Il principio che il sistema premia il talento e il duro lavoro incoraggia i vincitori a considerare il proprio successo quale frutto delle proprie azioni, una misura della propria virtù e a guardare dall’alto in basso chi è meno fortunato di loro. L’arroganza meritocratica riflette la tendenza dei vincitori a inebriarsi troppo del proprio successo, a dimenticare la fortuna e la buona sorte che li ha aiutati sul cammino”.

Copertina del libro La tirannia del merito di Michael J. Sandel, edizione Feltrinelli, saggio sul lato oscuro e le critiche alla meritocrazia.Con queste parole, il filosofo Michael J. Sandel ci introduce al “lato oscuro” della meritocrazia, nel libro che ha segnato una ripresa su larga scala della discussione critica sul tema: La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti. Lungi dall’essere un principio neutro di giustizia, la meritocrazia si rivela spesso una trappola ideologica che, anziché appiattire il campo di gioco, legittima nuove e più subdole forme di disuguaglianza.

1. Le origini negative di un concetto rovesciato

Il termine “meritocrazia” non nasce affatto come un elogio. Fu il sociologo inglese Michael Young a coniarlo nel 1958 nel suo romanzo distopico L’avvento della meritocrazia, immaginando un futuro in cui il potere non si ereditava più per sangue, ma si conquistava tramite il quoziente intellettivo. L’esito di questa “aristocrazia dell’ingegno”, tuttavia, non era l’utopia dell’uguaglianza, ma una società rigidamente divisa in caste, dove i “non meritevoli” venivano umiliati e spinti alla rivolta. Young fu così amareggiato dal successivo utilizzo positivo del termine che scrisse un articolo per The Guardian nel 2001 (Down with meritocracy) per ribadire che il suo libro era una “satira”, un avvertimento rimasto inascoltato.

In un Paese come l’Italia, dove la raccomandazione e il favore personale sono ancora pratiche diffuse, l’appello al merito suona spesso come una necessità ineludibile, ma come osservato da Marco Meotto (Doppiozero, 2019), tentare di premiare il merito in un sistema dove le condizioni di partenza sono così profondamente diseguali è un’operazione paradossale, il cui fallimento sarebbe grottesco se non fosse drammaticamente serio.

Prima di analizzare nel dettaglio i tre pilastri su cui si regge l’ideologia meritocratica, vale la pena soffermarsi su un passaggio cruciale della sua storia recente, ben ricostruito da Salvatore Cingari nel suo volume La meritocrazia (Ediesse, 2020), il concetto ha subito una vera e propria metamorfosi semantica nel corso dei decenni. Cingari segue l’evoluzione del termine dalla sua invenzione fino ai giorni nostri, esaminando sia il dibattito teorico che ha coinvolto filosofi e pensatori sociali (da Young a Della Volpe, da Hayek ad Arendt, passando per Rawls, Bell, Bourdieu, Walzer, Sen, Lasch, Sennet e Giddens) sia il suo utilizzo nel linguaggio politico (da Martelli a Blair e Renzi) e la sua progressiva sedimentazione nel senso comune.

Ciò che emerge con chiarezza è che all’inizio del nuovo millennio, con l’affermarsi della Terza Via, l’ideologia meritocratica cessa di essere un concetto neutro o di nicchia e diventa parte integrante del bagaglio valoriale della cultura politica progressista europea, sempre più plasmata dalle logiche della governance postfordista. In questo passaggio decisivo, la meritocrazia si trasforma in una parola-chiave del neoliberalismo, assolvendo a una funzione ideologica precisa: quella di fornire una giustificazione apparentemente ragionevole alle disuguaglianze crescenti generate dai processi di finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazione produttiva e privatizzazione dei servizi pubblici.

2. I tre pilastri dell’ideologia meritocratica in ambito educativo

In pochi decenni, il significato critico originario del termine è stato completamente ribaltato; come giustamente fanno notare Paolo Brunori e Annaelena Valentini (Menabò 189 di Etica ed Economia, 2023), l’aver accostato la parola “merito” al suffisso “-crazia” (che in greco significa “potere”) avrebbe dovuto far intuire il vero obiettivo: non una democrazia dei capaci, ma un potere dei più bravi.

Copertina del saggio Contro l'ideologia del merito di Mauro Boarelli, edito da Laterza, incentrato sui danni della meritocrazia nella scuola.A partire dagli anni Sessanta e Settanta, come documenta dettagliatamente Mauro Boarelli nel suo “Contro l’ideologia del merito” (Laterza, 2019), iniziano a delinearsi tre pilastri concettuali che reggono l’intero edificio meritocratico in ambito educativo.

  • Primo pilastro: il capitale umano. La scuola inizia a considerare gli studenti come un “capitale umano” da valorizzare, ovvero come futuri lavoratori da plasmare secondo i canoni della flessibilità, dell’adattamento costante e della capacità di mettersi in proprio. L’istruzione perde così la sua funzione di formazione critica per diventare un semplice investimento: ciò che si impara è valido solo se risulta utile, ovvero economicamente redditizio.

  • Secondo pilastro: la didattica per competenze. Le competenze ritenute “chiave” ovviamente sono quelle che servono al mondo dell’impresa. Persino le capacità relazionali, come saper lavorare in gruppo, vengono rivalutate non per il loro valore umano, ma perché aumentano il successo economico. Il rovescio della medaglia è che il fallimento diventa una faccenda privata: se non ce l’hai fatta, è colpa tua, perché non hai saputo sviluppare le competenze giuste. In questa prospettiva, l’educazione attiva (che vuole cambiare il mondo) viene sostituita da un approccio passivo che impone di adattarsi al mondo così com’è. Ne deriva che il conflitto sociale, motore del cambiamento, viene espulso: se ognuno è artefice del proprio destino, non c’è spazio per la lotta collettiva per un ordine sociale diverso.

  • Terzo pilastro: la valutazione standardizzata. Per certificare il possesso delle competenze si ricorre a test e a misurazioni delle performance; in questo meccanismo, diventa più importante saper fornire la risposta esatta che porsi domande scomode. Come ci metteva in guardia il fisico e filosofo austriaco Heinz von Foerster (Sistemi che osservano, 1987), i test servono a misurare il grado di “banalizzazione” di uno studente: chi ottiene il punteggio massimo di solito è un individuo perfettamente prevedibile e dunque ideale per una società che non ama le sorprese né i problemi.

3. La tirannia del mercato e lo smantellamento del pubblico

Nell’ideologia del merito, la formula è semplice: maggiore è il merito riconosciuto, maggiore è la capacità di generare profitto. Questa equazione spiega perché la logica meritocratica non si sia fermata alla scuola, ma abbia invaso anche la sanità, i servizi sociali e l’intera pubblica amministrazione.

Come spiega Boarelli nel suo libro, si è assistito a una campagna sistematica per delegittimare il settore pubblico, dipinto come inefficiente e assistenzialista; al contrario, il privato viene esaltato come più virtuoso perché, in teoria, più esposto alla dura selezione del mercato.

In questo modo, il principio del merito diventa la chiave perfetta per smantellare lo stato sociale; la trasformazione aziendalistica di scuole, ospedali e uffici pubblici non è più una minaccia lontana: è la nostra realtà quotidiana.

4. Merito vs. Democrazia: l’aristocrazia ereditaria del XXI secolo

L’ideologia del merito si vende come la massima espressione dell’uguaglianza delle opportunità, ma senza interventi decisi di redistribuzione della ricchezza, rischia di tradursi nell’ “uguaglianza delle opportunità di essere ineguali”. Se la gara parte da un terreno già inclinato da disuguaglianze economiche e sociali, il merito diventa una semplice ratifica di vantaggi già acquisiti, indipendentemente dall’impegno individuale.

Copertina del libro The Meritocracy Trap di Daniel Markovits, Penguin Press, studio statistico sulle disuguaglianze sociali ed economiche.Le analisi di Daniel Markovits in The Meritocracy Trap (Penguin Press, 2019) offrono dati impressionanti al riguardo. Negli Stati Uniti, il paese che più di ogni altro esalta il sogno meritocratico, oltre il 70% degli studenti delle università più prestigiose proviene dal quarto più ricco della popolazione, mentre solo il 3% proviene dal quarto più povero. Se la tua famiglia è nell’1% più ricco, hai una probabilità 77 volte maggiore di entrare in un ateneo d’élite rispetto a un coetaneo del 20% più povero.

Inoltre, come osserva Andrea Boitani negli articoli per lavoce.info e Pandora Rivista (2022, 2023), i pochi studenti meno abbienti che riescono a partecipare alla competizione lo fanno spesso zavorrati da pesanti debiti. Questi numeri dimostrano che la “meritocrazia reale” finisce per assomigliare a un’aristocrazia ereditaria travestita da competizione. Quel 70% di studenti ricchi non rappresenta certo l’élite di virtù civiche e saggezza pratica che, secondo Aristotele, avrebbe dovuto avere un individuo con il diritto di governare.

Copertina del libro Disuguaglianza. Che cosa si può fare? di Anthony B. Atkinson, edito da Raffaello Cortina Editore, focus sulla redistribuzione della ricchezza.In modo simile, Tony Atkinson (2015), il maestro di Thomas Piketty, ci ha insegnato che la disuguaglianza dei punti di arrivo (reddito, ricchezza) si trasforma automaticamente in disuguaglianza dei punti di partenza (istruzione, salute, contatti) per la generazione successiva, in un circolo vizioso che sembra uscito dal romanzo di Young. Il risultato è una società di vincitori e perdenti permanenti.

Considerare il fallimento come una responsabilità esclusivamente individuale indebolisce la solidarietà sociale, un fatto tanto più grave in quanto le cause delle disuguaglianze sono in larga parte collettive, non individuali. Inoltre, affidarsi al mercato per giudicare il merito ci impedisce di riconoscere il valore di lavori fondamentali per la coesione sociale, come quelli della cura. Una vita dignitosa non dovrebbe dipendere dall’esito di una competizione, eppure mai come oggi il successo economico viene usato come prova del proprio valore morale.

Chi vince, conclude Sandel, dovrebbe avere l’umiltà di riconoscere il ruolo della fortuna e invece, nella realtà, chi vince guarda dall’alto in basso chi perde, dimenticando la buona sorte che ha incontrato sul suo cammino.

5. Il mito dell’eccellenza nell’università

Salvatore Cingari (Roars, 14 lug 2021) ha efficacemente smontato il “mito dell’eccellenza” che domina il dibattito sull’università italiana. In questo contesto l’algoritmo viene elevato a giudice supremo, capace di valutare curriculum e performance con un’aura di oggettività e di scientificità che in realtà è ingannevole, maschera la sua vera funzione: ridurre la complessità della persona a un mero dato quantitativo.

Questo mito, spiega Cingari, si è affermato per legittimare le disuguaglianze, sullo sfondo di una più ampia campagna ideologica che ha dipinto il welfare come un “assistenzialismo paternalistico” da superare e smantellare.

In questa accezione, l’eccellenza è profondamente incompatibile con la democrazia: mentre quest’ultima si fonda sull’eguaglianza sostanziale e sul valore diffuso tra pari, l’eccellenza produce gerarchie, assegna privilegi e, come nota Federica Giardini (Eccellenza, 2014), finisce per diventare uno strumento di una nuova “riaristocratizzazione” della società.

6. La falsa equazione: merito come somma di talento e sforzo

Papa Francesco ha più volte messo in guardia contro questo rischio, affermando che la meritocrazia sta diventando una “legittimazione etica della diseguaglianza”, una veste morale indossata dal nuovo capitalismo per giustificare le sue ingiustizie. Questa veste morale si regge su un’equazione fragilissima: quella che identifica il merito con la somma di talento e impegno.

Pensare il merito in questi termini è rischioso; innanzitutto, il talento è in larga parte un dono che non abbiamo scelto. Come osservava John Rawls (A Theory of Justice. 1971), nessuno può vantare meriti per il posto che occupa nella distribuzione delle doti naturali; il nostro patrimonio genetico (la “lotteria naturale”) e l’ambiente in cui cresciamo (la “lotteria sociale”) giocano un ruolo decisivo. A questi si aggiunge il “caso idiosincratico”, come l’incontro fortuito con un grande insegnante; tutti questi fattori hanno poco a che fare con una presunta virtù individuale.

In secondo luogo, anche l’impegno (lo sforzo) è un concetto ambiguo; secondo quali parametri possiamo paragonare lo sforzo di un’infermiera a quello di un manager? Il denaro non può certo essere un criterio valido, poiché dipende da dinamiche di mercato e rendite di posizione. Inoltre, è probabile che il talento naturale e le opportunità sociali agiscano da moltiplicatori della capacità di impegnarsi: chi è avvantaggiato fa più fatica a riconoscere i propri privilegi e può interpretare il proprio successo come frutto esclusivo del proprio impegno, mentre chi è svantaggiato rischia di arrendersi prima ancora di provarci, scoraggiato dalla consapevolezza che il campo di gioco è già stato deciso a suo sfavore.

7. Il mercato non giudica il merito, ma il valore

Il premio Nobel Friedrich von Hayek (The Constitution of Liberty, 1960), un liberale convinto, era su questo punto sorprendentemente onesto; secondo Hayek, è il valore che il mercato attribuisce a un bene o servizio, non il merito in sé, ad aver sostituito il privilegio di nascita nel determinare la posizione sociale. Una persona è ricca non perché è moralmente meritevole, ma perché ciò che offre è molto richiesto in un dato momento storico. Un manager di un casinò, come fa notare Amartya Sen (Merit and Justice, 2000), può guadagnare molto più di un’insegnante non perché sia più virtuoso, ma perché il suo lavoro genera più valore di scambio.

A complicare le cose, fenomeni come la “ricerca di rendita” (rent seeking, ovvero la capacità di arricchirsi manipolando le regole del gioco anziché producendo ricchezza) e il “capitalismo degli amici” (crony capitalism, in cui il successo dipende dalle relazioni con il potere politico) producono un’enorme divaricazione tra la retribuzione di mercato e un qualsiasi giudizio morale di merito.

8. Per una società migliore: competenze, redistribuzione e cooperazione

L’obiettivo di una società giusta dovrebbe essere mettere il maggior numero possibile di persone nelle condizioni di acquisire competenze e, cosa più importante, di rialzarsi dopo una caduta o un fallimento. Una collettività civile dovrebbe comportarsi come un buon genitore con tutti i suoi figli. È giusto che chi ha più talento o si impegna di più, ottenga un vantaggio, ma questo vantaggio è legittimo solo se contribuisce a migliorare le condizioni anche dei membri meno fortunati della comunità. Non è accettabile, in una società civile, che un individuo possa accumulare una ricchezza pari a quella di un intero Stato mentre altri milioni vivano senza dimora e senza cure.

La competizione esasperata esaltata dalla retorica meritocratica rischia di distruggere valori fondamentali come la cooperazione, la cura reciproca e la fruizione non competitiva dei beni comuni (come l’istruzione, la salute o l’ambiente), generando una pericolosa polarizzazione tra vincitori e vinti.

Già nel Settecento, il pensatore illuminista Adam Ferguson metteva in guardia dal “lato oscuro delle carriere aperte ai talenti”: il rischio concreto è che la competizione esasperata generi orgoglio nei vincitori, risentimento nei perdenti e, in ultima analisi, la rottura dei legami sociali e della fiducia che tiene insieme una comunità.

9. Conclusione: oltre la tirannia del merito

Tenere conto del ruolo del caso e del contesto sociale nell’origine dei nostri successi non significa negare l’importanza dell’impegno individuale. Nessuno vorrebbe farsi operare da un chirurgo incompetente o volare con un pilota inesperto; la competenza va giustamente premiata e selezionata. Significa, però, acquisire la consapevolezza che non tutto ciò che possediamo è frutto esclusivo delle nostre forze. Di conseguenza, strumenti come la tassazione progressiva e i trasferimenti sociali (redistribuzione) acquistano una legittimità ben maggiore di quella che oggi viene loro riconosciuta.

Considerare l’istruzione come un “ponte levatoio” (per usare la bella immagine di Albert Camus) non significa negare il valore della crescita personale (verticale), ma sottolineare la sua funzione orizzontale: quella di creare legami tra persone diverse e formare cittadini capaci di partecipare alla vita democratica.

Per questo motivo, come concludono Paolo Brunori e Annaelena Valentini (2023, 14 marzo), non si può mai parlare di merito senza parlare anche di redistribuzione; una società che premia il merito senza redistribuire è la distopia profetizzata da Michael Young.

Riconoscere la natura “contestuale” e non assoluta del merito allevierebbe le sue conseguenze più tossiche: i vincitori non sarebbero idolatrati, ma visti come individui che, grazie alle loro qualità (e alla loro fortuna), possono contribuire al benessere collettivo. Il loro maggior reddito (a patto che non diventi sproporzionato come avviene oggi) è tollerabile solo nella misura in cui diventa una leva per aumentare il benessere anche dei meno “adatti” alla competizione.

Come membri di una collettività, il nostro vero merito sta nel contributo che diamo al bene comune; solo allora potremo dire di aver superato la tirannia del merito.

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