/nor·ma·li·tà/

sostantivo femminile

  1. Condizione riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come ‘regolarità’ o anche ‘ordine’.

“rientrare nella n.”

  • In chimica, la concentrazione di una soluzione espressa dal numero di grammo-equivalenti di soluto disciolti in un litro di soluzione.

 

La normalità squallida, la vita vissuta in mezzo all’oscurità, alla sporcizia, la volgarità come costante della vita: questo è veramente desolante e si passa direttamente da lì alle luci al neon, forti, luccicanti, piene di movimenti e di colori sgargianti, con una grossolanità  avvolta nell’attrazione del significato di soldi e successo.

Sentirsi parte di un altro mondo, di un’altra galassia, talmente lontano e diverso da vivere in  realtà parallele, dove non è più possibile trovare un punto d’incontro, tutto per “loro” è leggero, veloce, si esaurisce in un lasso di tempo  talmente breve  da non essere neppure trattenuto  nella memoria. L’unica cosa che rimane sono dei selfie, tristi e squallidi anche loro.

Le donne, ma anche gli uomini, rifatti, con le facce talmente deformate da non riconoscersi davanti allo specchio, si mostra tutto, si cerca di mostrare tutto, che è la cosa peggiore, con la convinzione che un pezzo di carne più o meno florido valga molto di più di un pezzo di cervello.

Quando è successo che si è perso il limite di quello che il buon gusto dovrebbe vietare? Da quando conta di più essere visti, a qualunque costo, perdendo la dignità della persona; e, ahimè, ci sono  adolescenti  che non hanno neppure fatto in tempo ad acquisire un po’ di dignità, che sono già pronte a gonfiarsi labbra, seno  e glutei  per poter apparire, mostrando tutto il possibile, convinte che solo così si possa  essere qualcuno e contare qualcosa?

 

La società dell’immagine o dell’apparire, non doveva significare che diventiamo tutti le icone di qualcosa, non siamo merce da esposizione continua; invece, è finita così… Guardiamo programmi televisivi orrendi, reality dove la volgarità la fa da padrone,  serie televisive che hanno talmente alzato la posta della violenza che oramai tutto ci sembra normale. Normale per chi? Chi  lo ha deciso  che la mia normalità è uguale alla tua? Chi lo ha deciso  che quelli siano i miei gusti, i miei limiti, i miei orizzonti?

Viviamo anche la pandemia, una situazione  eccezionale, nuova, come se fosse la normalità, ma non lo è…Il Covid-19 ci ha obbligato a concentrarci su noi stessi, a limitare le nostre uscite, a limitare i nostri contatti umani, ampliando i nostri confini virtuali, e sta tornando alla carica più forte che mai.

La rete non è il male, non è neanche il bene, è solo un mezzo, dipende da noi, da come la usiamo… Possiamo ormai evitare di guardare la tv, di  collegarci a Facebook, a Pinterest, a Instagram, a Linkedin, a Tik-Tok, a Telegram Web e quant’altro?  Siamo capaci di vivere con noi stessi, soltanto per un po’, per ricordarci che esiste una vita reale (non un reality) che può essere solare, gradevole, che riempie di gioia, di benessere, di positività?

Esistono mille tipologie di normalità, migliaia, impossibile contarle tutte, e ognuna di quelle è importante per qualcuno, significa qualcosa per qualcuno, il fatto che non siamo noi non significa che non abbia un valore. Perché disprezzare tutto quello che non è il nostro omologo? Tutto quello che non si somiglia abbastanza come per confondersi con noi stessi? Il rispetto per l’altro, la curiosità, la voglia di condividere, di imparare dove sono andati a finire?

La paura del diverso ci ha portato così lontano, da riuscire a riconoscerci solo nel nostro simile, anzi, nella nostra replica… E si va così di padre in figlio, di madre in figlia, di figlia a figlia, senza uscire dal “modello  ideale”, disegnato per noi dalla nostra realtà.

Sono convinta che bisogna lottare, lottare fortemente e conseguentemente con tutti i mezzi che abbiamo a nostra disposizione per difendere le nostre idee e non solo quelle, ma anche quelle di quegli interlocutori pensanti che ci sembrano degni (anche se non la pensano esattamente come a noi). Non ci si può confrontare sempre e solo con uno specchio, la figura che ci rimanda è sempre la stessa. Solo con un interscambio di idee, con la curiosità di conoscere, di indagare, di sapere, possiamo combattere il cattivo gusto, la volgarità, la mancanza di buon gusto e di rispetto per l’altro.

E se si è nell’età della crescita solo con un vero e valido confronto si riuscirà a trovare una strada dove le nostre idee si facciano spazio. Dobbiamo guidare i nostri adolescenti alla dialettica, anche se è una parola dimenticata e abusata.

Accettare la volgarità imperante soprattutto nei nostri media, porta inconsciamente alla minor considerazione del l’altro. E in questo contesto la donna, sfortunatamente, è la “miglior” perdente visto l’ambito sociale nel quali viviamo, è voler vivere chiudendo gli occhi, chiudendo il nostro metro morale – se ne abbiamo uno – e questo diventa, almeno per me, sempre più difficile. 

Certo, non ho la risposta, ma so che qualcuno dovrebbe fermare il treno della volgarità e del cattivo gusto da qualche parte… ed io comincio, nel mio piccolo, dalla mia quotidianità.