Ci sono le domeniche!
Pioggerella impietosa, costante, nervosa.
A Napoli quando comincia a piovere “nun leva acqua ‘a terra”.
La mattina mi preparo qualcosa di buono per ricordarmi che, nonostante tutto, è un giorno di festa.
Il vicolo è deserto, silente. Privo di odori. E le domeniche si perdono nel silenzio di strade strette
non più chiassose.
Il sabato sera c’è il tripudio della cucina cingalese. Anche quella non dà più speranza di convivio, solo eccesso di spezie. Domeniche di tempo di guerra quelle che stiamo vivendo.
Altre domeniche, pranzi lontani, gente seduta intorno alla tavola. In cucina, sorseggiando vino da bicchieri a stelo, le dita intente a sminuzzare verdure per il soffritto, gallinella di maiale salsicce e tracche pronte a immergersi nell’olio per il ragù, mentre scoppia il rosso indecente della passata di pomodoro.
Alle cinque di pomeriggio dalle scale, dai balconi appena socchiusi, dalle finestre, dal vicolo tutto si spande l’odore acre del fritto di pesce. Un rito instancabile del pranzo di festa.
Il brusio della  voce dello speaker di calcio si solleva in cielo, un boato crescente. Qualche botto lontano.
Il fischio del carretto del venditore  di frutta secca e sementi tostate: noccioline americane, semi di
zucca, ceci, pistacchi. C’è un vociare lontano, risate e grida che partono dalla casa vicina.
Le domeniche di tempi lontani,  pomeriggi stanchi della controra, aspettando qualcosa, sempre.
Storie raccontate sorbendo il caffè.
A casa di Alfredo le tavolate erano lunghe,  Mario il fratello maggiore, il primogenito, portava un cabaret di più di  30 paste. Lui ne divorava almeno 2.
Mario era una persona speciale, intelligente e colta, era una gioia pranzare dai suoceri quando c’era lui. Mia suocera non era una gran cuoca, ma aveva tre assi nella manica: pasta e fagioli, la forchetta restava  infissa nel cibo, polpettine e patate fritte, parmigiana di melanzane, rigorosamente agro- dolce.
In autunno in campagna mentre passeggiavo col mio cane pastore lungo i viottoli circondati da viti, ulivi e castagni mia suocera e mio marito mettevano salsicce a cuocere nel camino.
Al ritorno il profumo mi inebriava e un bicchiere di vino rosso compiva il miracolo del raggiungimento dell’estasi, la felicità è una domenica in campagna.

Ora le domeniche sono sinonimo di Noia.
Noia santa e pura. Incentivo al suicidio e alla follia. Vien voglia di affacciarsi al balcone e gridare a questo popolo di rassegnati ex casinisti di ricominciare a far rumore. Gridarsi  contro per chiamarsi,
correre in macchina con il clacson urlante e la radio al massimo volume, strillare ai bambini che non obbediscono.  Insomma smetterla di essere educati e stanchi.
Perché il silenzio non sempre vuol dire contemplazione, spesso significa solo morte.
Per vincere questa mortale noia arrischio la visione di film salvavita. Quei film che, nonostante si siano visti innumerevoli volte, fanno sorridere e ossigenare sangue e mente.
Sono opere perfette, michelangiolesche nella loro incontaminata bellezza.
“A qualcuno piace caldo” dove tutto si svolge in modo elegante, un pizzico di erotico chanel sul corpo di mimosa di Marilyn; la coscienza di piacersi donna di Lemon e l’autoironia di un fascinoso Tony Curtis.
“Frankenstein junior”  volgarotto e straripante, pieno di gag irresistibili:  un mostro che non vuole essere un diverso, che vuol essere amato e viene solo preso a randellate.
“Il dottor Stranamore”  che mette in  un racconto di fantasia  le grandi paure, film politico contro la guerra e il desiderio di potere dei regnanti della terra.  Ironico fino alla risata,  dolorosa in 
ricordo di Hiroshima e Nagasaki.
Tra le mani la cassetta resuscitata del quarto farmaco contro la depressione: “Mon oncle”.

 

Di “Mon oncle” ricordo mia madre che volle andarlo a vedere ad ogni costo avendone scorto alcune scene che mostravano una muta di cani randagi che rovistavano nelle immondizie, divoravano di tutto, giocavano,  si rincorrevano e facevano pipì alzando la zampa.
E la musichetta  restituiva il sapore francese a quelle immagini, tenere e bellissime.
Mia madre aveva un ottimo gusto, molta cultura e un enorme amore per la Francia.
“Mon oncle“ è il capolavoro di Jacques Tati, grande clown, immenso poeta.
Morto povero come molti geni in un mondo di piccoli Salieri arraffatutto.
“Mon oncle” parla di “sviluppo” e “progresso”, di “modernità” e “tradizione”, di “cinismo“ e “umanità”.
Temi  i cui suoni sono  ancora sospesi nell’aria.

Pasolini scriveva: “La parola “sviluppo” ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di “destra”…il “progresso”..lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare. Lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato.”
Un mondo di plastica che si scontra con un mondo di strette piazze, di cani che scorrazzano nei vicoli antichi, di spazzini  che amano più parlare che lavorare. Di uccellini gorgheggianti in un raggio di sole. E’ l’immagine della grande umanità che vive di amichevoli gesti, di sorrisi, di piccoli atti sempre uguali, di baguette sotto le ascelle e di carretti  self-service.
L’avvento della plastica  di cui il cognato di “Mon Oncle” ha una fabbrica trasfigura l’habitat che si trasforma in un ambiente asettico, spoglio, senz’anima, ostile. Esseri piccolo borghese  che si nutrono di un cambiamento repentino e pericoloso, scambiandolo per benefico sviluppo.
Nel nostro giardino c’era una fontana che dava acqua quando si  apriva il rubinetto. Per un po’ ci abitò una rana trovata in un’aiuola, non si sa per quali misteriose vie.
Ovviamente l’acqua non scorreva a tempo pieno…quando stava per arrivare un ospite usavamo dire “Facciamo Mon Oncle”, accendiamo la fontana”. Era una cosa che ci faceva morire dal ridere e la raccontavamo immediatamente all’ospite di turno.

Quelle sì che erano  domeniche di festa.