Abstract
Nel saggio I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024), Alessandro Volpi offre una lucida e documentata analisi della più grande concentrazione di potere economico e politico della storia contemporanea. Il volume smaschera il meccanismo con cui tre fondi d’investimento statunitensi – Vanguard, BlackRock e State Street – hanno silenziosamente accumulato un potere senza precedenti, diventando azionisti di controllo delle principali società globali e penetrando nei settori strategici degli Stati, dalla sanità alle infrastrutture. Volpi dimostra come, attraverso partecipazioni incrociate e opache, questi soggetti abbiano di fatto cancellato il libero mercato sostituendolo con un monopolio finanziario, condizionando le scelte politiche e svuotando la democrazia. Il libro non si limita alla denuncia, ma si interroga sulle responsabilità di una politica che ha abdicato al suo ruolo e, negli ultimi capitoli, delinea possibili strategie per invertire questa rotta, restituendo centralità alla sfera pubblica e al lavoro.
Una MAPPA del potere invisibile.
A partire dal saggio di Alessandro Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024), proviamo a tracciare una mappa del potere invisibile che governa le nostre vite. Chi sono oggi i veri decisori dell’economia globale? La risposta, documentata e lucida, è un pugno nello stomaco: sono loro, i cosiddetti “Big Three” – Vanguard, BlackRock e State Street.
Non si tratta di multinazionali della produzione, né di banche d’affari tradizionali. Sono fondi di investimento, nati negli Stati Uniti tra gli anni ‘70 e ‘80, che oggi gestiscono una mole di denaro superiore al Pil di intere nazioni. Come ci ricorda Volpi, nel 2022 i primi dieci fondi del pianeta hanno registrato attivi per 44.000 miliardi di dollari. Solo BlackRock e Vanguard ne gestiscono quasi la metà, un valore pari a un quinto dell’intero Pil mondiale. Per dare un ordine di grandezza, BlackRock da sola gestisce 11,5 trilioni di dollari di asset, cinque volte il Pil italiano e un terzo di quello statunitense. Questi colossi sono ormai più forti dei singoli Stati, presenti in ogni settore dell’economia e della politica mondiale. Controllano le principali agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch), che giudicano la salute dei debiti sovrani, e possiedono partecipazioni decisive nelle prime 500 società del pianeta, da Apple e Microsoft a Exxon e Johnson & Johnson, passando per l’industria militare, la farmaceutica e l’agroalimentare. L’economia non è più un libero mercato dove i prezzi sono decisi dall’incontro tra domanda e offerta; ormai, i prezzi e le sorti dell’economia reale sono determinati dalle strategie di pochissimi player.
L’inganno della “Finanza Democratica”
L’ascesa di questi giganti non è avvenuta per caso, ma è il frutto di un preciso disegno e di un colossale inganno. All’inizio, si sono presentati come i paladini di una nuova “finanza democratica”. Nati come fondi passivi, promettevano di replicare semplicemente l’andamento degli indici di borsa, abbattendo i costi di gestione e permettendo a chiunque di accedere al mercato con strumenti come gli ETF (exchange traded fund). Questa immagine rassicurante e accessibile ha nascosto la loro vera natura. Con il tempo, questi grandi monopoli privati hanno assunto ruoli e dimensioni pubbliche, diventando azionisti di controllo e trasformandosi in fondi “attivi”, capaci di esercitare il diritto di voto nelle assemblee societarie e condizionare le scelte strategiche delle aziende.
Questa scalata al potere è stata resa possibile anche dalla cronica incapacità della politica di svolgere un ruolo di interposizione e controllo. Come sottolinea Volpi, non c’è stata alcuna azione incisiva per limitare la loro diffusione o per fare chiarezza sulla loro opaca struttura proprietaria. Al contrario, le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno spianato loro la strada: le privatizzazioni dei servizi pubblici, le politiche di austerità e il continuo abbassamento delle tasse (soprattutto sui redditi più alti e sulle rendite finanziarie) hanno prosciugato le casse dello Stato e delegato al privato la gestione di bisogni essenziali.
L’accumulazione attraverso la distruzione del Welfare
Il meccanismo è perverso e lineare. La riduzione del gettito fiscale rende insostenibile la spesa per il Welfare State. Per garantire la propria salute e la propria pensione, i cittadini sono costretti a rivolgersi a fondi sanitari e pensionistici privati, affidando i propri risparmi alla gestione della finanza globale. I cittadini smettono di essere tali e diventano soggetti finanziari, risparmiatori dipendenti dalle strategie dei fondi. Questa immensa liquidità, raccolta anche grazie alla complicità di sindacati che nei contratti collettivi spingono verso polizze private, finisce proprio nelle casse dei Big Three, che la usano per acquistare quote sempre maggiori di economia reale.
Con questa montagna di denaro, i fondi entrano nelle aziende private e pubbliche in difficoltà, nelle banche, e soprattutto nelle multiutility, le società di servizi pubblici (acqua, energia, rifiuti) quotate in Borsa. In questo modo, la privatizzazione dei servizi si salda perfettamente con la loro finanziarizzazione. La logica che guida queste società non è più il bene comune o la qualità del servizio, ma il culto del dividendo: l’imperativo è remunerare al massimo e nel minor tempo possibile i grandi azionisti e i piccoli risparmiatori che hanno investito nel fondo.
Il Cartello invisibile e il crollo della Democrazia
Si viene così a creare un vero e proprio cartello monopolistico che ha cancellato l’idea stessa di mercato. La situazione è resa ancora più grave dall’opacità della loro struttura proprietaria, caratterizzata da partecipazioni incrociate. Come spiega chiaramente Volpi, BlackRock è posseduto da Vanguard, che è posseduto da State Street, che a sua volta è posseduto dagli altri due, in un vortice di azionisti incrociati che rende impossibile capire chi sia il vero “padrone”. Siamo di fronte a un’“opacissima autocrazia”.
Grazie alla loro posizione dominante e all’uso della finanza derivata, questi fondi sono in grado di alimentare la speculazione sui prezzi di materie prime, energia e beni di prima necessità, generando inflazione. Le banche centrali, per contrastare l’inflazione, alzano i tassi di interesse, rendendo sempre più costoso per gli Stati finanziare il proprio debito pubblico. A questo punto, i fondi si propongono come “salvatori”, comprando il debito pubblico a tassi elevati e imponendo come condizione l’ingresso in settori strategici e la prosecuzione delle politiche di privatizzazione. È il meccanismo che gli economisti neoliberisti chiamano “affamare la bestia”, portato al suo estremo compimento.
In questo grande casinò dell’economia globale, come nota Volpi, c’è chi perde sempre: il mondo del lavoro. I lavoratori pagano il conto dell’inflazione, subiscono i danni dei tassi alti e non vedono aumenti retributivi perché i profitti devono essere tutelati a tutti i costi per garantire i rendimenti agli azionisti. È un mondo alla rovescia in cui i super-profitti generano disoccupazione e insicurezza sociale.
I Big Three, in sintesi, stanno distruggendo il mercato (sostituendolo con un monopolio) e la democrazia (svuotando la sovranità popolare e sostituendo le scelte politiche con i diktat finanziari).
Il caso cinese
A differenza del resto del mondo, le grandi imprese cinesi non sono ancora penetrate da questa deriva neoliberista: i fondi statunitensi come i Big Three non hanno infatti avuto accesso al capitale delle principali società asiatiche, che rimangono saldamente ancorate a un sistema di controllo pubblico e nazionale, rappresentando un’eccezione significativa al monopolio finanziario globale
Primi Passi per uscire dalla Crisi
Di fronte a questo scenario apocalittico, esiste una via d’uscita? Alessandro Volpi, in un recente articolo “Primi passaggi contro la crisi“ (jacobinitalia.it) non si limita alla denuncia ma prova a indicare alcune strade, necessariamente radicali e coraggiose, per invertire la rotta.
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Limitare la circolazione dei capitali: È necessario reintrodurre vincoli che impediscano la fuga incontrollata dei risparmi verso la finanza statunitense. L’obiettivo è restituire una dimensione territoriale al risparmio, legandolo agli investimenti produttivi locali e alla qualità del lavoro.
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Ridurre gli strumenti finanziari: Va operata una drastica riduzione del numero di strumenti finanziari, come gli ETF, che hanno “democratizzato” la finanza solo in apparenza, allargando la platea di chi è coinvolto nel gioco speculativo. La finanza deve tornare a essere al servizio dell’economia reale.
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Tassare la rendita finanziaria: Serve una riforma fiscale che sposti il prelievo dal lavoro e dai consumi alla rendita finanziaria, con patrimoniali, imposte di successione e una forte progressività. Bisogna smantellare i paradisi fiscali e trasformare le tasse sugli extraprofitti in un prelievo strutturale.
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Ricostituire il credito pubblico: È fondamentale creare o riformare istituti di credito e assicurativi pubblici (come la Cassa Depositi e Prestiti in Italia) che siano in grado di gestire il risparmio e indirizzarlo verso un credito produttivo, non finanziarizzato, sottraendolo alla gestione dei fondi privati.
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Tutelare i patrimoni naturali: Bisogna impedire qualsiasi ulteriore privatizzazione dei monopoli naturali e dei servizi pubblici essenziali, che rappresentano un terreno di conquista privilegiato per i fondi, attratti dalle tariffe garantite.
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Una vera banca centrale pubblica: Serve una banca centrale (la BCE) che agisca davvero come prestatore di ultima istanza e monetizzi i debiti pubblici per finanziare investimenti pubblici, a partire dalla lotta alla crisi climatica e alla disuguaglianza.
In conclusione, il libro di Volpi è un campanello d’allarme fondamentale. Ci mostra come la nostra democrazia e la nostra economia siano state silenziosamente espropriate da un pugno di fondi finanziari. La loro forza non è ineluttabile, ma per contrastarla è necessaria una presa di coscienza collettiva e una risposta politica all’altezza della sfida, che metta al centro la ricostruzione di una sfera pubblica forte e democratica.
Bibliografia
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Alessandro Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, Roma-Bari 2024.
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