PREMESSA di Roberto Maffei
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Andrea mi ha chiesto di scrivere una breve premessa al suo articolo e lo faccio molto volentieri. Questo lavoro tocca uno degli aspetti rimasti, forse, più in ombra del secolo scorso nel quale, dopo il 1945, l’attenzione è stata catturata soprattutto dalla Shoah, per l’orrore della concezione e per le dimensioni inimmaginabili (milioni di persone sterminate solo sulla base di ignoranza, pregiudizi e insensata malvagità). Ma la Shoah, sia pure unica nella sua specificità, non è stata l’unico orrore del XX° Secolo. Andrea si concentra specificamente su quei processi sociali, purtroppo costati altri bagni di sangue, legati ai tentativi di trasformare a forza, e in breve tempo, culture che si erano consolidate nei secoli. E presenta quello che, secondo lui, è il punto di vista (il vissuto) delle vittime le quali, schiacciate dalla dimensione e dalla potenza degli eventi, per quanto possibile scelgono semplicemente la via della sopravvivenza. E che altro potevano fare? Le culture non cambiano con i tempi dei governi o, anche, dei regimi; hanno tempi loro, e in un’epoca caratterizzata da dinamiche che sembrano accelerate e impazzite sarebbe bene tener conto anche di questo.

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Non c’è mai un momento preciso in cui una società “cambia”. C’è piuttosto un momento in cui non regge più.

È lì che qualcosa si sposta, non in avanti, non indietro, ma di lato. Fuori dall’idea che aveva di sé.

Chi guarda la storia da lontano parla di svolte, di rivoluzioni, di transizioni. Chi ci vive dentro sente soprattutto fatica. La sensazione che tutto sia costato troppo. Che ogni parola grande abbia chiesto un prezzo che il corpo, prima ancora della mente, non vuole più pagare.

I tre casi che attraversano questo discorso – la Cina della Rivoluzione culturale, la Cambogia e il Vietnam dopo la vittoria comunista, il Sudafrica dopo apartheid e bush war – sembrano lontani, diversi, quasi incomparabili. E invece, visti dal dopo, si assomigliano in modo inquietante. Non per ciò che hanno prodotto, ma per ciò che hanno spento.

Prima, c’era sempre una promessa totale. In Cina, l’idea che il passato fosse una zavorra da distruggere, che l’uomo potesse essere rifatto spezzando i legami con ciò che era stato. Mao parlava di liberazione, ma la pratica era una mobilitazione continua, nervosa, violenta. Dieci anni di Rivoluzione culturale non sono stati solo un conflitto politico: sono stati un assalto sistematico alla memoria, all’istruzione, alla fiducia reciproca. Milioni di giovani sradicati, un’intera generazione cresciuta senza continuità. Quando tutto finisce, non resta voglia di discutere. Resta il desiderio di stabilità, qualunque forma essa prenda.

In Cambogia, l’idea diventa ancora più brutale, quasi caricaturale nella sua ferocia. L’anno zero. Non migliorare l’uomo, ma azzerarlo. Un quarto della popolazione muore in pochi anni. Non per errore, ma per progetto. Qui il trauma non lascia spazio a interpretazioni. La società che emerge non cerca giustizia, non cerca catarsi. Cerca silenzio. Gli antropologi lo hanno visto bene: famiglie che evitano di raccontare, comunità che riducono la politica a un rumore di fondo. Non perché non ricordino, ma perché ricordare troppo è pericoloso.

Il Vietnam, che vince, mostra un’altra variante dello stesso esito. Trent’anni di guerra, milioni di morti, poi i campi di rieducazione, la pedagogia della vittoria. Anche qui l’idea era che il conflitto avesse forgiato una coscienza nuova. In realtà aveva solo esaurito le riserve. Quando arrivano le riforme economiche, non sono il frutto di un’illuminazione ideologica. Sono una resa fisiologica.

Il Sudafrica sembra diverso. Non c’è l’uomo nuovo, non c’è l’anno zero. Ma c’è un altro tipo di ingegneria totale: quella razziale, amministrata, scientifica. L’apartheid non è solo odio. È organizzazione. A questo si somma la bush war, il senso di accerchiamento, l’idea di essere l’ultimo bastione occidentale in Africa australe. Per anni, risorse, vite, energie vengono consumate in nome di una partita geopolitica che si chiude altrove, senza cerimonia. Quando la Guerra Fredda finisce, resta una sensazione amara: aver pagato per un gioco che altri hanno smesso di giocare.

Qui la scienza aiuta, ma non consola. Oggi sappiamo che l’esposizione prolungata alla violenza non produce coscienza, produce regolazione. Sistemi nervosi individuali e collettivi che imparano ad abbassare il tono, a evitare l’eccesso, a diffidare delle mobilitazioni totali. I dati su PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder), depressione, somatizzazione, ma anche su partecipazione politica e fiducia istituzionale, raccontano la stessa storia: dopo il trauma, l’energia si ritrae.

E poi c’è il dopo. Sempre il dopo. Quello che non assomiglia mai alle promesse.

In Sudafrica, la Truth and Reconciliation Commission viene spesso raccontata come un miracolo morale. Ma vista da vicino è soprattutto un atto di contenimento. Non punire tutti perché non si può. Non dimenticare tutto perché sarebbe insostenibile. Mettere oppressori e oppressi faccia a faccia non per guarire, ma per evitare che il corpo sociale collassi. Terzani lo racconta con quella frase che resta addosso: la storia non scorre come un’idea, ma come un fiume sulla pelle. Non ti educa. Ti consuma.

I dati lo confermano in modo spietato: la partecipazione alla TRC (Truth and Reconciliation Commission) non riduce significativamente il trauma individuale, ma riduce il rischio di ritorno alla violenza. La società non sta meglio. Sta in piedi. Ed è già molto.

Nella Germania Est, dopo l’apertura degli archivi della Stasi, accade qualcosa di simile. Un breve momento di fame di verità, poi stanchezza. Troppe complicità minime, troppe zone grigie. La giustizia totale diventerebbe una nuova forma di distruzione. E così subentra una memoria funzionale, imperfetta, ma sopportabile.

In Cambogia, la giustizia arriva tardi, quando molti responsabili sono già morti. Eppure il paese non esplode. Non perché abbia fatto pace con il passato, ma perché è troppo stanco per riaprirlo.

Qui emerge una verità scomoda: le società traumatizzate non cercano il bene. Cercano il meno peggio.

Non perché abbiano perso la morale, ma perché hanno imparato il costo reale delle idee assolute. La pace che scelgono è silenziosa, quasi spenta. Ma è una pace che non chiede altro sangue.

Questo silenzio viene spesso scambiato per cinismo, per decadenza. È un errore di chi non ha mai dovuto vivere troppo a lungo sotto tensione. In realtà è una forma di intelligenza adattiva. Il corpo sociale ha abbassato il volume perché ha capito che oltre una certa soglia si muore.

I figli di queste società crescono dentro questo clima. Non ereditano l’odio, ma la diffidenza verso le grandi narrazioni. Sanno, anche senza saperlo spiegare, che l’ideologia costa. Che le promesse chiedono sempre più di quanto diano. Non sono apatici. Sono allergici all’assoluto.

E allora il cambiamento culturale vero non è quello proclamato. È quello che resta quando nessuno ha più voglia di proclamare nulla. Una riduzione dell’orizzonte. Un’attenzione ossessiva al presente. Un rifiuto istintivo di tutto ciò che somiglia a una nuova chiamata alle armi, anche se morale.

Non c’è redenzione qui. Non c’è trionfo. C’è continuità biologica. La vita che va avanti, più cauta, più lenta, meno disposta a credere. Forse meno nobile. Ma viva.

E se questo testo non insegna niente, va bene così. Perché dopo certi attraversamenti, insegnare è già una forma di violenza. Quello che resta è esserci. Stare dentro il dopo. E capire che a volte il cambiamento più profondo è semplicemente questo: che non succeda più.

Almeno fino alla prossima generazione.