Da una recente statistica circa il ritorno in termini di PIL del patrimonio storico artistico è emerso che l’Italia non riesce a raccogliere i frutti economici attesi: con un parco monumenti e siti culturali quasi doppio dell’Inghilterra, in termini di numero di siti UNESCO, riesce ad ottenere un ritorno economico pari a circa la metà degli inglesi, ed anche Spagna, Germania e Francia fanno meglio di noi.

La domanda ovvia che ci si pone è allora: dove sta il problema?

Perché questo avviene?

La risposta non è semplice in quanto in essa confluiscono aspetti tecnico-scientifici, aspetti di politica del lavoro, aspetti organizzativi e soprattutto incapacità a sfruttare completamente il potenziale culturale a disposizione.

Per gli aspetti tecnico scientifici il rilievo principale che si può fare riguarda una certa inerzia del settore dei Beni Culturali rispetto all’applicazione delle innovazioni tecnologiche che pure consentirebbero monitoraggi continui da remoto, anche in situazioni ambientali difficili, che pure eviterebbero con le corrispondenti capacità preventive di cadere in situazioni di urgenza ed emergenza, che pure consentirebbero un maggiore grado di fruibilità e di fruizione dei capolavori esposti.

Ma oggi, anche in relazione alla situazione romana di emergenza vorrei parlare delle altre due carenze, le scarse risorse investite nella promozione e l’organizzazione dei grandi eventi e del mercato del lavoro e delle competenze in esso coinvolte.

Per quanto riguarda il primo punto fino all’anno scorso Roma spendeva soltanto 1 milione di euro l’anno per attività promozionali.

Oggi finalmente quella cifra è stata raddoppiata e, cosa ancora più importante, sono in arrivo risorse per un’app per rilanciare l’immagine della capitale:13 milioni di euro sono stati erogati attraverso un bando UNESCO Il servizio applicherà le metodologie più avanzate della digitalizzazione: si pensi che un assistente virtuale indicherà ai turisti cosa visitare ed i percorsi per evitare le file.

Cambierà anche la segnaletica: non più grigi cartelloni ma paline tecnologiche per illustrare la storia dei monumenti più belli. Arriviamo all’ultimo punto, quello più dolente.

Forse anche a causa di ritardi connessi a burocrazia e Covid19 i nostri Musei, a partire da quelli romani, mancano di tecnici e custodi. Il turn over è fermo da anni con il risultato che da Ostia Antica ai Musei Capitolini si registrano chiusure a rotazione per molti siti e sale, con conseguente ridotto ritorno economico.

Aree archeologiche vengono chiuse durante la settimana per essere riaperte solo nel week end ad orari contingentati e rigorosamente su prenotazione.

Mancano anche tecnici che possano garantire una manutenzione ordinaria evitando i periodici ricorsi alla straordinaria, più costosa ed anche improgrammabile ed amministrativi che possano espletare le pratiche richieste, a partire da quelle correlate alla sicurezza dei visitatori ed alla protezione delle opere esposte.

 

Conoscendo le mie passioni non vi stupirete se concludo con un memento circa il Museo della Scienza: sembra che i primi passi necessari, una guida scientifica, una programmazione temporale ed economica, una collocazione definita e ragionevole, siano stati compiuti. Purtroppo già in passato situazioni come questa si erano realizzate senza però mai sfociare in passi avanti più concreti, fatta eccezione per un tentativo piano di fattibilità degli anni 80-90.

Roma è forse la città al mondo con la maggiore concentrazione di strutture scientifiche, anche predisposte alla diffusione e comunicazione: un Museo della Scienza, ritornando al punto da cui siamo partiti, avrebbe di certo ricadute economiche significative.