Alessia Bottone ha visto una immagine e non ha saputo togliersela dalla testa: persone che si fanno selfie davanti alle bare, che si infilano dentro il dolore altrui con lo smartphone alzato. Non è un’invenzione. Accade. Ed è da lì, da quella scena reale, da quel disagio preciso, che nasce La banda muta, il suo nuovo cortometraggio. Un lavoro che sta riscuotendo molta attenzione e che ha vinto il Bando Imaie e altri riconoscimenti.

Il tema che attraversa questa conversazione è antico, ma ha preso una forma che prima non aveva. Il rapporto fra gli esseri umani e la morte, nell’epoca della visibilità permanente, non è più una questione privata né soltanto rituale. È diventato qualcosa di più strano: uno spazio in cui ci si rappresenta, ci si misura, ci si rende visibili. Sta assumendo una nuova ritualità che sembra esserci distante, a parole ma non nelle pratiche.
L’antropologia del lutto ha sempre registrato come le società umane costruiscano riti attorno alla morte per renderla sopportabile. Funerale, processione, cordoglio pubblico sono dispositivi culturali che trasformano la perdita in un atto collettivo, che danno forma a qualcosa che altrimenti resterebbe informe. Ma questi riti avevano anche una funzione di contenimento. Tenevano il dolore in uno spazio definito, separato dalla vita ordinaria. La morte chiedeva sospensione, ritiro, silenzio. Heidegger vedeva nell’Essere-per-la-morte – nel riconoscimento autentico della propria finitudine – una condizione necessaria per non vivere dispersi, ridotti alla chiacchiera.

La morte, nel suo pensiero, non è un fatto che capita agli altri: è la struttura stessa dell’esistenza.
Quello che Bottone osserva è il contrario. La morte come “chiacchiera”. Non nel senso del pettegolezzo, ma nel senso tecnico che Heidegger dava al termine Gerede: il linguaggio che circola senza radicarsi, che riempie il silenzio senza dire nulla, che produce presenza pubblica invece di comprensione. Il selfie al funerale è una forma di Gerede visivo.
Bauman aveva scritto che le società contemporanee sono ossessionate dalla morte proprio perché non sanno come affrontarla. Le strutture religiose e comunitarie che un tempo la contenevano si sono indebolite; al loro posto è rimasto un vuoto che la cultura di massa prova a riempire con rumore. La morte fa paura non perché sia nuova ma perché siamo rimasti senza gli strumenti simbolici per abitarla.
Ma c’è un livello ancora più radicale, che la tecnologia ha reso pensabile e non solo metaforicamente. Mark Fisher, nel suo lavoro sui fantasmi e sulla temporalità del capitalismo tardivo, parlava di una cultura incapace di lasciar andare il passato, intrappolata in un presente che ricicla forme già morte senza riuscire a produrne di nuove. Il Capitalist Realism è anche questo: un sistema che non riesce a immaginare la propria fine, e quindi non riesce a immaginare la fine di nulla. In questo senso la tecnologia non è solo uno strumento per documentare la morte ma è diventata il luogo in cui si tenta di negarla strutturalmente. I profili social dei morti che continuano ad esistere, gli algoritmi che li reintroducono nelle timeline come se fossero ancora presenti, i chatbot addestrati su conversazioni di persone scomparse per simularne la voce: sono tutti tentativi di fare ciò che la religione faceva con l’aldilà, ma con un’interfaccia. La promessa implicita della tecnologia, compresa l’IA, è che la morte possa diventare un problema tecnico, quindi risolvibile.
La fantascienza lo ha raccontato da decenni, spesso con più lucidità della filosofia. In Black Mirror i morti vengono ricostruiti digitalmente dai messaggi che hanno lasciato online; in Blade Runner gli androidi si fabbricano ricordi per darsi l’illusione di un’origine, di un passato che non hanno avuto. La questione non è mai davvero la macchina: è sempre l’umano che non tollera il limite, che cerca nel dispositivo un’estensione della propria volontà di sopravvivere. Fisher avrebbe riconosciuto in tutto questo la struttura del perturbante freudiano – il ritorno di ciò che volevamo seppellire, reso possibile proprio dagli strumenti con cui pensavamo di controllarlo.
I social media si iscrivono in questa genealogia.
Non sono solo piattaforme di comunicazione: sono infrastrutture di persistenza.
Tutto ciò che vi si deposita, una foto, un commento, un’interazione, continua ad esistere oltre chi lo ha prodotto. Bottone lo dice chiaramente: il bisogno di appropriarsi della morte dell’altro era già nei commenti al funerale, già nell’Eduardo De Filippo che immaginava il morto in ascolto di tutto ciò che gli altri dicevano di lui. La piattaforma ha cambiato scala e velocità, non la struttura del problema. Ha dato a quel bisogno un palcoscenico globale e una metrica – i like – capace di quantificare la performance del cordoglio.

Quello che lei chiama “perdita dell’eleganza del silenzio” è, in fondo, la crisi di un certo modo di stare di fronte a ciò che non può essere risolto. La morte è l’unica cosa che non si può ottimizzare, condividere davvero, trasformare in contenuto. Eppure, proviamo lo stesso. E in questo tentativo di esorcismo, perché di questo si tratta, si rivela qualcosa su come stiamo: la solitudine, la frustrazione, il bisogno di conferme che Bottone individua come radice di tutta questa ipervisibilità. La tecnologia non ha creato quella paura. Le ha solo dato un posto dove andare. Abbiamo incontrato Alessia Bottone per dialogare sul suo lavoro e sul tema.
Da dove nasce La banda muta? Che cosa ti ha colpito del racconto originale di Savatteri, tanto da spingerti a farne un corto?
“Nasce da un insieme di elementi. Nonostante il mio accento, ho origini del Sud: mio padre è napoletano, mia madre ha origini siciliane, di Messina. Dopo il primo film che ho fatto, La Napoli di mio padre, dedicato a una Napoli onirica, ho sempre sentito il desiderio di scrivere qualcosa sulla Sicilia.

Stavo già facendo ricerche legate alla mia famiglia, in particolare ai miei bisnonni, arrivati a Messina con il terremoto del 1908. Pensavo però a un lungometraggio, perché dopo tre corti volevo iniziare a guardare avanti, almeno a livello di sceneggiatura.
Poi mi è stato proposto il racconto La banda muta. È stato Pironi, l’attore, a dirmi: “Leggiti questo monologo di Savatteri, prova a vedere se ti piace, magari ci fai un corto”. All’inizio ero un po’ reticente, perché un corto richiede comunque tanto lavoro. Però, dopo aver letto il racconto, mi piaceva molto e ho pensato che potesse funzionare bene, anche per un bando.
Mi interessava anche perché, da giornalista, stavo seguendo vari casi di cronaca legati a quello che chiamo “turismo del dolore”: persone che vanno a farsi selfie nei luoghi delle tragedie, come Rigopiano, oppure davanti alle bare, come nel caso di Costanzo o del Papa. Mi ha molto colpito questo bisogno di mettersi sempre in mezzo, di inserire la propria immagine anche dentro il dolore degli altri.
Da lì ho collegato il racconto di Savatteri a questo tema. Ho pensato che si potesse raccontare una storia che, pur romanzata, nasce da qualcosa di reale: una persona che aveva assistito a certe scene durante un funerale ed era rimasta sconvolta. Io mi ispiro sempre alla realtà, poi naturalmente assemblo e trasformo gli elementi narrativamente.”

Come hai lavorato sul suono e sul silenzio per rendere presente una banda che, di fatto, è muta?
“È stato un lavoro molto particolare, perché volevo rendere il concetto stesso di “banda muta”. L’ho fatto già dalla locandina: “banda” è in corsivo, mentre “muta” è in stampatello maiuscolo, proprio per creare una dissonanza tra la banda e il silenzio.
Poi mi sono confrontata con le immagini d’archivio: c’erano queste bande che passavano e mi sono chiesta come trattarle. Dovevo mettere la musica oppure no? In alcuni momenti l’ho tolta di colpo, proprio per far sentire il silenzio: si vede la bacchetta del direttore che dirige una banda, ma non si sente nulla.
Il corto gioca molto sui silenzi, sui primi piani, sulle sensazioni. Per la banda abbiamo lavorato ricostruendo i suoni con un lavoro di VFX e sound design. Non sentiamo la musica, ma solo i passi, lo sbattere degli strumenti contro le gambe, magari il tamburo o il triangolo.
Questi suoni arrivano quasi a suggerire una domanda: è successo davvero? È qualcosa di onirico, una leggenda, una realtà? Savatteri parla di questa banda muta, ma noi non sappiamo se sia vera o no. Anche la chiusura del film, con la pellicola che brucia, va in questa direzione: resta il dubbio su ciò che abbiamo visto.”
Hai usato immagini d’archivio e documentarie, ma lasciando il dubbio sulla verità di ciò che vediamo. È così?
“Esatto. Ho usato immagini d’archivio e un linguaggio documentario, ma non sappiamo davvero se quella banda sia esistita o meno.
Non ho voluto chiederlo nemmeno a Savatteri. Ci ho parlato, ma ho preferito non domandarglielo. Mi piaceva restare in quella sospensione. So che il corto gli è piaciuto, e per me era importante, perché io di solito scrivo e giro testi miei, mentre qui stavo intervenendo su un suo racconto. Alla fine, è andata bene.”
Nelle note di regia parli della “perdita dell’eleganza del silenzio”. Che cosa intendi?
“Mi riferisco al bisogno continuo di mettere noi stessi al centro: il selfie davanti al monumento, il selfie davanti al morto, la necessità di commentare, di avere sempre un’opinione, di dire la propria, di avere ragione.
Nel corto Manfredi dice una cosa molto importante: “Avreste anche potuto non dire nulla, sarebbe stato meglio.”
Forse il silenzio sarebbe stato più rispettoso. Forse sarebbe stato persino più onesto non andare a un funerale, se non lo si sente davvero, piuttosto che andarci e fingere un dolore o un interesse che non esistono.
A volte anch’io ho scelto di non andare a certi funerali perché non li sentivo. E forse questo è più onesto che essere presenti solo per recitare una parte.”

Che cosa rappresenta per te l’immagine paradossale di una banda muta, che accompagna un funerale senza suonare?
“Non voglio idealizzare il passato, né dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. Il lutto, in passato, era spesso qualcosa di molto rigido, ostentato, persino impositivo. Per esempio, le donne erano obbligate a vestirsi di nero per lunghi periodi, e la musica era vietata. Non voglio recuperare quel tipo di oppressione. Però conosco bene il rito funerario del Sud, diverso da quello del Nord. A Napoli, per esempio, esistevano processioni in cui si abbassavano le serrande dei negozi in segno di rispetto. Mi colpisce molto questa sospensione. Ricordo mio fratello, da piccolo, durante una processione: guardò fuori e disse che nessuno suonava il clacson, anche se la strada era bloccata. Era come se tutti si prendessero un momento per rispettare qualcosa. Oggi siamo tutti di fretta. Posso capirlo, lo vivo anch’io, ma credo che alcune cose vadano oltre la fretta. Abbiamo sfiorato la follia anche davanti a ciò che dovrebbe essere sacro, al di là del credo religioso. Se siamo arrivati fin lì, mi chiedo che cos’altro possa ancora succedere. Questa cosa mi inquieta.”
Come sono cambiati, secondo te, il lutto e il commiato dopo l’impatto dei social?
“Non voglio giudicare il modo in cui le persone scelgono di vivere il lutto. Ci sono stati funerali di ragazzi molto giovani in cui i familiari hanno scelto di mettere la loro canzone preferita o persino di ballare. Credo che ognuno debba poter decidere come gestire il proprio dolore, soprattutto quando riguarda gli affetti più stretti. Il punto che mi interroga è il bisogno di condividere. Mi domando quale sia il senso di certe condivisioni. Non ho una risposta definitiva. Anche a me è capitato, dopo la morte di mio nonno, di fare un post. Ma l’ho fatto per dire che per qualche giorno non volevo essere bombardata da richieste, email, messaggi. Ho pubblicato una foto legata alla mia famiglia e ho scritto che mi prendevo tre giorni off. Era quasi una richiesta di silenzio, non una ricerca di visibilità.
Altri tipi di messaggi, invece, mi inquietano. Mi preoccupa il bisogno di essere sempre al centro dell’attenzione, anche nel lutto. Il mio corto non vuole dare risposte, ma porre una domanda: che cosa ci sta succedendo? Perché abbiamo questo bisogno continuo di riconoscimento, di like, di presenza pubblica, anche davanti alla morte?”
Nel film sembra che il problema non sia solo come moriamo, ma come gli altri usano la nostra morte per raccontare sé stessi. Questo cambiamento c’era già o è stato prodotto dai social?
“Secondo me c’era già. Mi piace citare Eduardo De Filippo, che amo molto. In una sua commedia c’è un personaggio morto che si infila dentro il teatro e ascolta tutto quello che gli altri dicono di lui. È una situazione bellissima e molto significativa.
C’è una frase che mi ha colpito molto: “Certo che bisogna anche saper morire, non è che si può morire così e basta”. Come se qualcuno fosse morto nel giorno sbagliato, e in un altro giorno sarebbero venute più persone. È un commento che mi ha raggelata.
Questo per dire che non è solo una questione di social. È qualcosa che esisteva già. È cambiato il mezzo con cui ci si appropria della morte dell’altro: prima con la presenza fisica, con i commenti, con le chiacchiere, oggi anche attraverso i social. Il punto è che l’altro non può rispondere, perché è morto. E quindi la sua morte diventa un luogo su cui gli altri proiettano sé stessi.”
Dove passa, secondo te, il confine tra condividere sinceramente un dolore e trasformarlo in una performance pubblica?
“È una domanda che mi sono posta personalmente. Quando è morto mio nonno mi sono chiesta se avesse senso pubblicare qualcosa. Nel mio caso, però, il post era una richiesta di non essere contattata, nemmeno per le condoglianze. Era un bisogno di silenzio. Non credo di poter dire io dove sia il confine. Ognuno deve scavare dentro di sé e chiedersi perché sta facendo una certa cosa.
Me lo chiedo anche rispetto al mio lavoro: faccio la regista perché mi piace davvero o perché voglio essere al centro dell’attenzione? Mi sono posta il dubbio, e la risposta che mi sono data è che lo faccio perché mi piace. Certo, poi c’è un’esposizione pubblica, le interviste fanno piacere, gli articoli anche. Ma non deve essere l’ego il motore principale. Secondo me il confine è dentro ciascuno di noi. Ognuno deve indagare il proprio.”
Che cosa vorresti che rimanesse in chi guarda il corto?
“Vorrei che rimanesse una riflessione sul tema dell’ego, che secondo me è molto attuale. Vorrei che chi guarda il corto si interrogasse sul proprio confine personale e sul motivo per cui cerchiamo sempre di appropriarci anche di ciò che appartiene agli altri.
Questo può accadere con l’invidia, con commenti fuori luogo, con il bisogno continuo di postare, condividere, dire la propria. Non si tratta di puntare il dito contro gli altri, perché in quello siamo tutti molto bravi. Si tratta piuttosto di guardare dentro di noi.
Dobbiamo capire dove sta il nostro confine e anche il nostro benessere. Se una persona sta bene condividendo sui social, va bene. Ma se quella condivisione non porta a nulla, o fa male agli altri, forse bisogna fermarsi un attimo e ragionare.”
Secondo te, dietro la troppa condivisione sui social c’è anche una profonda solitudine?
“Una solitudine che nasce dal non stare bene con sé stessi. Secondo me affonda le sue radici in una mancanza di amore, non inteso necessariamente come amore di coppia, ma come amore per le cose che si fanno. Siamo tutti molto frustrati. Tante persone non sono riuscite magari a fare il lavoro che desideravano. C’è anche una sensazione di precarietà sotto tanti punti di vista. Persino il viaggio non è più vissuto solo come piacere e scoperta, ma con paura. In vent’anni ho visto cambiare molto il rapporto con la libertà, con la possibilità di viaggiare, di conoscere il mondo. Una volta si respirava di più un’atmosfera di condivisione, penso all’Erasmus, all’Unione Europea, alla possibilità di imparare lingue per parlare con più persone. Oggi invece abbiamo tutti un grande bisogno di attenzioni e conferme, e spesso le cerchiamo nel modo più sbagliato possibile.”
Oggi sembra esserci anche molto odio e molta rabbia diffusa. È qualcosa che ti colpisce?
“In questo momento sembra che ovunque ci si giri ci siano odio e rabbia diffusi. Mi sembra che dia fastidio vedere qualcuno che, nel bene o nel male, prova ad andare avanti e a cercare il bello. È come se questa rabbia dovesse coprire tutto. Questa cosa mi spaventa.”
Che rapporto hai con l’idea di consapevolezza e con il tema della morte?
“Credo che certe esperienze possano dare una consapevolezza diversa. Leggevo Marco Aurelio, che parlava del concetto della morte: la morte esiste anche per renderci più consapevoli della vita. Se non esistesse la morte, forse vivremmo tutti i giorni allo stesso modo. Invece sapere che il tempo è limitato può darci fame di vita, il desiderio di vivere davvero i giorni che abbiamo, senza sapere quanti ne siano previsti per ciascuno di noi. Però bisogna volerla, la consapevolezza. Altrimenti si resta fermi.”