“Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” è il titolo di una canzone del cantautore Ligabue che ben esprime ciò che sento nello scrivere la storia di Matteo Pani, 26 anni, che intende trasformare una passione giovanile in un progetto ambizioso, per dare concretezza a una professione che gli corrisponda completamente.

  

Premessa

Il primo articolo che ho scritto qui sul tema della “migrazione” dei giovani italiani risale, ormai, all’estate del 2017 e mi sono resa conto di quante cose siano cambiate in questi – soli?? – quattro anni, considerando anche le problematiche dell’ultimo anno e mezzo di pandemia da Covid-19.

Riprendo da quella narrazione (la storia di  Rosa Clemente, la cui vita aveva subito una grande svolta ormai 10 anni fa), per raccontare la storia di un giovane – Matteo Pani, nato ad Arbus nel Sud Sardegna – che ha deciso di lasciare presto, a 20 anni, la propria comfort zone per cercare di costruire il suo futuro secondo i suoi desideri e le sue inclinazioni.

In altri numeri della rivista ho scritto storie di persone originarie della stessa zona della Sardegna da cui proviene Matteo (Arbus è un comune di circa 6000 abitanti, situato nella zona più paesaggisticamente selvaggia della Sardegna, ma anche più economicamente svantaggiata), che hanno fatto la coraggiosa scelta di restare. Matteo, invece, ha deciso di partire, e anche presto, appena conseguita la maturità tecnica. Ascoltiamo dunque la narrazione del suo percorso – non lineare e ancora non definitivo, ovviamente – che forse presenta alcuni aspetti di originalità rispetto ad altri.

 

Il lavoro dei giovani: questo sconosciuto in Italia?

Secondo dati resi pubblici dal Ministero dell’Interno il 15 dicembre 2020, gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni, a fronte dei 3.106.251 del 2006; in 15 anni la mobilità italiana è dunque aumentata del +76,6%, con un incremento pari a quello registrato nel Secondo Dopoguerra. Tra le principali destinazioni delle migrazioni dei nostri connazionali, i paesi che accolgono maggiormente sono Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Spagna, nei quali si concentra complessivamente il 60% degli espatri di cittadini italiani.

Senza entrare troppo nei dettagli della normativa italiana sulle politiche del lavoro giovanile, dobbiamo ricordare che fino ad ora il più importante piano di sviluppo è stato Garanzia Giovani, iniziativa promossa dall’Unione europea rivolta ai cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training), ragazze e ragazzi tra i 15 e i 29 anni, residenti in Italia, che non lavorano e non sono inseriti in alcun percorso scolastico o formativo. Garanzia Giovani è attuata da Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, vigilata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali) e dalle Regioni, attraverso il Programma operativo nazionale Iniziativa occupazione giovani. A fronte di queste politiche possiamo vedere che, come riportato da Il Sole 24 Ore lo scorso 13 gennaio 2021, “…Solo uno su tre ce la fa. Stiamo parlando degli under 29 italiani che in 7 anni hanno partecipato attivamente a Garanzia giovani e che ne hanno ottenuto un beneficio in termini di occupazione. A dirlo sono i risultati del programma europeo analizzati dall’Anpal fino ad agosto 2020 (comprendenti anche i primi effetti del lockdown e della chiusura dei centri per l’impiego). I numeri, purtroppo, sono molto distanti dai progetti iniziali del governo Letta quando, nel maggio 2014, lo avviò: offrire un’opportunità di formazione e lavoro a 2,2 milioni di ‘Neet’, soprattutto al Sud. Il ‘finale di partita’ è, invece, diverso e getta, implicitamente, una luce anche sui piani di riforma delle politiche attive disegnati dall’ultima manovra…”.  Da evidenziare, anche, che solo in un caso su due (50,4%) il contratto è a tempo indeterminato e per la restante metà (sempre da Il Sole 24 Ore) “… siamo di fronte a impieghi temporanei, spesso di qualche mese e con molto part-time, specie tra le donne…la misura principe rivolta ai ragazzi è stata il tirocinio (56% delle politiche attivate), a fronte a incentivi occupazionali (il 22,6% delle misure erogate). Tanto più che dal 2016 c’è stato un calo di tutti gli interventi, da cui non ci si è più ripresi. Il secondo elemento da evidenziare è la distanza tra i centri pubblici per l’impiego (e si badi bene, il 75,9% dei giovani ha sottoscritto un patto di servizio presso un Centro per l’Impiego, anche perché “obbligati” da molte regioni) e le agenzie private. Il tempo medio per l’erogazione di una misura, nei primi, è di 147 giorni (209 nel Mezzogiorno e nelle Isole); nelle seconde a 62…” Al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è oggi affidata la scommessa per la ripresa del nostro paese, e sul fronte del lavoro giovanile si possono indicare qui sinteticamente i principali obiettivi: una riorganizzazione del sistema delle politiche attive del lavoro e il potenziamento dei centri per l’impiego finalizzata a dare risposte alle esigenze del sistema produttivo italiano;  una riforma dell’assegno “di ricollocazione”, il lancio del programma nazionale “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” e lo sviluppo del già esistente “Fondo nuove competenze”.

A fronte di dati che parlano ancora troppo di una carenza d’attenzione in Italia ai cittadini e alla classe dirigente di domani, diventa oggettivamente molto appetibile per molti giovani rivolgersi a paesi dove le politiche del lavoro sono più coerenti e attente allo sviluppo, anche individuale. Da qui, quindi, la perpetuazione di quella che ancora oggi viene definita “fuga di cervelli”, anche se personalmente valuto positivamente una certa mobilità, realizzata con la consapevolezza che i confini del proprio paese possono essere varcati, che si sta affrontando un’importante scuola di vita, ma che si può anche decidere di tornare, una volta completata l’esperienza iniziale e formativa.

 

La storia di Matteo e della sua ricerca

Matteo Pani ha conseguito nel luglio 2015 il diploma di scuola media superiore (una maturità in informatica), un corso di studi che, come in casi di altri ragazzi, non è stata una sua scelta ma un suggerimento “ragionevole” della famiglia, sia a causa della sfavorevole situazione logistica (liceo artistico a 60 km. da casa), sia per poter avere sbocchi di lavoro più certi. In realtà la sua predisposizione per il disegno e l’espressione artistico-visiva, sarà sempre presente nella sua giovane vita e come vedremo sarà anche lo spunto per dare nuove prospettive alla sua attività professionale, proprio nella fase attuale.

Durante gli studi Matteo ha comunque sempre lavorato, anche come cameriere durante le stagioni estive, ma a marzo del 2016 ha deciso di iniziare le esplorazioni per cercare la sua strada, decidendo di lasciare la sua città d’origine, la sua famiglia, la sua Regione, l’Italia.  Malgrado i dubbi e le titubanze dei genitori, che però hanno fortemente rispettato questa sua decisione, così come quelle successive, Matteo è partito guidato da una motivazione molto significativa: la necessità di non cadere nell’apatia con la quale molti suoi conterranei – e coetanei – decidono di restare nei luoghi d’origine, ma senza darsi dei reali progetti e vivendo, in qualche modo, alla giornata.

 

Il trasferimento in Olanda, nella zona sud, a Eindhoven, celebre come centro tecnologico e del design, e patria della Philips, è stato il primo passo. Là viveva una famiglia di conoscenti di Arbus che aveva un ristorante, quindi  questo passaggio sarebbe stato più facile e, in qualche modo, protetto, potendo godere del trattamento di vitto e alloggio incluso. E’ durata un anno questa prima esperienza di lavapiatti e aiuto-cuoco; ricorda Matteo “Quel primo anno è stato davvero duro e difficile, mi sentivo anche in imbarazzo perché sapevo pochissimo e malissimo l’inglese, per alcuni mesi parlavo solo italiano e stavo molto poco con i miei coetanei. E’ stato grazie alle prime uscite non solo con ragazzi italiani che ho cominciato piano piano a integrarmi”. Non solo, quello è il periodo in cui Matteo ha cominciato a imparare anche a gestire una casa, facendo il salto di qualità verso una vita di giovane adulto e prendendo consapevolezza del suo reale potenziale (di autonomia, di capacità di affrontare il nuovo, di gestire la sua vita, ecc.).

 

Matteo riconosce di essere una persona ancora irrequieta, e per questo svolge anche un intenso e costante lavoro di ricerca su di sé, ed è in grado di comprendere quando è tempo di chiudere un’esperienza che, diversamente, non sarebbe più costruttiva e produttiva. Ed è questo lo spirito con il quale ha lasciato la ristorazione, per offrirsi sul mercato con la sua formazione di base e le sue capacità. Il sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro in Olanda (come in altri paesi del nord Europa) funziona molto bene e nell’arco di un paio di settimane a Matteo è stato offerto un primo contratto di quattro mesi in Arrow Electronics, un’importante azienda elettronica, per occuparsi di logistica. Dopo i primi due mesi, la situazione è già cambiata e il contratto è diventato annuale, con incarichi nel settore della produzione. Già questa prima esperienza in azienda, vissuta molto intensamente, ha fatto capire a Matteo quanto gli italiani siano apprezzati, ma non solo, quanto siano riconosciuti – davvero – il valore, le capacità, le qualità di una persona, in sintesi quanto la meritocrazia, così poco praticata in Italia, faccia davvero la differenza e a quanto il  sudore sia stato riconosciuto e apprezzato nel lavoro senza essere per forza visto come motivo di sfruttamento o sottomissione del lavoratore, ma invece incentivato per la crescita e la formazione in ambito professionale.  Afferma Matteo: “Ciò che ho davvero apprezzato in questi periodi, al di là di alcuni momenti di sconforto, è stata la mia indipendenza, la capacità di arrangiami, anche nelle situazioni più complicate, senza paracadute e sapendo di poter contare solo sulle mie forze, perché non volevo chiedere nulla alla mia famiglia.

Al termine del contratto, Matteo non si è fermato ed è andato alla ricerca di una nuova situazione sfidante, sempre nell’ambito di un’azienda elettronica, la Prodrive Technologies, dove ha ottenuto  un buon contratto e un trattamento ottimale, che gli ha permesso di avere tutto ciò che un ragazzo della sua età potesse desiderare: riconoscimenti e benefit aziendali, casa, auto, disponibilità economica adeguata.

Nel frattempo, con l’acquisto di un’attrezzatura fotografica adeguata, Matteo ha anche avviato una serie di collaborazioni per servizi fotografici e produzione di video, che gli permettono di lavorare al miglioramento dei suoi punti e modalità di osservazione della realtà.

 

 

La sfida dell’Inghilterra e il ritorno in Italia

Dopo un anno e mezzo, nel 2020 Matteo, sentendosi stretto in quella vita e con la voglia di esprimere se stesso e costruire ancora di più la sua persona ha deciso di lasciare di nuovo tutto e di andare in Inghilterra, a Londra, dove ha vissuto gli otto mesi del lockdown pagandosi tutte le spese con i risparmi fatti in Olanda, e dove ha continuato, con più metodo, a perseguire il suo grande progetto, quello di riuscire a trasformare la passione per la fotografia che ha fin da piccolo, in un’attività professionale

In quella fase, Matteo ha cercato anche di sviluppare un proprio brand e un’attività collaterale di produzione di T-shirt con un amico (ne hanno vendute comunque un buon quantitativo in un’estate!), attività che avrebbe potuto essere propedeutica a un ritorno ben organizzato in Italia. Ma siccome la vita ci sorprende sempre, alla fine di agosto 2020 è stato costretto a tornare velocemente in Italia a causa della malattia e l’improvvisa morte del padre. Questo grave avvenimento familiare ha richiesto a Matteo, a 25 anni, di rifare il punto su tutto, di capire meglio – e con più precisione – qual è la visione di sé da qui a 3-5 anni, dandogli una prospettiva di sé come persona diversa da ciò che aveva sempre percepito. Per due-tre mesi qualunque attività lavorativa è stata sospesa, per rimanere vicino alla mamma e alla sorella, con la consapevolezza del fatto che quel passaggio è stato “epocale”, e che il senso di responsabilità nei confronti della famiglia aveva definitivamente cambiato forma e sostanza.

 

Ma quegli avvenimenti non hanno significato, e non significano, rinunciare ai propri sogni e ai propri progetti, perché tra gli insegnamenti che Matteo ha ricevuto dal padre Antonio c’è il rispetto per la libertà di ognuno da vincoli che possono diventare catene, ricatti e/o altro e per le scelte di vita, anche non condivise completamente e fino in fondo, come genitori. Per questo, a fine 2020, Matteo, ignaro di ciò a cui andava incontro, ma con la sola idea di andare avanti per una nuova strada è ripartito dalla Sardegna alla volta di Milano dove vive attualmente, e dove,   tramite un amico è entrato in contatto con un’agenzia di produzione video con cui attualmente lavora, prendendo piano piano sempre maggiore consapevolezza e confidenza del suo nuovo status di “professionista” (che include anche una serie di incombenze burocratiche) nell’ambito della produzione fotografica e come operatore video. Per Matteo il primo bilancio dell’esperienza milanese è positivo “Mi trovo nel posto giusto ora come ora, Milano, con tutta la sua realtà stimolante e sfidante, dove sento la necessità di realizzare il massimo pretendendo moltissimo da me stesso, stando con i piedi per terra e senza perdere d’occhio nel bene e nel male ciò che mi ruota intorno, in un ambiente di lavoro dove posso esprimere la mia creatività e seguire le mie inclinazioni”.

 

 

Il sogno nel cassetto e i possibili sviluppi

Nel corso della chiacchierata Matteo ha espresso molto bene e con grande naturalezza le problematiche dei giovani (un certo “mal di vivere”, un disagio, una fatica a “diventare” grandi), che lui ha fissato nel corso degli anni sia attraverso il disegno, mai abbandonato, essendo la sua passione primaria, sia la scrittura per combattere i momenti difficili. Questi sono gli ulteriori strumenti che permettono a Matteo di osservare la realtà con una sensibilità particolare, un’attenzione specifica a certi dettagli (andando oltre ciò che si vede), che lui ha imparato a trasformare in immagini fotografiche, prevalentemente in bianco e nero.

Ed è questo il suo grande sogno nel cassetto, poter “mettere a frutto” la sua sensibilità umana per diventare un reporter sociale (uno degli aspetti belli del fotogiornalismo), realizzando fotografie in grado di raccontare (“dare conto”, sostiene Matteo) particolari aspetti della società in cui viviamo e portare a conoscenza del pubblico situazioni sconosciute o lontane. Un progetto ambizioso, al quale sta lavorando costruendo il suo portfolio e la necessaria rete di relazioni, un vero e proprio lavoro che gli permetteranno di identificare la sua cifra, la sua identità e di trovare i “compagni di strada”.

 

E precisa Matteo “Spesso, purtroppo, si è come demoralizzati, sconfortati e amareggiati dalla quotidianità e dai pochi stimoli che la realtà che viviamo ci presenta, e quindi siamo poco propensi a realizzarci, oppure troppo abbagliati da ciò che nei social, nelle TV e nei più moderni sistemi di comunicazione ci mostrano, quindi troppo estasiati dai progetti incredibili. Sta di fatto che noi siamo fautori del nostro destino, noi creiamo il nostro equilibrio; nella vita abbiamo migliaia di sentieri a disposizione e solo noi siamo quelli in grado di costruirci il sentiero tra le sterpaglie, anche se molto spesso un semplice cespuglio che ci blocca la via può sembrarci una quercia secolare impossibile da abbattere.”

 

A noi non resta che augurare un buon cammino a Matteo – che continueremo a seguire – del quale pubblichiamo, naturalmente, alcune immagini.