Concentrazione economica, intelligenza artificiale e il lavoro gratuito dei consumatori. 

L’intelligenza artificiale non inaugura la sostituzione del lavoro umano, accelera un processo iniziato da tempo. Ma accanto all’automazione operano altre due dinamiche: la concentrazione delle attività economiche e il trasferimento di lavoro retribuito ai consumatori che lo svolgono gratuitamente. Queste forze stanno ridisegnando il rapporto tra lavoro, reddito e domanda. 

Anni fa, al mercato della Vucciria di Palermo, mi colpì un episodio: avevo fame ed entrai in una salumeria per comprare un panino ripieno. Il salumiere affettò il prosciutto, tagliò il formaggio e infine chiese a me il panino. Davanti al mio stupore rispose che lui non vendeva pane ma che avrei potuto comprarlo dal panettiere poco più avanti e me l’avrebbe farcito. In sostanza il mercato palermitano manteneva una rete di rapporti di sostenibilità economica grazie ai quali tutti lavoravano, e quindi guadagnavano, specializzandosi. E nessuno era motivato a carpire le competenze, e i clienti, di un altro operatore. Un sistema sicuramente chiuso che però distribuisce lavoro e reddito. Il soggetto sfavorito nell’immediato sembrerebbe il consumatore che deve sopportare il sacrificio di comporre il proprio panino a pezzi e forse pagando di più. Se voleva anzi aggiungere una fetta di pomodoro avrebbe dovuto distribuire ricchezza anche al fruttivendolo. Una cosa impensabile laddove domina la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) che, peraltro, nemmeno garantisce la farcitura del panino. Nel “sistema Vucciria” invece sul prezzo complessivo del panino ci guadagnano più operatori, ma il consumatore è davvero svantaggiato? Se è vero che il panino gli costa di più, o ci vuole più tempo per comporlo, è anche vero che se possiede una casa o un negozio di abbigliamento, il salumiere potrà pagare il canone di locazione e il panettiere potrà comprare dei jeans perché conserveranno il proprio lavoro e potranno a loro volta consumare. Un meccanismo forse meno efficiente, più costoso per il consumatore ma che distribuisce ricchezza. Anche al consumatore. 

Niente di nuovo: anche le grandi piattaforme di vendita online al pari della GDO hanno accorciato la filiera produttore/distributore/rivenditore finale e accorpato più operatori in un unico macrosoggetto. Dove prima guadagnava il produttore e la serie intermedia di distributori e corrieri fino al rivenditore finale, solitamente piccolo, ora abbiamo una filiera meno numerosa con operatori tra loro diversi per dimensioni e forza e che finisce per attribuire un enorme potere contrattuale alla piattaforma nei confronti degli anelli piccoli della catena: al pari dei piccoli fornitori di componenti o semilavorati per le grandi multinazionali, sono costretti ad accettare condizioni sempre più gravose pur di non perdere la commessa.

So che non è affatto facile chiedere ai consumatori di pagare di più un bene o perdere più tempo per acquistarlo solo per contrastare una cosa astratta come la progressiva concentrazione delle attività economiche anche se, alla lunga, il costo di questo processo ricade su tutti. A meno che non si sia miliardari. È molto difficile rinunciare a dei vantaggi immediati per il rispetto di un principio altrettanto astratto come il buon funzionamento di una rete di relazioni economiche. Eppure le sirene del risparmio, del lavorare meno e della comodità sono irresistibili, tanto che il consumatore da un lato perde di vista legami economici anche di prossimità in cambio della soddisfazione di risparmiare o di camminare meno, dall’altro finisce per non rendersi subito conto delle conseguenze indirette finché non gli capitano tra capo e collo. Ci mettono un po’ ma arrivano e si traducono in una riduzione della quantità di lavoro disponibile. 

Sembrerebbe infatti che il lavoro stia davvero per finire – e non nel modo relativamente fiducioso immaginato da Jeremy Rifkin alla fine degli anni Novanta, che vedeva nella tecnologia la possibilità di una società con meno lavoro e nuove forme di attività. Forse più drammaticamente, come invece suggerivano Claus Offe e Rolf Heinze in Economia senza mercato, interrogandosi sulle conseguenze economiche e sociali della progressiva perdita di centralità del lavoro salariato. 

C’è un altro elemento che promette, almeno in apparenza, rapidità e autonomia: il trasferimento all’utente-consumatore di una quota di lavoro retribuito che viene ora svolta gratuitamente. Questo fenomeno rappresenta l’ultima fase di un processo iniziato decenni fa e che George Ritzer descrive come prosumption – fusione dei termini production e consumption – sintetizzata dall’espressione putting the customer to work.  «Dal punto di vista di un capitalista», scrive, «c’è solo una cosa migliore di un lavoratore sottopagato ed è avere qualcuno che fa il lavoro senza essere pagato per niente».

Credo che il modello descritto da Ritzer operi nella stessa direzione della progressiva concentrazione delle attività economiche: da un lato quest’ultima riduce la “biodiversità commerciale” e quindi i posti di lavoro – pensiamo, ad esempio, ai piccoli esercenti e ai loro dipendenti –; dall’altro il trasferimento ai consumatori di attività un tempo svolte da lavoratori retribuiti: fare benzina da soli, usare l’home banking, effettuare il check-in via smartphone; entrambe contribuiscono a ridurre la quota complessiva di reddito da lavoro, sebbene attraverso meccanismi diversi.

E non finisce qui: come osserva il sociologo Antonio Casilli, gli utenti delle piattaforme, pur senza essere riconosciuti come lavoratori, producono continuamente e gratuitamente dati, contenuti e servizi che generano valore economico e vengono utilizzati per addestrare e calibrare i sistemi di intelligenza artificiale, sui quali torneremo.

Ma che fine fa quel reddito che prima veniva distribuito ai lavoratori sotto forma di salari e stipendi e che altri oggi svolgono gratis? Che fine fanno i consumi che derivano da quei redditi?  In altre parole, cosa succede all’economia quando quel lavoro non è più retribuito ma diventa un’attività gratuita del consumatore? Semplice: si concentra nei bilanci delle imprese o dello Stato che hanno sostituito quel lavoro. 

Faccio un esempio: da insegnante precario, per iscriversi alle graduatorie si andava al provveditorato, si ritirava un modulo che andava compilato, poi veniva verificato dalla scuola, poi da un impiegato dell’ufficio ecc. Poi un altro impiegato controllava i titoli, il punteggio, incrociava le preferenze e le disponibilità e assegnava le supplenze. Poi si tornava speranzosi al provveditorato insieme ad altre centinaia di persone (il bar di fianco faceva affari d’oro) per vedere se era stata assegnata l’agognata supplenza. Oggi quel lavoro che coinvolgeva decine di impiegati lo fa il povero precario iscrivendosi alle graduatorie provinciali delle supplenze, recuperando documenti e titoli e controllando tutto da solo (procedura macchinosa) mentre l’assegnazione la esegue un algoritmo. E in cambio riceve solo la speranza di ottenere un incarico. E magari è anche felice perché non è stato costretto ad andare a via Ponte della Maddalena sotto al sole, a passare un’intera giornata insieme ad altri precari, affollandosi davanti un tabellone. Ma è lo Stato che risparmia quegli stipendi. 

Spostiamoci in banca. Tutti ricordiamo come si faceva un bonifico. C’era una persona a farlo, un dipendente retribuito dalla banca. Oggi si fa con il cellulare. Oggi noi facciamo gratis il lavoro di quel dipendente. Quella che è scomparsa è la filiale con i suoi contratti di lavoro. Anche qui, uno di quegli impiegati prendeva il caffè nel vostro bar, affittava la vostra casa, comprava i vestiti nel vostro negozio come ben sanno, ad esempio, cittadini e commercianti di molte località turistiche dove il personale residente o fuori sede  di banche e assicurazioni costituiva un’importante alternativa per l’economia locale. Peraltro, personale formato e generalmente di buon reddito. E chi si avvantaggia è, manco a dirlo, la banca. 

Eppure siamo tutti contenti di non dover fare più quella fila, anche se rappresentava il nostro piccolo contributo perché il sistema economico continuasse a distribuire reddito lungo la filiera. Questo trasferimento dal lavoro retribuito a quello gratuito è avvenuto senza porci troppe domande: ovvio, come obbedire a una legge di natura che sicuramente avrebbe portato benefici a tutti.

Il vantaggio immediato del risparmio di tempo e denaro ci fa perdere di vista il costo collettivo e differito.

Eppure questo modello che produceva continui incrementi di produttività senza che vi corrispondesse un analogo aumento dell’occupazione venne presentato come l’alba di una nuova era di benessere, e al consumatore, che non doveva più fare la fila o poteva pagare meno il proprio smartphone, andava bene così. 

Non abbiamo già sentito questa storia? Quella della tecnologia che genera necessariamente lavoro e ricchezza per tutti? A me ricorda il clima di fiducia ottocentesco, l’epoca delle esplorazioni, dell’espansione industriale. Lo stesso clima che, forse, condizionò economisti come Jean-Baptiste Say e la sua legge degli sbocchi: “è l’offerta che crea la propria domanda”. In un mondo tutto da scoprire e sfruttare perché la domanda dovrebbe ridursi? Produrre di più significherebbe creare automaticamente anche il reddito necessario ad acquistare ciò che si produce, niente crisi di sovrapproduzione, niente disoccupazione involontaria prolungata. Keynes ha dimostrato che non è così. Se il reddito non viene distribuito, la domanda può risultare insufficiente e l’economia può entrare in una fase di stagnazione anche continuando ad aumentare la propria capacità produttiva.

L’elemento di rivoluzione tecnologica oggi è l’intelligenza artificiale. Come si interfaccia con la concentrazione della ricchezza e delle attività economiche, la crescita senza occupazione o il trasferimento di lavoro gratuito al consumatore? In un certo senso l’IA non inaugura la sostituzione del lavoro umano; rappresenta piuttosto l’ultima fase di un antico processo di automazione che con la Rivoluzione industriale conosce il suo primo sviluppo su larga scala. 

Daron Acemoğlu distingue tra displacement effect, cioè la sostituzione di lavoratori da parte dell’automazione, e reinstatement effect, ovvero la creazione di nuove mansioni complementari alle nuove tecnologie. Il problema, osserva, è che dagli anni Novanta il primo cresce molto più rapidamente del secondo. Un esempio lampante è nel caso dell’home banking: gli amministratori dei sistemi informatici sono una frazione dei cassieri che un tempo popolavano le filiali bancarie; le nuove professionalità non compensano più quelle eliminate.  Non sorprende quindi che il displacement effect tenda a prevalere: imprese e pubbliche amministrazioni sono entrambe incentivate a ridurre il lavoro necessario. A questo processo, che definirei tecnologico-produttivo, se ne aggiunge un altro, più specificamente economico: le imprese e pubbliche amministrazioni trasferiscono progressivamente sul consumatore attività che un tempo erano svolte da lavoratori retribuiti. 

L’intelligenza artificiale non crea questa tendenza: la porta semplicemente a compimento. Quel che invece è nuovo è che per la prima volta nella storia l’automazione non minaccia più solo i lavori manuali e a basso valore aggiunto ma, al momento, soprattutto quelli per cui gli individui hanno studiato, investito su loro stessi, hanno scommesso la propria vita e coinvolto la propria famiglia. 

L’IA completerà l’opera in settori ad alto valore aggiunto: lavoratori dell’audiovisivo, software, analisi dei dati e sistemi digitali, reti, finanza, assicurazioni, professioni, traduzioni, copywriter, servizio clienti, la lista è interminabile. E oltre ad accelerare il processo di sostituzione del lavoro umano dovuto all’automazione, accelera anche il trasferimento sistematico di attività dal lavoratore al consumatore, rendendolo peraltro più efficiente. Oltre che gratuito: un mix letale di IA e trasferimento all’utente di lavoro non retribuito. 

I settori interessati dall’automazione continueranno probabilmente a crescere almeno in una prima fase, grazie ai risparmi sul costo del lavoro. Una parte dei costi, tuttavia, rischia di essere trasferita alla collettività, non solo attraverso le conseguenze sociali della riduzione dell’occupazione, ma anche quando lo sviluppo dell’IA richiede investimenti pubblici nelle infrastrutture digitali ed energetiche. 

E se non si lavora chi paga le tasse?

Il Corriere dell’11 luglio a firma di Federico Fubini pubblica un articolo interessante dal titolo “Tasse, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale: chi le pagherà se i lavoratori sono già sempre di meno?”. Cito testualmente: “l’intelligenza artificiale promette di rendere ricchissimi pochi soggetti quasi impossibili da tassare (chiedere, per credere, a Elon Musk o Jeff Bezos). Ma promette di erodere la base fiscale di tutte le economie avanzate.”

Perché se la gente perde il lavoro non pagherà tasse, almeno quelle sul reddito. Mentre gli straricchi hanno già chiesto e ottenuto un salvacondotto fiscale estremamente ampio, che potrebbe diventare totale.

Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi sugli immigrati, ovvero quelli che svolgono soprattutto lavori manuali e di servizio che, almeno per ora, l’intelligenza artificiale fatica a sostituire. 

Il vero cambiamento strutturale riguarda invece l’erosione dei lavori qualificati, amministrativi e professionali, quelli che per decenni hanno alimentato il ceto medio e la base imponibile. E mentre discutiamo di immigrazione il problema economico è diventato un altro: la progressiva riduzione del lavoro retribuito disponibile. 

A meno che tutto questo non serva a preparare il terreno per una lotta tra ultimi, costretti a contendersi un lavoro nei campi o come fattorino di Amazon. 

 

Bibliografia essenziale

  • Acemoğlu, D., “The Simple Macroeconomics of AI”, Economic Policy, vol. 40, n. 121, 2025, pp. 13-58.

  • Casilli, A. A., “From the Virtual Class to the Click Workers: The Transformation of Work into Service in the Era of Digital Platforms”, MATRIZes, vol. 14, n. 1, 2020.

  • Dasgupta, A. K., La teoria economica da Smith a Keynes, il Mulino, Bologna, 1987.

  • Fubini, F., “Tasse, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale: chi le pagherà se i lavoratori sono già sempre di meno?”, Corriere della Sera, 11 luglio 2026.

  • Keynes, J. M., Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di Terenzio Cozzi, UTET, Torino, 2021.

  • Offe, C., Heinze, R. G., Economia senza mercato, Editori Riuniti, Roma, 1989.

  • Rifkin, J., La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1995.

  • Ritzer, G., Jurgenson, N., “Production, Consumption, Prosumption: The Nature of Capitalism in the Age of the Digital ‘Prosumer’”, Journal of Consumer Culture, vol. 10, n. 1, 2010, pp. 13-36.