A2a utile record”; “De Longhi, l’utile balza del 41%”; “Caltagirone, il dividendo sale del 67%. L’utile 2023 balza del 20%”; “Mediobanca. Il bilancio 2023 si chiude con profitti record: 2 miliardi di monte dividendi”; “Cir avanza a Piazza Affari dopo il ritorno ai profitti”; “Italgas, il rally del 2023, salgono profitti e ricavi”; “Leonardo raddoppia la cedola”; .

Questi i titoli apparsi, su tre sole pagine, sul Sole 24 Ore di mercoledì 13 marzo.

Beh, che dire: gli “sghei” girano, eccome! Anche se non l’avevamo capito il 2023 è stato l’anno del boom economico. E, noi, fessi che continuiamo a lamentarci del maggior costo delle bollette casalinghe (e del costo della spesa alimentare).

Che siamo stati in pieno boom economico ce lo confermano i bilanci delle banche che, ingenuamente, pensavamo riflettessero il benessere economico del territorio che le ospitava.

Povere banche

Nel 2023 quelle italiane hanno registrato 40 miliardi di profitti soprattutto per merito di euro burocrati superstipendiati che hanno avuto l’ideona per cui la Banca centrale europea gli dà i soldi quasi gratis e poi le paga il 4% per tenerli parcheggiati a Francoforte. Aiutate dal governo del nostro presidente del Consiglio, la Giorgia, che prima annuncia una tassa, peraltro minima, sugli extraprofitti, e poi se la fa nella gonna, anzi nei pantaloni, e impastocchia tutto facendo marcia indietro.

Quest’ultimo passaggio che rientra, a buon titolo, nella normalità della qualità comunicativa del nostro governo verso i governati, basato su annunci strabilianti e azioni inesistenti. O su semplici ed esplicite balle (leggi bugie).

 

Normalità per normalità

Il ritorno alla “normalità” monetaria ha ripristinato in Europa la remunerazione delle riserve in eccesso (rispetto al minimo obbligatorio) detenute presso la Banca centrale europea dalle banche commerciali private.

Apparentemente una questione che non danneggia famiglie e imprese, ma in realtà non è così: perché a pagare questi interessi alle banche è, di fatto, tutta la collettività.

E’ giusto che sia così?

Partiamo dai numeri. Alla fine di dicembre del 2022 la Bce ha innalzato il tasso sui depositi (il deposit facility rate) al 2%. Alle banche commerciali che parcheggiano la propria liquidità presso la banca centrale viene offerto un interesse privo di rischio, con l’obiettivo finale di limitare il credito verso l’economia.

Per raffreddare l’inflazione la banca centrale punta a limitare la circolazione della moneta, la maggior parte della quale viene generata proprio attraverso il credito bancario.

 

Dal momento che le riserve in eccesso depositate dalle banche europee presso la Bce ammontavano a 4.600 miliardi di euro alla fine del 2022 le banche europee hanno portato a casa, senza nessun rischio né alcun azione organizzativa né operativa, cioè standosene tranquillamente sul divano (a proposito dei giovani divanisti della propaganda della destra), ben 92 miliardi di euro, pari allo 0,75% del Pil dell’Eurozona.

Si tratta di una somma sottratta alla collettività perché, al contrario di quanto afferma il sistema mass-mediatico economico, il “giornale unico”, per capirci, la banca centrale è un ente di diritto pubblico obbligato a versare gli utili realizzati nelle casse dello Stato.

Funziona così anche per la Bce e l’Eurosistema e, in questo caso, a “staccare l’assegno” allo Stato italiano è la Banca d’Italia.

Per gli Stati europei offrire maggiori interessi alle banche significa ricevere 92 miliardi di euro in meno nel solo 2023 e, quindi, “aumentare il deficit dello 0,75%”. 

Alla sola Banca d’Italia spetterebbero circa 12,7 miliardi, (quindi meno del costo annuale del Reddito di cittadinanza versione M5S), che potrebbero essere girati allo Stato Italiano e che, invece, finiranno nelle casse delle banche.

La rinuncia di questo corposo utile sarà coperto con “maggiore austerità nel futuro”, ci fanno sapere, ossia riducendo la spesa pubblica quindi aumentando le liste d’attesa per le analisi sanitarie o le imposte.

Ma il boom economico del 2023 non riguarda solo le banche (vedi i titoli del Sole 24 ore), persino la manifattura. In un anno nero per la produzione, ha prodotto begli utili, ineccepibile testimonianza del saper fare e dell’ingegno dell’imprenditoria, che ora incassa.

Aggiungiamo i grandi player energetici: Eni e Enel per l’Italia, i cui vertici, grazie all’ausilio di pagatissimi super consulenti, si sono inventati questa sofisticatissima strategia economica e organizzativa di fare profitti con l’aumento dei prezzi.

 

E noi?

Miserabili, con i nostri miseri lavoretti intermittenti e frammentati, compensati da guadagni molto bassi.

Più che un metodo di ingresso nel mercato del lavoro, come il sistema mass-mediatico economico si ostina a definirlo, il contratto a tempo determinato sembra una formula che in realtà spezzetta le carriere, le rende molto discontinue, impedisce ai giovani di costruirsi famiglia e futuro e, quindi, si traduce in “lavoro povero”.

Lo dicono i dati Inps rielaborati dalla Cgil, che alla fine del 2023 ha diffuso un report (Breve nota sul reale stato dell’occupazione in Italia) basato sui dati del 2022.

In Italia gli addetti a termine, circa 4 milioni di occupati (forse meglio dire sottoccupati) sono in servizio mediamente per soli 155 giorni all’anno e guadagnano meno di 11 mila euro lordi (meno di 700 euro al mese, senza tredicesima, né Tfr).

I settori che più di tutti contribuiscono a creare questi lavoretti sono perlopiù legati al turismo: le agenzie di viaggio e noleggio, i servizi alle imprese, gli alberghi e i ristoranti.

Ma anche la scuola pubblica, con il suo consueto esercito di oltre 200 mila supplenti precari, dà un apporto importante, così come la Pubblica amministrazione in generale che in totale arriva a mezzo milione.

In Italia, secondo l’Istat, i lavoratori a tempo determinato sono circa 3 milioni. Tuttavia, se consideriamo tutte le persone che nel corso dell’anno (2022) hanno avuto rapporti a termine (quindi non solo al momento della rilevazione) arriviamo quasi a 4 milioni, senza contare tutto il settore agricolo che è fatto per gran parte da operai a tempo determinato.

Queste persone sono impiegate in settori legati, spesso, alla stagionalità: almeno uno su tre è nel turismo. Per cui il numero di giornate lavorative effettive dei precari è basso: in media sono operativi per metà dell’anno, perché a impiegare.

La disuguaglianza non risparmia la precarietà che non è uguale in tutti i settori.

Per esempio, mentre la media di giornate lavorative nella manifattura è di 177, in alberghi e ristoranti questa scende a 115. Ben più alta quella nell’istruzione, che si attesta a 196.

Il settore alloggio e ristorazione primeggia per la retribuzione media giornaliera più bassa, poco superiore ai 49 euro.

Questi numeri raccontano molto dei risultati dell’economia neoliberista propagandata e diffusa dai miliardari americani dal 1950 in poi, e spiegano la qualità del mercato del lavoro in un’economia liberale, quando si va oltre agli annunci che parlano di grande opportunità, di vittoria della libertà individuale e di strabilianti risultati.

Proprio i dati Istat usciti di recente (mercoledì 13 marzo 2024) confermano che il 2023 non è stato per niente l’anno dei record di occupazione di cui si riempie la bocca la propaganda del governo di destra centro e che rientra nel repertorio di balle che Giorgia Meloni diffonde nei suoi comizi.

Infatti, nell’anno appena passato le ore lavorate complessive sono state 44,8 miliardi.

Un dato ancora molto al di sotto rispetto a quelli:

  • del 2006 (con 45,2 miliardi),

  • del 2007 (con 45,9 miliardi)

  • e del 2008 (con 45,8 miliardi).

In pratica, non abbiamo ancora nemmeno recuperato la crisi del 2008.

 

La ripresa che c’è solo nelle parole della Meloni

La ripresa dalla recessione, e anche quella dal Covid, si è molto basata su lavori precari e part time, perciò le ore lavorate sono ancora in numero molto inferiore e gli stipendi dei lavoratori italiani ben più bassi spesso ai confini con la soglia della povertà.

Resta da chiedersi che cosa accadrà quando si esauriranno gli effetti di Pnrr e Superbonus, dato che, rispetto al pre-Covid, è l’edilizia il settore che segna la crescita maggiore di ore lavorate, seguita dai servizi.

L’industria segna praticamente gli stessi livelli del 2019, mentre l’agricoltura registra una perdita (e questo spiega anche le mobilitazioni dei trattori).

Quindi utili fantascientifici per banche, player e quelli che una volta si chiamavano padroni e lavoro povero per milioni di italiani.

E’ evidente: eravamo in pieno boom economico e non ce lo siamo goduti.

Colpa di quella pessima abitudine di vedere il bicchiere mezzo vuoto o forse della mai sufficientemente esecrata invidia sociale, perché mentre i nostri connazionali timonieri d’azienda, manager e dirigenti facevano soldi a palate, noi stavamo lì a contare quanto potere d’acquisto avessero perso i nostri salarietti, prendendocela con Giorgia Meloni che tanto si dava da fare per aiutare gli strati più poveri della popolazione.

Roba da miserabili.

Ma non è finita. Finalmente possiamo renderci utili anche noi.

Il boom economico è finito e arriva l’ora dei sacrifici: almeno quelli potremo farli noi, visto che lorsignori imprenditori in questi anni hanno dovuto fare tutto da soli…

 

Fonti

Breve nota sul reale stato dell’occupazione in Italia, Nicolò Giangrande e Rossella Marinucci, aree Politiche per lo sviluppo e Mercato del lavoro della Cgil nazionale, 12 dicembre 2023.

Sole 24 Ore, mercoledì 13 marzo 2024.

Troppi soldi che dormono in banca, l’eurozona vuole svegliarli, di Emanuele Bonini, Eu news, 23 Febbraio 2024.

C’era il boom e ce lo siamo perso, Marco Palombi, Il fatto quotidiano, Giovedì 14 marzo 2024.

Bce, rialzo tassi regala alle banche 92 miliardi (e li toglie agli Stati), Alberto Battaglia, 10 gennaio 2023.

Lavoro schiavo: 10 mila € l’anno per 4 mln di precari, Roberto Rotunno, Il fatto quotidiano, Venerdì 15 marzo 2024.