si dovrebbero fare.

Comunque, per molti italiani, il fascismo fu subito tragedia, mai commedia. E qui non possiamo fare a meno di riprendere il discorso sull’ideologia del fascismo, che Michela Murgia ha dichiarato non esistente in quanto il fascismo non aveva ideologia, era solo una prassi per impadronirsi del potere. Questo è tanto vero che Mussolini stesso, negli anni della sua ascesa, lo affermò e lo ripeté più volte sostenendo che il fascismo era tutto e il contrario di tutto e che si sarebbe alleato con chiunque fosse utile per perseguire i propri interessi e i propri obiettivi (cioè la conquista del potere ad ogni costo). Questo è vero ma c’erano comunque dei simboli ai quali il fascismo faceva riferimento, simboli che erano coerenti con l’esaltazione della violenza: per esempio le camicie nere e il teschio con le tibie incrociate che le decorava. Alla fine, ciò che veniva esaltata era la morte. La sintesi migliore, forse, è il motto di un’organizzazione spagnola, un reparto militare speciale che, almeno ai suoi inizi e nelle espressioni dei suoi capi, si ispirava chiaramente al fascismo: la “Legione spagnola”42, il cui motto era “viva la muerte”. I fascismi, di qualunque tipo e comunque si vogliano mettere le cose, hanno culture che convergono sull’idealizzare la morte piuttosto che la vita. Stare dalla loro parte o dalla parte di chi li combatteva non è, non può e non potrà mai essere la stessa cosa.

10. Antifascismo: ma il fascismo è finito?

E il discorso sul fascismo porta inevitabilmente anche a interrogarsi sull’antifascismo. Anche questa è una questione complessa e l’antifascismo italiano non può semplicemente essere limitato ai fuoriusciti, ai confinati e agli esuli che si opposero al fascismo nella fase della sua ascesa (come i già ricordati fratelli Rosselli). Credo che sia una pagina di storia italiana poco approfondita mentre lo meriterebbe ampiamente: ci fu un antifascismo che nacque dentro il fascismo, dall’evidenza dei suoi risultati e dei suoi metodi. Non voglio aprire un altro discorso, sviluppare riflessioni su questo richiederebbe almeno un altro articolo; tuttavia è assolutamente necessario citare, sia pure di sfuggita, i nomi di Danilo Montaldi e di Ruggero Zangrandi. Per dare proprio un cenno, Danilo Montaldi è stato un iscritto al Partito Comunista che uscì precocemente (già nel 1946) dal partito e morì giovane in un incidente stradale in Francia. Il suo lavoro, da intellettuale isolato un po’ per scelta e un po’ in forza delle circostanze storiche e sociali, è stato quello di un sociologo “non ufficiale” (con somiglianze con il lavoro di Don Milani di “Esperienze pastorali”43) che ha indagato gli ultimi della scala sociale, come gli immigrati interni italiani nelle banlieu milanesi degli anni ‘50 del Novecento e i militanti politici di base dello stesso periodo. Suoi risultati che ritengo particolarmente importanti sono il considerare il presente come storia (da studiare, non solo da praticare) e l’aver chiarito che gli antifascisti “storici” e gli antifascisti usciti dall’interno del fascismo erano molto diversi e spesso non si capivano nemmeno (per esempio tendevano a usare metodi di lotta diversi e talora antitetici tra loro). Ruggero Zangrandi è stato un giornalista, storico e scrittore che da un passato inevitabilmente fascista (era piccolo durante la fase di ascesa del fascismo) trasmigrò in un antifascismo militante e, nel dopoguerra, ha indagato l’incerta defascistizzazione dello Stato italiano. Tra le altre cose ha scritto un libro secondo me importante: “Il lungo viaggio attraverso il fascismo – Contributo alla storia di una generazione”44. Il tema della presa di coscienza delle caratteristiche del fascismo e del suo modo di operare visti da dentro è particolarmente importante ed è un peccato che non si sia sviluppato un filone di studi dedicato a questo tema45.

Alla fine di tutte le argomentazioni possiamo chiederci: il fascismo è finito? La risposta è si e no. Da una parte, come fenomeno storico italiano il fascismo è finito e, nonostante i frequenti richiami che corrono nei tempi presenti46, non ci sono più le circostanze storiche e sociali che lo possano riproporre. Storicamente, il fascismo è finito. Dall’altra parte, tuttavia, il discorso cambia se si fa riferimento alle pulsioni di tipo autoritario e violento presenti nella società. Data l’irriducibile varietà del genere umano ci sarà sempre qualcuno, anche nelle società più democratiche, che non ama il dialogo, che non vuole discutere ma raggiungere (all’occorrenza imporre) la propria soluzione e che è disposto a seguire chi gliela promette, anche se le promesse sono destituite di fondamento. E non possiamo escludere che, in questa diversità, ci sia qualcuno che è incline alla violenza, che la ama come forma di espressione e che la persegue come strumento per affermarsi nella vita. Da questo le società democratiche si devono difendere; per questo esistono le forze dell’ordine e un mio amico avvocato mi ha fatto più volte notare che la Giustizia, come allegoria, viene sempre rappresentata come una donna che nelle mani ha due cose: in una la bilancia, per giudicare imparzialmente, e nell’altra la spada, per imporre il diritto con la forza, se necessario. Perché la forza basata sul diritto è cosa molto diversa dalla violenza.

Mettendo la questione in altri termini, possiamo dire che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi come il governo di una nazione47. Ciò che sorprende è che, a quanto pare, l’umanità non si è ancora arresa a questa quasi banale constatazione: periodicamente, alla ricerca di scorciatoie, una popolazione può cadere nella tentazione di imboccare presunte “vie brevi” (e deresponsabilizzanti, in apparenza). Le vicende dei fascismi storici dimostrano che queste vie brevi comportano, alla fine, costi altissimi. Bisogna starci attenti.

11. Un altro scritto sul fascismo, perché?

Posso concludere con la riflessione che, alla fine, mi sono accorto che io non volevo scrivere questo articolo; ma allora perché l’ho scritto? L’ho scritto per un impulso interiore, perché a un certo punto ne ho sentito la necessità. Tale necessità nasce dal fatto che, soprattutto qui in Italia, il dibattito sul fascismo (da sempre) tende a impantanarsi nei luoghi comuni e nei pregiudizi ideologici ed è caratterizzato da una generalizzata e grave ignoranza sul tema. La gente comune (e in molti casi non solo quella) parla del fascismo e del nazismo, dalla parte dei “pro” e da quella dei “contro”, senza conoscerli nella loro complessità. Un grande guazzabuglio rispetto al quale ho cercato di dare un contributo per mettere un po’ d’ordine. Ci sarò riuscito? Non lo so; il significato a un messaggio lo dà chi lo riceve, e la gente tende sempre a credere a ciò a cui vuole credere. Non lo so. Vedremo.

 

Note

1 Un’ampia trattazione di questo aspetto si trova nel libro di Richard J. B. Bosworth “L’Italia di Mussolini”, Milano, Mondadori 2007 (si veda in particolare il Capitolo XVIII, intitolato “L’eredità fascista”, che copre il periodo 1945-2005).

3 La Repubblica delle idee, Bologna 7-10 giugno 1918; la conferenza di Michela Murgia è liberamente visibile su Youtube, URL https://www.youtube.com/watch?v=4ET30pj3S-Y.

4 Nelle Disposizioni transitorie e finali, n. XII. In attuazione di queste disposizioni, nel 1952, la cosiddetta “Legge Scelba” (n. 645, 20 giugno 1952) introdusse il reato di apologia del fascismo prevedendo pene severe in merito.

5 Winston L. S. Churchill: La seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori 1948-1953. Più volte ristampata, anche in edizione tascabile (la mia è quella degli Oscar Mondadori 1970).

6 Altri, su questa linea e un po’ in stile Oscar Wilde, erano, per esempio: “Il problema di avere alleati è che a volte questi hanno opinioni proprie”; “C’è solo una cosa peggiore dell’avere alleati, ed è quella di non averne”.

7 Churchill stimò che, in una democrazia, ci vogliono tre anni per trasformare un’economia di pace in una economia di guerra; il problema degli inglesi (che in una fase, nel 1940-1941, restarono soli contro la momentaneamente vittoriosa Germania) era quello di resistere abbastanza da superare il periodo della trasformazione e della ricerca di alleanze. E fu così: la guerra era iniziata nel settembre del 1939, la svolta ci fu nel 1942, sancita da tre battaglie: quella aeronavale di Midway (giugno, vittoria americana), la seconda battaglia di El Alamein (ottobre-novembre, vittoria inglese) e quella di Stalingrado (dicembre, vittoria russa).

8 Le persone che aveva messo ai posti di comando e a capo dei Ministeri a volte si rivelavano non solo incapaci, ma anche indifendibili (almeno un Ministro era risultato palesemente squilibrato di mente); in quei casi (come, per il vero, anche in altri) Mussolini assumeva la direzione dei Ministeri, e alla fine ne accumulò davvero molti.

10 Hitler aveva sempre riconosciuto questa “precedenza” e aveva continuato fino in fondo a considerare Mussolini un suo maestro; perfino quando quest’ultimo diventò veramente solo uno strumento nelle mani del capo tedesco, costituì uno stato-fantoccio diretto, di fatto, da Berlino e aumentò a dismisura le sofferenze degli italiani.

12 Queste dichiarazioni suonano sinistre alla luce di quanto accadde 21 anni dopo, nel 1943, quando, in procinto di sganciare l’Italia dall’alleanza con la Germania nazista, il Re se ne andò alla chetichella “dimenticandosi” (parole di Don Milani nella sua Lettera ai cappellani militari) persino di lasciare gli ordini ai propri soldati.

13 Non mi risulta che esistano statistiche precise su questo, ma lo storico inglese Richard J. B. Bosworth (L’Italia di Mussolini, Mondadori, Milano 2007, Pag. 117) dice che “la violenta ascesa del fascismo [lasciò] sul terreno 3000 vittime (tra cui 425 fascisti)”.

15 Ma a volte i sicari li raggiungevano anche all’estero, come accadde ai fratelli Carlo e Nello Rosselli, uccisi in Francia nel 1937 (una sintetica informazione si può trovare in https://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Rosselli).

16 William Shirer, giornalista e storico americano che fu corrispondente da Berlino proprio negli anni dell’ascesa del nazismo, nella sua “Storia del Terzo Reich” (Torino, Einaudi 1962) racconta un episodio avente come protagonisti degli operai edili: questi, mentre pranzavano con le gavette piene, ridevano e facevano commenti sulla “libertà” della quale potevano godere prima del nazismo definendola “la libertà di morire di fame”.

17 Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933, Milano, Feltrinelli 2019.

18 Götz Aly – Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo – 2007, Torino, Einaudi.

20 Daniel Jonah Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler – I tedeschi comuni e l’olocausto, Milano, Mondadori, 2017.

21 Quindi, contrariamente a quanto viene detto nella succitata presentazione della Einaudi, ci fu anche, da parte dei tedeschi “gente comune”, una attiva partecipazione al massacro, secondo Goldhagen.

22 Concorrenza sleale, film di produzione italo-francese del 2001 diretto da Ettore Scola.

23 Su questo posso portare anche una mia testimonianza personale; ho ancora in mente la prima pagina del mio sussidiario di prima elementare che raffigurava un soldato italiano nell’atto di tagliare una pagnotta per dividerla con un bambino. Il bambino era in evidente difficoltà, con gli abiti un po’ stracciati e palesemente affamato; il testo che accompagnava l’immagine non lo ricordo, ma sosteneva il mito della “bontà” del soldato italiano (notare l’uso del singolare, come se tutti i soldati italiani fossero stati uguali) anche in guerra.

24 Basta mettere sul motore di ricerca Google la stringa “campi di concentramento italiani” e si accede a molte informazioni. Una sintetica descrizione si trova, per esempio, qui: https://www.anpi.it/libri/prigionia-internamento-concentramento-e-sterminio-i-campi-italia. Non erano tutti indotti, dopo il 1943, dall’occupazione tedesca: avevamo già cominciato nelle colonie ancora prima della guerra. E, anche se è facile dare la colpa ai tedeschi dell’unico campo di sterminio “ufficiale” in Italia (la Risiera di San Sabba), questo non cancella le colpe dell’Italia.

25 Mentre Tito, per mantenere la coesione nei suoi reparti, trasportava al proprio seguito, con gran fatica e grandi sofferenze, i feriti e i malati. Si veda, per esempio, Frederic W. Deakin, La montagna più alta – L’epopea dell’esercito partigiano jugoslavo, Torino, Einaudi, 1972, il quale riporta (Pag. 42): “Fin dall’inizio, il nemico attuò una politica di deliberato sterminio dei feriti e dei malati, come mezzo per fiaccare il morale delle bande partigiane, colpendone le radici. Nei bollettini giornalieri delle unità tedesche e italiane l’uccisione dei feriti veniva riportata come un successo militare”.

26 Si veda ancora il citato libro di Richard J. B. Bosworth, in particolare le Pagine 169-170. Inoltre le violenze che, sia pure in modo sfumato, sono riportate nella mini-serie televisiva “M”, prodotta da Sky, non sono esagerazioni ma una pallida rappresentazione di cose veramente accadute.

27 Solo sulla corazzata “Arizona”, colta all’attracco insieme a molte altre (era domenica e non erano state prese precauzioni speciali), ci furono 1.177 morti tra militari e Marines sui 1.512 imbarcati; si veda, per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_USS_Arizona. Dopo la guerra sorse una polemica perché alcuni sostennero che Roosevelt aveva intenzionalmente e subdolamente sottratto informazioni al popolo americano al fine di favorire lo scoppio della guerra, che lui solo voleva. Sono stati scritti libri su questo, io ne ho letto uno: Il giorno dell’inganno – La verità su Pearl Harbor, di Robert B. Stinnett, Milano, Il Saggiatore, 2001. Non mi è parso ben argomentato e, soprattutto, attentamente documentato, ma questa è una mia opinione

28 Gian Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e Ministro degli Esteri dal 1936 al 1943, quindi in una posizione privilegiata per essere informato. Fu condannato a morte per aver votato l’ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943; la sentenza fu eseguita l’11 gennaio 1944. Si veda, per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Galeazzo_Ciano.

29 Damiano Damiani (1922-2013), prolifico regista italiano, “impegnato” nel senso che molti suoi film erano opere di denuncia civile (si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Damiano_Damiani). Il suo documentario è stato prodotto dalla RAI (per la serie di trasmissioni “Finché dura la memoria”) ed è stato realizzato a 34 anni di distanza dagli eventi (dunque 1979); è liberamente visibile online, perlomeno attraverso Raiplay.

30 In realtà, anche se è passato alla storia in questa veste, il comando non era nelle mani di Skorzeny, che ufficialmente partecipava alla missione come osservatore. Furono le sue manovre e artate comunicazioni che lo fecero poi accreditare come il responsabile della liberazione di Mussolini; si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Otto_Skorzeny e https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Quercia.

31 Per Piazzale Loreto si deve far riferimento a due eventi, non a uno solo: quello più noto che riguarda i cadaveri di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di altri alti gerarchi fascisti fucilati, è del 29 aprile 1945. Questo, però, era stato preceduto, il 10 agosto 1944, dall’esecuzione sommaria di 15 ostaggi presi dalle carceri fasciste come rappresaglia per un’attentato avvenuto a Milano pochi giorni prima. L’esposizione dei cadaveri, scompostamente ammucchiati, fu attuata come feroce monito alla popolazione (secondo alcune testimonianze furono fermati anche i tram del servizio pubblico e i passeggeri fatti scendere per assistere). Si veda https://www.milanolibera.it/storie/piazzale-loreto-10-agosto-1944/, che riporta quasi integralmente il “Promemoria urgente per il Duce” del capo della Provincia di Milano, Parini, con la sua descrizione dei “particolari del gravissimo episodio”.

33 Per quanto lo riguarda, il regista dice che lui andò via molto presto e che, per la prima volta, ebbe paura della vita che lo costringeva ad assistere a una scena come quella.

34 Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, del quale facevano parte le 5 organizzazioni politiche più strutturate e più rappresentative: socialisti, comunisti, democristiani, liberali e Partito d’Azione.

36 La fucilazione di Mussolini è ufficialmente attribuita al “Colonnello Valerio” (nome di battaglia del comandante partigiano Walter Audisio); verso la fine del millennio (ma posso quasi solo richiamare i miei ricordi, dovevano essere gli Anno ‘80 o ‘90 del Secolo scorso) un giornalista propose una versione alternativa, con una fucilazione avvenuta due volte, con la seconda volta come messa in scena per non rivelare che, in verità, Mussolini era stato fucilato un po’ prima del momento ufficiale. Non mi risulta che ci siano stati echi importanti e conferme di questa versione alternativa; questa, comunque, non cambia niente rispetto alla storia complessiva degli eventi ma può essere interessante la ripresa che ne fa “la Nazione”, quotidiano di Firenze, in un articolo del 27 aprile 2024, si veda https://www.lanazione.it/firenze/mussolini-arrestato-b4f6be8e.

37 Sulla complessità la mia associazione (ARPA-Firenze APS) ha organizzato un convegno il 12 ottobre 2024 nel quale si è cercato di approfondire la natura dei fenomeni complessi rispetto alla concezione meccanicista corrente, basata sul rapporto univoco di causa-effetto. La documentazione degli interventi degli esperti intervenuti (dopo un’introduzione generale sono intervenuti un filosofo, un sociologo, due medici e una pedagogista) si trova, liberamente accessibile, sul nostro canale Youtube all’URL https://www.youtube.com/@arpafirenzeaps7883/videos.

38 Si veda quanto riportato nella Nota 1.

39 La rivolta antisovietica in Ungheria nel 1956, repressa con la forza dall’esercito dell’URSS; si veda, per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_ungherese_del_1956.

40 Un film interessante che tratta questo argomento è “Lo Stato contro Fritz Bauer”, Germania 2015, diretto da Lars Kraume e di soggetto biografico sulla figura del procuratore Fritz Bauer. Bauer era un tedesco cacciatore di nazisti il cui lavoro portò, tra l’altro, all’arresto di Adolf Eichmann da parte dei servizi segreti israeliani e al processo di Francoforte (1963-1965), il primo processo celebrato in Germania contro criminali di guerra nazisti (in particolare crimini commessi ad Auschwitz).

41 Un suo motto era: “Lotterò con tutte le mie forze E negozierò con tutte le mie forze”.

42 Si veda, per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Legione_spagnola. Per la posizione assunta, ai tempi della guerra civile spagnola, dal “poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico” Miguel de Unamuño, che nel suo ultimo discorso si scagliò proprio contro il motto della Legione, si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Miguel_de_Unamuno.

43 Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina 1957.

44 Milano, Feltrinelli 1962.

45 Su questi due personaggi non ho inserito note specifiche per non appesantire il discorso, dato che non posso approfondirlo. Comunque basta mettere sul motore di ricerca “Google” le voci “Danilo Montaldi” e “Ruggero Zangrandi” e si trovano molte indicazioni utili

46 La questione del risorgere dei fascismi oggi è molto importante ma entrarci aprirebbe un tema almeno altrettanto vasto di quello che sto chiudendo qui, quindi devo rimandare a un’altra occasione.

47 Oscar Wilde diceva che esiste sempre una soluzione semplice a un problema complesso: è quella sbagliata.