Lo scopo di questo scritto è di portare un contributo al chiarimento del concetto di “complessità”. Questa parola è stata importata nel lessico scientifico dal linguaggio corrente, tanto è vero che la sua etimologia risale al latino1 e che il suo uso precede di molto l’utilizzo che ne ha fatto la scienza. Tuttavia si è poi assistito a un percorso di tipo inverso: il termine è rimbalzato nell’uso corrente arricchito di una serie di significati che, in molte accezioni e in molti usi, si sono allontanati dall’impiego scientificamente rigoroso e hanno incorporato risvolti pseudoscientifici e credenze; in questo modo è diventato uno di quei termini che si usano (spesso intenzionalmente) quando non si sa bene di cosa si parla ma si vuol far capire che se ne sa molto. Insomma: è diventato un termine di moda. A tal punto che, se si chiede a un utilizzatore di questa parola (un non-specialista, un rappresentante della categoria sociale che gli anglosassoni chiamano ordinary people) qual è il suo significato profondo, di solito si ottengono risposte generiche e confuse.

Se proviamo a partire dal vocabolario troviamo che il termine “complesso” è associato ad alcuni concetti convergenti che sono indubbiamente legati al suo significato profondo2. È “complessa” (aggettivo) una cosa composta da diversi elementi e che non può essere compresa in modo semplice e diretto ma, all’opposto, va considerata sotto più profili. E’ denominato “complesso” (sostantivo) un insieme costituito da diversi elementi. Se, poi, facciamo riferimento alla “complessità” troviamo:

Complessità – Caratteristica di un sistema (perciò detto complesso), concepito come un aggregato organico e strutturato di parti tra loro interagenti, in base alla quale il comportamento globale del sistema non è immediatamente riconducibile a quello dei singoli costituenti, dipendendo dal modo in cui essi interagiscono. (http://www.treccani.it/enciclopedia/complessita/).
 

 

 

Qui viene introdotto il concetto di “sistema”, ovvero un aggregato non casuale (“organico e strutturato”) di componenti in interazione fra loro. Aspetto fondamentale è la disgiunzione fra il comportamento del sistema e il comportamento delle singole parti: quello non può essere ricondotto immediatamente a queste a causa del modo in cui le componenti interagiscono. La definizione appare ineccepibile; ma che significa, esattamente? Intendo dire: la definizione è ineccepibile anche perché è così generale che è difficile contraddirla, non può che andare bene. Tuttavia, a pensarci meglio, sono più le domande che apre che le risposte che dà. Per esempio: anche un orologio è un sistema composto da parti diverse in interazione fra loro in modo organico e strutturato; tuttavia un orologio è un sistema meccanico e non complesso perché il suo comportamento è deterministico, cioè può essere ricondotto a quello delle singole parti. Nel caso di un orologio, una volta che sia nota la struttura (se ne è noto il progetto), il comportamento del sistema è prevedibile3. Qual è, allora, la differenza fra il comportamento di uno stormo di uccelli in volo o di un branco di pesci, fenomeni sicuramente complessi, e quello di un orologio o di un qualunque altro sistema meccanico? Il punto-chiave sta in una specificazione contenuta nella definizione di “complessità”, cioè che il comportamento di un sistema complesso non può essere ricondotto a quello delle sue singole componenti a causa del modo in cui esse interagiscono. Ecco, è questo modo che dobbiamo capire se vogliamo capire la complessità.

Nelle accezioni correnti (almeno quelle esterne all’ambito scientifico, ma in realtà non solo) si fa spesso riferimento alla complessità in relazione alla numerosità dei componenti; ovvero sarebbero “complessi” quei sistemi costituiti da molte o moltissime componenti. Tuttavia un microchip, che può avere milioni e milioni di componenti4, è un sistema meccanico mentre due persone che parlano formano un sistema complesso. Si può argomentare che, in realtà, quelle due persone sono ciascuna un sistema fatto da miliardi di cellule, e che ciascuna cellula è fatta a sua volta di innumerevoli componenti; tuttavia non è la numerosità dei componenti che rende complesso un sistema bensì la loro natura. Per esempio un singolo elettrone è un oggetto complesso perché certe sue caratteristiche non possono essere misurate simultaneamente con precisione e il suo comportamento è soggetto a incertezze strutturali. La riflessione sulla complessità ci riporta sempre, inevitabilmente, alla struttura della materia perché il concetto scientifico ha nella fisica di base le sue radici profonde. Io non sono un fisico e non sono in grado di discutere la questione sotto un profilo tecnico; tuttavia, facendo riferimento ad alcuni degli esperti che hanno scritto a livello divulgativo sulla questione è possibile, secondo me, arrivare a una comprensione intuitiva ma chiara del concetto di “complessità”.

Prendiamo, per esempio, il recente libro Ogni cosa è indeterminata, scritto a quattro mani da un fisico e da un filosofo5; ricostruendo la scoperta dell’indeterminazione a livello della struttura della materia, fissata nel celebre e omonimo principio di Heisenberg6, gli autori ripercorrono anche le tappe del dibattito scientifico sulla meccanica quantistica, a lungo mal digerita anche dai maggiori scienziati dell’epoca (siamo nella seconda metà degli Anni Venti del Novecento), Einstein compreso. Semplificando molto si può ritrovare il nucleo concettuale fondamentale nel cosiddetto “principio di sovrapposizione”7, in base al quale un elettrone si può trovare simultaneamente in due (ma anche in più) stati opposti, “decadendo” in uno di essi quando interagisce con il contesto del mondo fisico (il caso più conosciuto è quello in cui lo si sottopone a misurazione, con risultati diversi a seconda di come questa viene effettuata).

Qui c’è un aspetto-chiave che, forse, viene esemplificato meglio ricorrendo ai fotoni, cioè le particelle subatomiche che costituiscono la luce. Il dibattito sulla natura corpuscolare (particelle discrete, poi individuate nei fotoni) o ondulatoria (onde elettromagnetiche continue) della luce risale a Newton e ai suoi tempi, il XVII° Secolo. A parte i dettagli sul dibattito tra chi sosteneva la natura corpuscolare della luce e chi propugnava quella ondulatoria, il punto è che il fotone È simultaneamente onda e corpuscolo, e il celebre esperimento di Young con le fenditure lo conferma8. Attenzione: non si tratta di una possibilità di scelta (anche se abitualmente la luce viene studiata in uno solo dei due modi) ma della natura del fotone: un solo fotone è in grado di produrre la figura di interferenza a valle delle fenditure, vale a dire che è come se lo stesso fotone passasse da entrambe le fessure9. Ritornando all’elettrone, la cosa sconvolgente era l’ambivalenza strutturale della natura delle particelle subatomiche, la quale implicava limiti insormontabili alla conoscenza del mondo naturale nel quale viviamo. E vorrei insistere su questo punto perché ci sono interpretazioni che, semplificando troppo, spostano il problema della conoscenza dalle misurazioni deterministiche a quelle statistiche; tuttavia non è questo il punto. La modalità statistica è l’unico modo che abbiamo per studiare certi fenomeni naturali, in particolare quelli che caratterizzano sistemi con componenti che sono troppe e troppo piccole per poter essere prese in considerazione una per una. Per esempio il comportamento dei gas viene abitualmente studiato facendo riferimento alla teoria cinetica, che usa la statistica come modalità adatta alle circostanze specifiche dell’indagine10; tuttavia le leggi dei gas sono deterministiche.

Il caso dell’elettrone (e delle particelle subatomiche) è totalmente diverso. Una conseguenza del principio di indeterminazione è che più aumenta la precisione con la quale si misura una delle due grandezze fondamentali tipicamente associate all’elettrone (posizione e quantità di moto), più diminuisce la precisione con la quale può essere misurata l’altra. Siccome i gradi di precisione sono noti, è abituale esprimere quelle due grandezze in termini di probabilità (per esempio la probabilità che, data una certa quantità di moto, l’elettrone si trovi in una certa posizione). Solo che questa conoscenza statistica non è uguale a quella che abbiamo ricordato sopra relativamente al comportamento dei gas; questa indeterminazione (che forse sarebbe più incisivo chiamare “indeterminabilità”) non deriva dall’uso di uno strumento atto a superare difficoltà legate al contesto dell’indagine ma dalla natura profonda delle particelle studiate. L’elettrone È simultaneamente in due (ma possono essere anche di più) stati diversi sovrapposti, così come la luce È simultaneamente onda e particella. Questi fenomeni non sono indagabili e comprensibili con le leggi della meccanica newtoniana e la concezione del mondo naturale come sistema che funziona in modo deterministico è incontrovertibilmente confutata. Per questo ci fu dibattito: molti grandi scienziati rimasero convinti che l’indeterminazione fosse solo il risultato dei limiti degli strumenti umani e che, con il progresso scientifico, si sarebbero un giorno scoperte delle “variabili nascoste” che l’avrebbero spazzata via.

Ma la meccanica quantistica ha retto, finora, a tutte le prove sperimentali. Non solo la doppia natura delle particelle subatomiche è stata regolarmente confermata, ma è stata dimostrata anche per entità macroscopiche; per esempio l’esperimento delle fenditure ha avuto successo anche usando una buckyball11.

È la materia di cui è fatto il mondo che è complessa, e l’ambivalenza e l’indeterminazione sono aspetti strutturali del funzionamento della Natura.

Ma tutto questo è qualcosa che può restare chiuso nei laboratori o ha delle conseguenze sulla vita quotidiana di noi, gente comune? La risposta valida, secondo me, è la seconda; proverò a spiegare perché:

 

Una prima conseguenza, di tipo che potremmo definire superficiale, viene evidenziata e approfonditamente descritta nel già citato libro di Crease e Goldhaber (Nota 5): l’aggettivo “quantistico”, a partire dagli Anni Venti del Novecento, è stato usato sempre più diffusamente (anche se spesso in modo poco coerente e con ampie inesattezze) in ogni campo del sapere umanistico e nelle circostanze più varie della vita quotidiana. Ma, tutto sommato, per la riflessione che vado sviluppando questo può essere considerato un aspetto secondario; ce ne sono altri che, all’opposto, sono cruciali e hanno un forte impatto sul nostro pensiero e sulla nostra vita. Per esempio in filosofia: la scoperta dell’indeterminazione e le leggi non-deterministiche della meccanica quantistica hanno annientato un pilastro del pensiero occidentale e della scienza moderna prima dei “quanti”, cioè il principio di non-contraddizione. Secondo questo principio una qualsiasi entità non può godere simultaneamente di proprietà contrapposte; se è “A” allora non può essere contemporaneamente “non-A”. Una formulazione più generale, che lo implica, è il principio del terzo escluso: due caratteristiche antitetiche non possono essere entrambe vere o entrambe false12. Invece abbiamo visto che la sovrapposizione (simultaneità dell’esistenza) di stati diversi è una regola, almeno per certi elementi della natura, e che oltre alla possibilità di tali elementi di trovarsi in uno stato o in un altro, esiste anche una terza possibilità, ovvero che si trovino in entrambi gli stati contemporaneamente. E questo non dipende dai limiti e dai difetti delle nostre indagini ma dalla natura profonda di questi elementi.

 

In sintesi:

il principio del terzo escluso è violato a livello strutturale e il mondo non funziona come se lo erano immaginato i fondatori della Scienza Moderna nel 1600.

Questa è una vera rivoluzione del pensiero che ancora non ha mostrato tutte le sue potenzialità nelle ricadute che ha avuto sulla cultura corrente (per il momento ancora sbilanciate sulle assonanze superficiali invece che sulle conseguenze profonde). Se, come pare ormai chiaro e come cercherò di sostenere con alcuni esempi prima di chiudere, l’ambivalenza (o la plurivalenza) e l’indeterminazione sono principi fondamentali per il mondo che abitiamo, allora siamo di fronte alla sfida di dover cominciare a pensare questo mondo in un modo diverso da come abbiamo fatto finora. Riprendendo il tema di fondo di questo lavoro (il concetto di “complessità”), vorrei provare a proporre una definizione di “sistema complesso” che mi sembra rigorosa ma, al contempo, comprensibile anche su un piano intuitivo senza dover conoscere a livello tecnico-specialistico la meccanica quantistica:

Un sistema è complesso quando le sue componenti godono simultaneamente di due proprietà contraddittorie: sono collegate (interagiscono) E sono anche indipendenti (nelle loro interazioni ci sono dei gradi di libertà intrinseci a ciascuna componente in forza dei quali l’azione di una componente suscita, da parte delle altre, reazioni non prevedibili deterministicamente per cui il risultato finale a livello di sistema non è “calcolabile”).

 

Facciamo un primo esempio scegliendolo tra quelli più noti e comuni volti a esemplificare la differenza tra un sistema meccanico e uno complesso13: se dai un calcio a un sasso puoi prevedere e calcolare le conseguenze; se dai un calcio a un cane, no. Nel primo caso la direzione e la forza del calcio implicano, in funzione della massa e della posizione iniziale del sasso, una traiettoria e un punto di ricaduta (almeno con una elevata approssimazione, tenendo conto anche della resistenza dell’aria e della forma del sasso). Nel secondo caso le conseguenze dipendono da una serie di fattori non controllabili in modo deterministico come il carattere del cane, il suo stato di salute e di benessere, il suo eventuale addestramento, le circostanze legate al contesto (se in quel momento l’animale è spaventato, irritato, tranquillo, oppure se riceve influenze significative dall’esterno, e via dicendo); mi fermo, anche se si potrebbe continuare ad elencare a lungo. È l’integrazione di questi fattori, in interazione fra loro ma simultaneamente autonomi, che nel momento dell’azione “precipita” producendo un effetto sul sistema nervoso dell’animale e una reazione che non era calcolabile a priori. I fattori, per quanto interagenti, sono anche autonomi perché ciascuno di essi ha origini diverse e reagisce secondo logiche proprie, non determinabili a priori.

Per esempio il “carattere” (anche agli animali possiamo attribuirne uno) dipende dall’interazione avvenuta durante lo sviluppo del cane tra i fattori genetici e quelli ambientali; questa storia individuale produce un orientamento per cui, per esempio, osserviamo cani che sono più docili o più aggressivi. Ma questo carattere, di per sé, costituisce solo una potenzialità: il come si manifesta nelle singole circostanze dipende dall’interazione con gli altri fattori coinvolti, i quali si trovano in uno stato che si è configurato autonomamente; per esempio lo stato di salute e/o di benessere dipende dall’età del cane, da eventuali patologie in atto, da cosa e quanto ha mangiato, dalla condizione di randagio o di animale di famiglia e via dicendo. Considerazioni analoghe si possono fare per tutti gli altri fattori, per cui il risultato finale del calcio (la reazione del cane) è imprevedibile per via dell’ambivalenza strutturale del sistema, fatto di componenti che violano il principio del terzo escluso perché sono simultaneamente collegati e indipendenti.

Un esempio più sofisticato è quello degli stormi di uccelli, i cui comportamenti sono studiati da fisici e da studiosi della complessità14. I comportamenti del sistema sono studiati mediante le leggi della fisica e producono modelli che hanno “molte somiglianze con il comportamento quantistico degli atomi che si osserva nella materia condensata in fenomeni critici, come per esempio il cambiamento di stato che permette la transizione dell’elio liquido allo stato di superfluido, in cui l’elio scorre praticamente senza attrito”15. Un altro aspetto indagato è il come lo stormo, composto da individui autonomi e presumibilmente non dotati di una volontà cosciente, possa mantenere la sua coesione nel tempo attraverso le inevitabili derive della navigazione e i fattori di contesto come le correnti d’aria, i venti e via dicendo.

Qui c’è un possibile esempio di come, pur nella gamma delle diverse individualità, la condivisione di una regola semplice possa produrre un risultato coerente a livello di gruppo: una spiegazione16 è che ogni membro di uno stormo è dotato di uno schema di comportamento in base al quale mantiene sistematicamente la distanza da un gruppo di 6-7 membri vicini (il lavoro citato nella Nota 16 specifica che si tratta di distanza topologica e non lineare come previsto da precedenti modelli). Dunque se il sottogruppo di testa, che guida lo stormo, esegue uno spostamento, tutti gli altri membri aggiustano di conseguenza, spontaneamente e automaticamente, il loro volo e lo stormo mantiene la coesione. L’effetto che si ottiene, e che caratterizza tutti i sistemi complessi, viene anche descritto come capacità di auto-organizzazione del sistema17, che deriva proprio dalla violazione del principio del terzo escluso. Se il sistema fosse meccanico, l’effetto simultaneo di adattamento alle circostanze esterne mantenendo la natura e le caratteristiche del sistema stesso non sarebbe possibile. L’ambivalenza non è solo un limite, è anche un’opportunità (ambivalenza dell’ambivalenza, tutto è complesso).

Per concludere, un esempio che riprendo da un’esperienza a me vicina. Negli ultimi anni ho svolto, insieme a un gruppo auto-costituitosi, una ricerca sull’interpretazione del linguaggio naturale18; uno dei risultati coerenti con le nostre osservazioni e con i dati raccolti è, per l’appunto, l’ambivalenza del linguaggio naturale. Noi siamo tutti abituati a considerare il linguaggio naturale come un veicolo di contenuti che vengono recepiti coscientemente e trattati razionalmente, secondo le leggi della logica. In base al nostro studio, invece, le parole avrebbero una doppia natura, potendo funzionare sia come stimoli fisici che come veicoli di contenuti. L’aspetto più interessante è che non sarebbe possibile stabilire a priori quale dei due aspetti entrerà in gioco in una specifica interazione; questo dipenderà dalla reazione dell’interlocutore il quale, in base a una serie di fattori connotati da relazioni complesse (ovvero simultaneamente collegati e autonomi), tratterà le parole che percepisce in un modo o nell’altro.

Ecco perché il comportamento di anche due sole persone che interagiscono, benché esse apparentemente costituiscano un sistema con due sole componenti, è comunque un fenomeno complesso.

In chiusura vale la pena di ribadire che questa ambivalenza strutturale, questa violazione sistematica del principio del terzo escluso, non è solo una complicazione e un ostacolo alla nostra conoscenza del mondo naturale (come anche, e pienamente, di quello sociale); essa non costituisce solo una spiegazione astratta che gli esseri umani si danno dei fenomeni che osservano e che li coinvolgono.

 

L’ambivalenza e l’indeterminazione sono anche opportunità vitali in quanto sono ciò che consente al mondo che ci circonda di essere come noi lo pratichiamo e come stiamo imparando a conoscerlo meglio.

 

Se il mondo fosse meccanico, le reazioni dei cani sarebbero sempre prevedibili, il volo degli storni e delle oche canadesi sarebbe fisso e stereotipato, due persone non avrebbero difficoltà a capirsi; però non ci sarebbe nessuna creazione perché tutti i significati sarebbero definiti a priori. Alla fine, vivremmo (vivremmo?) in un mondo morto.

 

NOTE: 

 1.  Dal Vocabolario Treccani: complèsso1 agg. [dal lat. complexus, part. pass. di complecti «stringere, comprendere, abbracciare»] (http://www.treccani.it/vocabolario/complesso1/). complèsso2 s. m. [dal lat. complexusus, der. di complecti…; il sign. psicanalitico è un calco del ted. Komplex] (http://www.treccani.it/vocabolario/complesso2/).

2. Ancora dal Vocabolario Treccani: complèsso1 agg…Che risulta dall’unione di più parti o elementi (contr. di semplice): una questione c., un ragionamento c.; che ha diversi aspetti sotto cui si può o si deve considerare e di cui bisogna tener conto: è un problema c.; multiforme, complicato: l’uomo è creatura c. (Lambruschini); commedia con intreccio assai c.; o eccessivamente elaborato, e quindi involuto, non facile, di comprensione non immediata: un periodare complesso. (http://www.treccani.it/vocabolario/complesso1/). Ancora: complèsso2 s. m. … Il tutto, l’insieme, in quanto costituito di più parti o elementi: un c. di persone, di cose; la cittadinanza è il c. dei cittadini; il c. delle leggi; un enorme c. di macchine; c. urbanistico; c. ospedaliero, scolastico; un c. stereofonico di perfetta riproduzione dei suoni; in senso più astratto: per un c. di circostanze; guardare una cosa nel suo c., nel suo insieme. (http://www.treccani.it/vocabolario/complesso2/).

3.In realtà anche i sistemi meccanici del mondo reale sono soggetti alla complessità del contesto reale nel quale sono inseriti e, inquadrati in questa cornice, si comportano in modo complesso. Per esempio due orologi identici, usciti dalla stessa fabbrica e appartenenti allo stesso lotto di fabbricazione, nel corso della loro vita subiscono usure e guasti in modi diversi e non prevedibili. Ciò dipende dal fatto che la materia della quale sono fatti i componenti meccanici degli orologi ha un comportamento complesso, come verrà discusso nel procedere del testo.

4.Secondo quanto riportato nella pagina Wikipedia dedicata alla Legge di Moore (che negli Anni Ottanta del Novecento prevedeva il raddoppio dei transistor contenuti in un processore ogni 18 mesi), il processore Intel Pentium II (1997) conteneva 7,5 milioni di transistor, il successivo Intel Pentium 4 (2000) ne conteneva 42 milioni e intorno al 2011 c’erano processori che contenevano più di 2,5 miliardi di transistor (si veda questo grafico).

5. Il filosofo (e storico della scienza) è Robert Crease, il fisico è Alfred Goldhaber, entrambi appartenenti alla Stony Brook University di New York. Il libro è: Robert Crease e Alfred Scharff Goldhaber (2015). Ogni cosa è indeterminata. Torino, Codice Edizioni.

6.Per un’introduzione si può fare riferimento alla voce dedicata dell’Enciclopedia Treccani della Scienza e della Tecnica e alla pagina Wikipedia. Per una trattazione più estesa e “raccontata”, orientata alla divulgazione, si veda il già citato libro di Crease e Goldhaber (Nota 5).

7. Lo trattano ampiamente anche Crease e Goldhaber; ulteriori chiarimenti si possono trovare in: Marco Bellini, Luca S. Costanzo e Alessandro Zavatta. Gatti di luce ibrida. Le Scienze n. 565, settembre 2015, pp. 64-69.

8. Un primo livello di chiarimento su questo punto e sulla questione del dualismo onda-particella nei fenomeni luminosi si può trovare in questa pagina Wikipedia. Per l’esperimento di Young si veda la pagina Wikipedia dedicata. Per qualche approfondimento si vedano i testi della Nota 7.

9.Questo punto è espressamente trattato in (già citato, v. Nota 7): Marco Bellini, Luca S. Costanzo e Alessandro Zavatta. Gatti di luce ibrida. Le Scienze n. 565, settembre 2015, pp. 64-69.

10. Per un’introduzione possiamo ricorrere alla solita Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_cinetica_dei_gas .

11. Molecola di Buckminsterfullerene, un fullerene a 60 atomi di carbonio, si vedano questa e questa pagina Wikipedia. Per alcuni dettagli sull’esperimento si veda l’articolo di Bellini, Costanzo e Zavatta citato nelle Note 7 e 9, oltre al più volte citato libro di Crease e Goldhaber (Nota 5).

12.I due principi risalgono alla logica classica e le loro formulazioni in termini di logica si trovano in questa, questa e questa pagina di Wikipedia.

13. L’esempio non è mio, è molto noto e l’ho incontrato in più di una pubblicazione, anche se non sono stato in grado di recuperare un riferimento bibliografico preciso in merito.

14. Per esempio, in Italia, presso il CNR esiste un Istituto dei sistemi complessi che, tra le altre cosa, studia il volo degli storni; si veda, per esempio, la pagina dedicata da Le Scienze a un articolo scritto in collaborazione tra l’Istituto e l’Università La Sapienza di Roma.

15. Si veda lo studio originale sul volo degli storni di cui alla Nota precedente: Alessandro Attanasi et al. (2014) Information transfer and behavioural inertia in starling flocks. Nature Physics 10, 691–696 (2014). DOI: 10.1038/nphys3035.

16. M. Ballerini et al. (2008) Interaction ruling animal collective behavior depends on topological rather than metric distance: Evidence from a field study. PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciencs) January 29, 2008, Vol. 105, n. 4, 1232-1237. Reperibile online all’URL http://www.pnas.org/content/105/4/1232 .

17. Un saggio precoce sul concetto di auto-organizzazione dei sistemi complessi è: Gianni Zanarini (1985) L’emozione di pensare. Milano, CLUP-CLUED.

18. Il gruppo di ricerca si chiama A.L.B.E.R.T. ed è interno all’Associazione ARPA-Firenze. La ricerca è: Roberto Maffei, Selene Convertini, Sabrina Quatraro, Stefania Ressa e Annalisa Velasco (2015) Contributions to a neurophysiology of meaning: The interpretation of written messages could be an automatic stimulus-reaction mechanism before becoming conscious processing of information. Il lavoro è online come preprint ed è in fase avanzata la peer-review per la pubblicazione definitiva.