All’inizio dell’estate, in tv e sui social sono passate immagini e video aventi come protagonisti politici, o presunti tali, che richiamavano le antiche gesta dei generali e centurioni romani, nonché l’epica dei gladiatori. Tale celebrazione sta riscuotendo un seguito eccezionale, conquistando un numero crescente di proseliti animati dal desiderio di una revanche che restituisca alla “Patria” il prestigio internazionale perduto.

Queste immagini mi ricordano quando io e mio fratello, poco più che infanti, correvamo al cinema vicino casa dove, per poche lire, potevamo assistere, con forte partecipazione emotiva, alle eroiche imprese di Ercole e Maciste e dei Romani che conquistavano terre ad ovest e ad est, ai muscolari combattimenti tra gladiatori e alle peripezie degli Argonauti che dovevano fronteggiare giganti di latta e armate di scheletri. E non è tutto: nello stesso periodo andavano per la maggiore gli spaghetti western, più spaghetti che western, di Duccio Tessari con Giuliano Gemma protagonista. In televisione andavano continuamente in onda film americani in cui le eroiche “giacche blu” (i buoni) sbaragliavano i selvaggi indiani (i cattivi) che, non avendo altro da fare, passavano il tempo a “scalpare” i coloni e a rapire donne e bambini.

Ed era anche il tempo in cui i regali dell’epifania erano pistole e fucili, per la gioia di noi ragazzini che, per gioco, avevamo la possibilità di emulare le imprese degli “sceriffi contro gli indiani”.

Però, con l’adolescenza è arrivata anche la coscienza critica e la conseguente revisione delle proprie credenze.

Revisione catalizzata da una serie di eventi culturali, politici e sociali avvenuti nel particolare periodo a cavallo tra i ‘60 e ‘70 del secolo scorso.

Tuttavia, quanto si osserva oggi fa riflettere: sembra che la mente collettiva del ricco e potente Occidente induca i singoli a pensare e ad agire da infanti, da pre-adolescenti.

Su, indossiamo elmo, mantello, scudo e gladio e combattiamo niente di meno che i “comunisti”; mettiamo le giacche blù e combattiamo i selvaggi che vengono dall’Africa. La forza politica viene sempre più confusa con la scenografia della forza. Generali, gladiatori, armature, pugni alzati e linguaggio bellico trasformano la politica in una rappresentazione emotiva: la competenza viene sostituita dalla forza esibita, la complessità dallo slogan, l’amministratore dal condottiero.

Il richiamo a Roma, a Sparta o a un presunto passato glorioso risponde spesso a un sentimento presente di insicurezza, declino economico o irrilevanza internazionale. Non si celebra tanto la storia reale quanto un passato mitizzato, utile a compensare le frustrazioni del presente. L’immaginario militare presuppone necessariamente un avversario: lo straniero, il migrante, una minoranza culturale o religiosa.

Ma la coscienza critica dovrebbe renderci consapevoli che, storicamente, i neri africani siamo stati noi a deportarli e a trattarli da schiavi, animali da lavoro a basso costo, e che quello degli indigeni del nord e del sud America è stato un vero genocidio attuato ancora da noi occidentali. L’Africa l’abbiamo sempre considerata una colonia:

cambiano le epoche e cambiano gli strumenti ma il controllo continua tuttora e la competizione ruota intorno a petrolio, gas, cobalto, rame, litio, terre rare e altri materiali indispensabili alla supremazia industriale, tecnologica e militare.

Inoltre, la coscienza critica dovrebbe ricordarci che il global warming in corso, che determina le grandi migrazioni odierne, lo abbiamo in gran parte generato noi occidentali bruciando carbone e petrolio sull’altare del benessere a tutti i costi e provocando, indirettamente, disastri e vittime in molti dei Paesi in via di sviluppo.

Ma queste verità non fanno breccia un po’ per le continue fake-news che girano sui social, un po’ perché i media sono distratti dalla cronaca e un po’ perché ci si è stancati di ricercare la verità. La verità è scomoda e induce a costruire un sistema sociale impegnativo in cui tutti devono fare la loro parte. Ma la pigrizia, fisica e mentale, prevale e, si sa, non fare niente o distruggere è più facile che costruire (è la legge dell’entropia). La democrazia è poco spettacolare: richiede mediazione, ascolto, studio, compromesso e risultati spesso graduali. Proprio per questo può apparire meno seducente della battaglia evocata da un leader carismatico. L’avanzata delle destre in tutto il mondo è il segnale di questa immaturità che sceglie l’illusione della “testuggine” romana o dei trecento di Leonida invece di un capillare impegno quotidiano per la solidarietà, l’integrazione e la comprensione delle diversità, rinunciando a riconoscere nella pluralità non una minaccia, ma una fonte di arricchimento, innovazione e crescita collettiva. Il problema non è l’interesse per la storia ma il suo uso come repertorio scenografico: Roma e Sparta vengono private della loro complessità e ridotte a immagini di disciplina, virilità e dominio, funzionali a trasformare cittadini inquieti in seguaci mobilitati contro un nemico. La costruzione della convivenza, al contrario, non dispone di armature né di musiche epiche; richiede il lavoro meno appariscente dell’integrazione, dell’educazione, della solidarietà e della comprensione reciproca. È forse meno eroica, ma certamente più civile.

Siamo una specie in forte crescita demografica e questo implica che si fa sempre più fatica a diffondere cultura costruttiva e progressista; arrivano prima gli slogan e molti degli attuali “cattivi” li sanno usare molto bene. Il futuro non sembra roseo; è il pessimismo della ragione, come diceva un importante pensatore?