Quanto è vano il lavoro dei “critici”, dei dissezionatori, degli analisti, dei commentatori. Leggevo il titolo di una conferenza su Robert Musil: i segreti dell’Uomo senza qualità (continuamente in questa fiera dell’idiozia che è il mondo degli influenzatori compaiono del resto titoli di conferenze o di sproloqui insulsi come “ciò che non avete mai compreso di Shining” o “la vita nascosta di Beckett”). I segreti, i retroscena, le stanze sotterranee? Roditori infaticabili, parassiti, gente che non ha mai elaborato la fase anale.

Come i docenti, gli insegnanti, i supposti prescrittori della vita che non hanno mai vissuto. Quelli che pretendono di avvistare il futuro degli esseri e dunque si ritengono in diritto di prescrivere una dieta, un protocollo, un programma. Quelli che il ragazzo incontra sul suo cammino e che glielo sbarrano, glielo disseminano di trappole, di cartelli, di regolamenti onde non rischi di interpretare la propria vita anziché il loro copione.

Via! Via di qui. Dell’opera, come ho sempre tentato di far capire (invano ahimé) negli incontri sull’arte, si tratta di assaporare tutto, scendendo in essa, immergendovisi, soggiornandovi. Non per estrarne sensi, significati o peggio spiegazioni ma per sentirne il flusso, se possibile per assecondarlo e goderlo. Ogni opera un viaggio interminabile, reiterabile, indefinibile. Gustate la frase, il passo, l’intavolatura, l’incastro delle parole, dei segni, dei colori, se son capaci di chiamarci, naturalmente. Che vi son opere mute, o che steccano subito, o che mandano stridori o che si incuneano in tesi, in programmi, in dimostrazioni. O peggio in elogi, in eufemizzazioni, in parenesi, come quasi tutta la letteratura contemporanea di questo povero paese miserabile. Oggi si pretende che l’opera sia “impegnata”, che si schieri, che sostenga una tesi. Ogni volta che un’opera d’arte si incammina su una linea programmatica si distrugge, smarrisce il suo senso, che è trasmutazione del visibile nell’invisibile, come diceva Rilke e cioè sottrazione alla presenza, all’evidenza palesata per appagare la nostra sete di dominare, di afferrare, di perimetrare. Laddove la vita di un’opera sta proprio nel perdere, nel mostrare l’impraticabilità di ogni presidio, la fragilità di ogni possesso, specie quello del significato.

E allora, semmai, provate con un Pynchon, Thomas Pynchon, quello dell’ arcobaleno della gravità e di V. e di tutti i suoi meravigliosi romanzi senza destinazione, non cercate il senso, affidatevi, assecondatelo, vi farà godere, lo assicuro, lasciatelo timonare deponendo la tentazione di tradurlo nel vostro dialetto limitato, a voi il piacere del viaggio, non fate domande, prendetevi il piacere di contemplare le volute delle frasi, i gomitoli inestricabili fitti di personaggi che divengono, che sfuggono, che tornano.

Questa è l’avventura del mondo in effetti. Allo stesso modo in educazione (o in diseducazione meglio), basta guardare un bambino, un adolescente e subito, se non si è dei “critici”, dei branditori di tesi, dei sacerdoti che propugnano vocazioni o ideali, si vede. Si vede la sua singolarità indefinibile che ha da essere solo abbracciata e intrattenuta. Che fare?

Non certo pretendere di scoprire il mistero dell’essere. Offrire il sorprendente e l’invitante. Punto. Che dobbiamo fare di questi esseri che abbiamo obbligato a stare al mondo se non alleviargli l’inesorabile peso di questa sorte inattesa invitandoli a dividere quella bellezza che comunque c’è, quella parte interessante dello spettacolo umano e naturale, non facile, non necessariamente, anche difficile. Anche brutale e sgomentante nel suo stuzzicare comunque la curiosità, l’emozione. Anche il piacere del male. E, se si è bravi, offrire persino l’appassionante. Non altro, anime prave.

Come in letteratura si deve andare, senza sapere necessariamente dove, percorrendo gli infiniti sentieri senza sbocco, gli unici che permettano di trovarsi. Agli speleologi dell’invisibile suggerirei più prudenza, l’invisibile fortunatamente è senza fondo e il rischio è di non saper vedere neppure la superficie che ci invita a guardarla più a fondo proprio mentre noi ne ispezioniamo scioccamente, torcia alla mano, i supposti segreti celati.

Consentire ad esserci nell’ombra calante della sera, nell’affacciarsi improvviso fuori dal bosco, nel rintanarsi nella grotta, nel cadere, nel lottare con il compagno nella sabbia, nel buio, nel riapparire pallidi di luna, esattamente come fa la frase, il personaggio inedito, la metafora sorprendente, il cambio di ritmo, la perifrasi, la lunga dipanatura della similitudine in Proust, lo scherzo erotico ed inaudito dei corpi in Gombrowicz.

La diseducazione deve essere affaccio sulla inconoscenza, viaggio nell’incertezza, come in Un’estate da giganti di Bouli Lanners, come nella Vita davanti a sé di Romain Gary, a Belleville, dove il piccolo Momo legge le puttane come donne “che si difendono con il proprio culo” ed è giustamente convinto che “prima di andarmi a cacciare nella felicità devo averle provate tutte per tirarmene fuori”.

 

Infografica elaborata da NotebookLM. 

Per ascoltare il Podcast di Caos Management clicca qui.

Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!