L’Italia, come tutti i popoli, non potrà divenire nazione (…) finché ognuno nella sua sfera non faccia il suo dovere (…). Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuole forza di volontà, e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere, onde, per dirlo con una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino italiani dotati di alti e forti caratteri.

Massimo D’AZEGLIO, 1798-1866, scrittore, politico, patriota, “I miei ricordi“, 1867, citato da Corrado Augias, Il carattere degli italiani, rubrica ‘lettere’, ‘la Repubblica’, 21 dicembre 2014 (l’estratto si riferisce al capitolo ‘Origine e scopo dell’opera’, edizione digitale Intangible Press, 2012, posizione 50 e segg). Anche in ‘Mixtura’, 23 dicembre 2014.

AGGIORNARE D’AZEGLIO (mf)

Milano, una trentina di anni fa. Villa degli Arcimboldi, all’epoca collocata all’interno della proprietà Pirelli di viale Sarca. Una giornata di seminario con i manager della società.

Entro in sala con il solito abbondante anticipo per controllare che tutto sia organizzativamente in ordine. Sedie perfettamente allineate, vuote, in attesa dei partecipanti. Ogni strumentazione al suo posto. Do un’occhiata a 360 gradi. Vengo invaso da un’immagine arabescata che si ripete, ossessivamente, su ogni parete. Guardo e riguardo. Stranito. Spiazzato. Incredulo. Avverto una specie di soffocamento alla gola. Dentro rombi di un verde scuro che si ripetono all’infinito sulle quattro pareti, compare una scritta compulsiva in giallo oro, a caratteri cubitali. Il messaggio ‘DOVERE’ è alternato con un ‘SEMPRE’ negli stessi caratteri tipografici e dentro rombi simili ai precedenti. Mi si blocca ogni pensiero. L’atmosfera prodotta è un misto persecuzione, di straniamento, angoscia.

Avvolto da ogni lato da questa prescrizione opprimente, inquietante, esasperante, mi sento prigioniero: sono entrato senza saperlo in una gabbia senza uscite. Prima provo un lancinante desiderio, incomprimibile ma ovviamente impossibile, di fuga. Poi devo dominare la voglia di avvicinarmi alle pareti e sfregiare con un pennarello le prime scritte che mi capitano a tiro contenute in ogni rombo. Dovere dovere dovere. Sempre sempre sempre. Ovviamente trattengo ogni pulsione: decido di obbligarmi a guardare altrove, ma fatico a farlo, perché sono catturato dal fascino perverso di quelle scritte. E poi non so dove gettare lo sguardo: la sala è tutta nelle pareti e nei loro rombi incombenti. Per fortuna, presto arrivano i partecipanti e sono costretto a distrarmi. Convenevoli, saluti, presentazioni. Rientro nel ruolo di consulente. Davanti a me ho tutto quello che serve per il mio intervento. Inizio: sono concentrato sul tema che sto affrontando e sui partecipanti che ho davanti. Finalmente mi dimentico delle pareti.

Questo ricordo, vivido e ancora adesso angoscioso, mi scatta in testa, in automatico, alla lettura del testo di Massimo D’Azeglio. Certo, c’è stato un passato molto passato (i rombi della Pirelli si rifanno a un’età ben anteriore a quella in cui si teneva il seminario), in cui l’‘etica del dovere’, non a caso sinonimo dell’‘etica del sacrificio’, dominava la vita di tutti. Sembra impossibile crederlo: oggi che l’Io è il nuovo (D)io. Oggi che i ‘DIRITTI’ (sempre, tutti: e ogni giorno ne inventiamo uno nuovo) sono alla guida delle nostre società e, anche per questo, il nostro ‘con-vivere’ è diventato sempre più un faticoso e aggressivo ‘contro-vivere’. Eppure così è stato.

Non dimenticare serve a capire la reazione uguale e contraria: ogni troppo, direbbe la nonna, stroppia. Si muore sotto il peso soffocante del dovere, che sacrifica l’io in nome del contesto, gli altri, il noi collettivo. Ma si muore anche per lo sfarinamento esponenziale di una comunità in cui troppi io non sanno, e non vogliono, stare alle regole del sociale, innalzando continui cartelli che legittimano come diritti la spinta ossessiva ai bisogni/desideri/capricci di ogni singolo.

Bisognerebbe imparare a regolare il binomio dovere/diritti. Diminuirne la polarizzazione. Capire che la soluzione sta in un ‘et-et’ equilibrato, abbandonare l’‘aut-aut’ che distrugge il positivo intrinseco in ogni polo della coppia. In una parola, recuperare anche Massimo D’Azeglio: adattandolo all’oggi. Senza gettare via le sane e irrinunciabili conquiste prodotte dai diritti, ma accettando anche la ‘giustezza’, e la potenza operativa, del richiamo al dovere, anche come formatore di carattere.

Forse si tratta pure di aggiungere alla coppia un altro termine: responsabilità, nella doppia accezione di ‘verso le persone’ e ‘verso la società’. Perché si incarni finalmente in una prassi finora poco sufficientemente praticata e invece capace di dare forza e senso ai due poli dovere/diritti: diminuendone la contrapposizione e favorendone una maggiore armonia.

Insomma: ampliamo il numero dei rombi, manteniamo pure la scritta dovere, togliamo magari l’avverbio sempre, ma aggiungiamoci anche diritti e, soprattutto, in qualche rombo più grande, scriviamo responsabilità. Un senso di liberazione/libertà si sostituirà al senso di soffocamento. E, soprattutto, ci daremo una bussola più utile per indirizzare lo spirito del tempo di questi tempi.

Massimo Ferrario

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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!