Quando l’allarme suonò, Irene stava osservando una radice seguire il movimento della sua mano: la spostò verso destra, sotto il vetro della vasca, il filamento bianco cambiò direzione. Irene trattenne il respiro e mosse le dita verso sinistra, la radice la seguì di nuovo. Prese un bisturi e lo avvicinò alla teca, la radice si ritrasse e si raggomitolò.
Sul monitor lampeggiò un avviso: “Ossigeno esterno: 13,8%”.
Oltre le pareti della serra, la città era immersa in una nube color ruggine, da tre settimane nessuno vedeva il cielo. Le autorità parlavano di emergenza atmosferica temporanea; gli ospedali avevano smesso di diffondere i dati sui decessi. Tutti sapevano, il governo taceva: erano le conseguenze dell’inquinamento da combustibili fossili.
Il telefono interno squillò.
«Dottoressa De Vico, abbandoni il settore botanico.»
«Le piante stanno reagendo alla contaminazione», replicò Irene.
«Evacuazione immediata.»
«Dove dovremmo andare?»
Dall’altra parte seguì un silenzio troppo lungo, poi la linea cadde e Irene tornò alla vasca. La radice aveva raggiunto il punto esatto in cui poggiava la sua mano.

Un colpo violento scosse la porta, il professor Leoni entrò con una valigetta d’acciaio stretta al petto, aveva la maschera filtrante sollevata sulla fronte e una macchia scura sulla camicia.
«Hanno chiuso i filtri della zona est.»
«Un guasto?»chiese Irene.
Leoni posò la valigetta sul tavolo.
«Un ordine.»
Aprì la valigetta, all’interno c’erano foglie, licheni e frammenti di corteccia prelevati vicino alla centrale nucleare di ultima generazione, le nervature delle foglie erano nere, ma la superficie pulsava lentamente, come percorsa da un battito.
«Quanta radioattività?» chiese Irene.
«Sufficiente a uccidere un uomo in pochi minuti.»
«E queste sono ancora vive.»
«Non soltanto vive. Hanno assorbito solo le scorie dannose e lasciati intatti, anzi addirittura potenziato, i composti benefici.»
Leoni indicò il microscopio, le cellule vegetali si stavano moltiplicando a una velocità impossibile, inglobando le particelle tossiche e ricomponendole in strutture cristalline.
Un nuovo allarme riempì il laboratorio.
«Cedimento del sistema di contenimento. Tempo stimato: quindici minuti.»
Le luci diventarono rosse, Leoni guardò le serre sotterranee.
«Dobbiamo aprire le cupole.»
Lì erano custoditi milioni di semi modificati per resistere alla siccità, assorbire metalli pesanti e produrre ossigeno in condizioni estreme. Il progetto era stato sospeso quando alcune piante avevano sviluppato comportamenti non previsti: radici capaci di aggirare gli ostacoli, foglie sensibili alle voci, rampicanti che crescevano soltanto durante la notte.
«Se li liberiamo non potremo più fermarli», replicò Irene.
«Se non lo facciamo, tra un’ora non resterà nessuno da salvare.»
Il pannello di controllo rifiutò il codice: “Accesso revocato”.
«Il comando manuale è nel tunnel di ventilazione», disse Leoni, porgendole una chiave, Irene lo fissò.
«Perché io?»
L’uomo abbassò lo sguardo sulla macchia della camicia, non era sporco, era sangue.
«Perché io non arriverei fino in fondo.»
Il tunnel era stretto e saturo di polvere, Irene avanzò carponi, illuminando il condotto con la torcia, il respiratore segnalava una riserva di sei minuti. Dopo pochi metri udì un fruscio, radici sottili penetravano dalle giunture metalliche, non crescevano alla cieca: si ritraevano prima che lei poggiasse le mani e ricomparivano subito dopo il suo passaggio. La stavano lasciando passare.

Il contatore segnava tre minuti quando raggiunse la leva, ma una lastra crollata ne impediva l’accesso, Irene tentò di sollevarla, il metallo non si mosse: poco ossigeno, poca energia. Le radici le avvolsero il polso, lei gridò e cercò di liberarsi, ma i filamenti si strinsero, uno di essi penetrò sotto la manica e sfiorò la pelle, Irene avvertì una puntura, poi un calore improvviso risalirle il braccio. Sul display del respiratore comparve un’anomalia, il livello di ossigeno nel suo sangue stava aumentando. Le radici si disposero intorno alla lastra e la sollevarono, Irene afferrò la leva… per un istante esitò. Cosa sarebbe successo? Stava salvando o eliminando definitivamente dal pianeta la specie umana. Non c’era tempo. Abbassò la leva e le cupole si spalancarono.
La nube entrò nelle serre come una marea, i semi si sollevarono in vortici scuri, raggiunsero i condotti, invasero l’esterno. Sugli schermi della sala di controllo apparvero le immagini della città: gli alberi spezzavano i marciapiedi; edera e glicine coprivano le facciate; le radici penetravano nelle condutture, nei serbatoi di carburante, nelle centrali elettriche.

L’ossigeno tornò a salire. Quindici per cento, diciassette, venti.
Dalla strada giunsero urla, subito soffocate da un crepitio di rami, Irene si avvicinò al vetro, un uomo cercò di accendere un’automobile, le radici sfondarono l’asfalto e avvolsero il veicolo, un altro sollevò un’accetta, il verde la ricoprì in pochi secondi. In entrambi i casi l’uomo rimase incolume.
«Stanno distinguendo», disse Irene.
«Tra chi?»
Le piante entrarono nel laboratorio senza fretta, si arrampicarono sui computer, sulle telecamere, sulle armi abbandonate dalle guardie. I fiori si schiusero, liberando nell’aria un polline dorato.
Leoni tossì e cadde in ginocchio.
«Che cosa vogliono?»
Irene guardò la radice avvolta intorno al proprio polso, sotto la pelle, le sue vene avevano assunto una sfumatura verde. Dagli altoparlanti uscì un rumore spezzato. Prima un fruscio, poi una sequenza di sillabe imperfette; la voce sembrava composta da migliaia di suoni sovrapposti.
«Proteggere.» decise Irene, ma non fu certa di averlo sentito. Fuori, la nube tossica si dissolveva, al suo posto cresceva una foresta. Gli ultimi motori si spensero, le antenne crollarono, le strade scomparvero sotto le felci.
L’umanità era salva. Forse.
Irene chiuse la porta alle proprie spalle e rimase per qualche secondo con la schiena appoggiata al legno, gli occhi chiusi. Era stanca. Non soltanto stanca per le ore trascorse nel laboratorio, per i dati da ricontrollare, per le radici che sembravano avere imparato troppo in fretta, per quella sensazione sempre più difficile da scacciare che là fuori stesse accadendo qualcosa che nessuno voleva davvero capire. Lasciò la borsa per terra, si tolse le scarpe con due colpi dei talloni e si abbandonò sul divano, prese il telecomando, sul televisore apparve un bosco, non un bosco vero, naturalmente, un bosco da telegiornale: immagini riprese da un elicottero, grafici sovrapposti, frecce rosse, scritte lampeggianti. “Emergenza verde: la vegetazione avanza”. Irene aumentò il volume, il giornalista parlava con quella voce grave che si usa per le guerre, i crolli delle borse e le finali dei campionati mondiali.
«Continua in tutto il pianeta l’espansione incontrollata della vegetazione. Nelle ultime ventiquattro ore nuovi fenomeni sono stati segnalati in Europa, Asia e America settentrionale. Intere arterie stradali risultano impraticabili a causa della crescita di alberi e rampicanti.»
Sul video scorrevano immagini incredibili, un’autostrada tedesca attraversata da una fila di querce giovani, un parcheggio di Los Angeles trasformato in una distesa di papaveri, la pista di un aeroporto giapponese spezzata dalle radici di un fico cresciuto durante la notte.
Poi comparve Bruxelles. Palazzo di vetro, bandiere, automobili nere. La presidente dell’Unione europea sedeva dietro un lungo tavolo insieme ai rappresentanti delle maggiori banche, dei fondi d’investimento e delle multinazionali tecnologiche; uomini e donne impeccabili, sorrisi misurati, bottiglie d’acqua perfettamente allineate, mazzi di fiori sui tavoli. Alle loro spalle campeggiava lo slogan: “Defending our planet”. La presidente si avvicinò al microfono.

«L’Europa non resterà a guardare.»
Applausi.
«Per questo abbiamo deciso di mobilitare un trilione di euro.»
Irene sollevò lentamente la testa dal cuscino, un trilione, mille miliardi, non due spiccioli mai visti tanto denaro per la ricerca.
«Risorse destinate alla sicurezza ambientale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e allo sviluppo di tecnologie capaci di contrastare l’aggressione di una natura ormai fuori controllo.»
Irene fissò lo schermo: aggressione. La parola rimase sospesa nell’aria del soggiorno; sul televisore apparve l’amministratore delegato di una grande società finanziaria, parlava di stabilità dei mercati, un altro spiegava che la riconquista degli spazi urbani avrebbe rappresentato «una straordinaria opportunità d’investimento».
Poi arrivò il grafico: “Green defense index: +18,7%“.
Irene spense il televisore, il silenzio durò pochi secondi, si alzò, raggiunse la cucina, bevve dell’acqua direttamente dalla bottiglia, le tremavano le mani.
«La natura ci aggredisce» mormorò, lo disse piano, quasi impaurita dall’assurdità di quelle parole, guardò la radio sopra il frigorifero, aveva bisogno di una voce che non parlasse di emergenze, mercati, sicurezza, investimenti. Premette il pulsante, un pianoforte durò esattamente quattro secondi, poi entrò la sigla del notiziario. Irene chiuse gli occhi.
«Ultim’ora da Washington.»
Istintivamente allungò la mano per spegnere, ma si fermò.
«Il presidente degli Stati Uniti ha rivolto un appello diretto al presidente della Repubblica Popolare Cinese affinché le due superpotenze coordinino una risposta militare globale all’espansione della vegetazione.»
Seguì un breve fruscio, poi la voce del presidente americano.
«Dobbiamo ristabilire l’ordine.»
Pausa.
«E garantire la sicurezza degli abitanti della Terra.»
Un giornalista domandò qualcosa, la risposta arrivò limpida.
«Stiamo valutando una campagna massiccia di bombardamenti con sostanze incendiarie. Il napalm ha dimostrato in passato una notevole efficacia.»
Irene spalancò gli occhi, la bottiglia le scivolò quasi dalle dita, alla radio il cronista continuava.
«La proposta ha già ricevuto il sostegno di importanti esponenti dell’industria tecnologica americana. Diversi imprenditori della Silicon Valley hanno dichiarato di essere pronti a fornire satelliti, sistemi di puntamento, intelligenza artificiale e droni autonomi.»
Un’altra voce, allegra, spiegò che i mercati avevano reagito positivamente, Irene spense la radio, questa volta con un colpo secco. Silenzio, un silenzio quasi perfetto. Poi arrivò un rumore leggerissimo contro il vetro della finestra “frush”. “Frush”. Irene si voltò, le tende si muovevano appena, si avvicinò, scostò il tessuto. Dall’altra parte della strada sorgeva il centro di ricerca dell’Università o, almeno, avrebbe dovuto esserci; per qualche secondo Irene non riuscì a riconoscerlo. La facciata era scomparsa sotto una massa di rampicanti, glicini scendevano dal tetto come cascate viola, il muschio aveva coperto i gradini dell’ingresso, tra le finestre erano sbocciati fiori enormi, alcuni mai visti prima, con petali pallidi che sembravano quasi trasparenti. Un albero aveva attraversato la pensilina del parcheggio, i rami oscillavano lentamente, il vento soffiava dalla periferia verso il centro, eppure alcune foglie si muovevano nella direzione opposta. Irene corrugò la fronte, guardò meglio, un grappolo di fiori si inclinò verso la sua finestra, poi un altro, poi un altro ancora, il movimento si propagò lungo tutta la facciata del centro di ricerca: prima i rampicanti, poi i cespugli, poi i rami degli alberi. Non era il vento.

Irene rimase immobile, dietro il vetro sentì il proprio respiro diventare lento, una corolla si aprì, poi un’altra. Decine, centinaia, come se qualcosa stesse passando dall’una all’altra. Un messaggio, o una risata. Irene posò una mano sul vetro, la vegetazione oscillò, per un istante ebbe l’impressione assurda che l’intero edificio avesse cambiato espressione.
Poi capì, non stava avanzando, non stava attaccando, non stava minacciando nessuno: la vegetazione la stava guardando e, inequivocabilmente, le stava sorridendo.
Illustrazioni di BracciaConserte per Caos Management.
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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!