(appunti e spunti da vecchie letture e meno recenti navigazioni su Internet)

Premessa
Nel 1884, a Washington, 25 Paesi adottarono come meridiano zero quello di Greenwich e divisero la Terra in 24 fusi orari; poco tempo dopo tutti i Paesi del mondo adottarono questo sistema e in tal modo il tempo pubblico venne accettato come indicatore di durata e successione, entità che scorre uniformemente e linearmente e può essere divisa in parti eguali. L’introduzione dell’ora ufficiale, valida e coordinata per ogni nazione provoca nel tardo Ottocento la scoperta della contrapposizione tra tempo omogeneo e tempo eterogeneo. Il tempo pubblico non è reale: può variare da individuo a individuo e nello stesso individuo di momento in momento.

La concezione del tempo e dello spazio: viaggio nella letteratura.
Il primo esempio di esplorazione di tempo eterogeneo appare con Laurence Sterne nel Settecento. In ” The Life and Opinions of Tristram Shandy “, gli eventi non sono cronologici e i limiti del tempo oggettivo sono superati da frequenti flash back e da vari tipi di deviazioni. L’opera è particolarmente interessante ancora oggi per il suo carattere anticonformista. La punteggiatura è costituita in gran parte da piccole linee e il testo è costellato da asterischi, da spazi vuoti e da pagine tutte nere o tutte bianche. L’opera può essere considerata il primo esempio in letteratura di caos stilistico e strutturale. L’autore rifiuta l’ordine cronologico poiché il tempo personale non è uguale al tempo dell’orologio, un minuto può essere più lungo di un’ora.

 

Oscar Wilde, ne “Il ritratto di Dorian Gray”, esprime la differenza tra il tempo personale e il tempo pubblico; Dorian, il protagonista del romanzo, diventa immune all’azione del tempo oggettivo il cui effetto è trasferito sul suo ritratto.

 

Per Proust la realtà non è mai assoluta, fissa, bensì si presenta labile, sfuggente, non catturabile; solo la memoria può cogliere le trasformazioni apportate su uomini e cose dal tempo, considerato, nella possibilità di ricrearlo e riviverlo interiormente, come unica e vera dimensione della realtà. Il romanzo “Alla ricerca del tempo perduto” ha luogo in un tempo pubblico chiaramente identificabile (la città di Dublino agli inizi del Novecento), mentre il tempo personale del narratore ha un andamento irregolare, spesso sfasato rispetto a quello degli altri personaggi e non riducibile a un sistema di riferimento. Tutta la struttura dell’opera dipende dalla dilatazione e dalla frantumazione del tempo personale. Secondo Proust, “il corpo custodisce il suo proprio tempo”, perciò gli orologi meccanici nel romanzo risultano totalmente inutili, mentre l’autore si pone in “ascolto” dei ricordi impressi nel proprio corpo. Il tempo del racconto si identifica totalmente con quello della memoria individuale, cosicché ambienti e personaggi rappresentano sempre proiezioni interiori. Riappropriarsi del passato serve per riappropriarsi di sé, ma quello che emerge è un sé frammentato, disperso, che attende sempre di essere ricostruito. La ricerca volontaria del passato è inutile: essa non ci restituisce la realtà interiore degli eventi che abbiamo vissuto, ma, al contrario, ci presenta i nostri ricordi come figure piatte che non ci appartengono più. Il passato non torna per opera dell’intelligenza, ma grazie a oggetti quotidiani che riprendono abitudini passate. C’è un’affinità tra l’universo bergsoniano e l’opera di Proust: i ricordi della memoria volontaria, la memoria dell’intelligenza, non sono in grado di restituire che un’immagine morta del tempo perduto, fino a quando il ricordo del passato, inaspettatamente, riaffiora involontariamente e fa rivivere gli aspetti più intimi e profondi della coscienza. Lo svelarsi della propria più intima identità è costituito dal tempo della coscienza.

 

Il tempo pubblico, che Proust ritiene superficiale ed inutile, è ritenuto da James Joyce (1882-1941) arbitrario ed inadatto a regolare la vita dell’uomo. L’autore interpreta il tempo nella sua opera, “Ulisse”, in senso più duttile; infatti, il viaggio di Odisseo, che nel poema omerico ha la durata di un ventennio, viene “compresso” e ridotto nelle sedici ore dell’esperienza unica di Mr. Bloom. Joyce si sforza di trovare procedimenti narrativi che gli consentano di presentare un breve intervallo di tempo e uno spazio limitato, come una riproduzione in scala ridotta di tutta la vita umana. Inoltre, ogni atteggiamento umano diventa possibile secondo il punto di vista dell’osservatore, come in un caleidoscopio: nei suoi romanzi Joyce è influenzato dalla concezione relativistica che, in ambito letterario, si traduce nell’associazione ad un unico individuo di infinite identità. Nell’ “Ulisse”, Joyce riesce a rappresentare l’eterogeneità del tempo mediante un’esposizione frammentata, alternando alla narrazione commenti sull’esperienza temporale di Bloom in relazione al tempo pubblico, così come la tecnica del monologo interiore diretto serve a riprodurre la concezione di Bergson per cui la realtà è un continuo flusso, un perenne divenire. Il “flusso di coscienza”, entrato nell’uso letterario dopo il 1890, è utilizzato in tutto il romanzo.

Nel panorama letterario italiano del medesimo periodo, Il tempo soggettivo domina anche “La Coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, una confessione autobiografica che il protagonista, Zeno Cosini, scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S.. Nonostante l’impostazione in prima persona, gli eventi non seguono una successione cronologica lineare, ma assecondano un tempo soggettivo, in cui il passato si mescola con il presente. La struttura del racconto risulta spezzata in tanti momenti distinti in quanto il tempo della narrazione è quello interiore della coscienza, un tempo definito dallo stesso Svevo “misto”, poiché gli avvenimenti che in esso si svolgono sono sempre alterati dalla volontà del narratore. La narrazione, quindi, procede continuamente avanti e a ritroso nella sfera temporale, seguendo la memoria del protagonista che, rievocando il passato, lo modifica quando addirittura non lo crea ex-novo. Come il tempo è soggetto a continue mutazioni, così anche il protagonista, nella sua imperfezione di nevrotico, è disponibile alle trasformazioni, è pronto a scoprire sempre l’originalità della vita, a differenza delle persone “sane” che sono rigide ed immutabili. Davanti alla realtà, tanto aperta ma anche strana, vengono a mancare punti di riferimento: così l’intera opera, ambigua e libera, diventa interpretabile in diversi modi. Questo cambiamento è l’emblema del passaggio culturale dall’Ottocento al Novecento.

Riguardo alla concezione dello spazio, e alla collocazione degli eventi all’interno di esso, i vari autori fin qui presi in esame esprimono teorie diverse e tuttavia legate da un unico filo conduttore: la consapevolezza della dinamicità e relativa complessità insita nella dimensione spaziale, in cui l’essere umano si muove, producendo pensieri e azioni, e la conseguente posizione critica nei riguardi di una visione statica precedente.

 

Proust trasforma lo spazio da dimensione originariamente omogenea a moltitudine di entità qualitativamente differenti, che variano con le disposizioni e le prospettive mutevoli della coscienza umana: come non esiste uno spazio unico assoluto, così non c’è una realtà unica.

 

Joyce ricostruisce gli avvenimenti da una moltitudine di punti di vista, allo scopo di darne un senso più completo. Bloom immagina una molteplicità di universi in cui coesistono dimensioni differenti: riflette sulle dimensioni inconcepibilmente grandi e su quelle altrettanto inconcepibilmente piccole del mondo invisibile e ne trae spunto per fare la parodia delle misurazioni tecniche, che dovrebbero dare l’esatta posizione dei corpi nello spazio terrestre, ma che non chiariscono la posizione della Terra nell’universo e non considerano la pluralità degli spazi della coscienza, entità volubile e perennemente mobile. Il Mediterraneo di Odisseo, la Dublino di Mr. Bloom, non sono gli scenari essenziali, poiché la vera azione ha luogo nella pluralità di spazi della coscienza che vaga nell’universo e lo percepisce in modo differente in tempi differenti.

 

Stephene Mallarmé

 

Anche la visione tradizionale dello spazio come vuoto inerte in cui esistono gli oggetti, che quindi assumono una funzione primaria rispetto allo spazio concepito come secondario, cede il passo ad una nuova visione: lo spazio è attivo, dinamico e pieno ed ha il potere di “partecipare agli eventi fisici” come dice Albert Einstein. Tale concezione di uno spazio positivo ha ripercussioni, in particolare nella poesia, nella concezione del componimento come composizione di parole e di spazi bianchi tra esse, coscientemente modellati sulla pagina. Tale tecnica fu compiutamente sviluppata da Stephene Mallarmé, il quale usò gli sbalzi bianchi tra le parole come pause visive, per stabilire un movimento ritmico tra parole ed immagini, con funzione evocativa e suggestiva di ciò che il poeta ha lasciato fuori dalla poesia, altrettanto importante quanto gli elementi che in essa vengono espressi; certo gli spazi bianchi simboleggiano anche le lacune del pensiero in successione, le interruzioni nella comunicazione umana, i silenzi, fondamentali anche in musica.

…… un’incursione nel cinema
Il cinema si rivela la forma d’arte più adatta ad esprimere i cambiamenti intervenuti nell’immaginario e nella percezione del mondo novecenteschi. Infatti si presta in modo particolare a rendere la nuova visione del tempo diffusa dalla filosofia bergsoniana e dalle nuove teorie fisiche: il montaggio consente una manipolazione e un’alterazione dei segmenti spazio-temporali sconosciuta nelle altre arti, in quanto sostituisce allo spazio statico delle arti figurative il movimento, mentre la concezione del tempo si apre sia alla simultaneità, sia alla soggettività e alla relatività (per esempio attraverso la tecnica del flash back). Il cinema si rivela, insomma, la forma d’arte più adatta ad esprimere una visione capace di stimolare contemporaneamente sensi diversi (vista e udito) e di esprimere una percezione della realtà più disgregata, fatta di frammenti e di momenti distinti assemblati attraverso il montaggio.

 

Certe tecniche, come il ricorso al flash back o l’uso della zoomata (che isola e ingigantisce il singolo particolare), passano alla narrativa moderna (Joyce, Proust, Svevo) proprio dal cinema. Solo grazie al cinema si riesce a rappresentare realmente la natura del tempo. Il film viene compresso, dilatato o rovesciato; gli intervalli di tempo possono essere letteralmente cancellati da una sequenza e l’ordine temporale può essere modificato a piacere. Alcuni esempi ci sono forniti da “Accaparramento del grano” di Griffith in cui si riesce a creare l’illusione dell’arrestarsi del tempo con l’immobilismo degli attori, e ancora da “Charcuterie meccanica” di Lumière, che rappresenta il tempo “rovesciato”, facendo scorrere il proiettore all’indietro.

…… nell’arte figurativa

La concezione del tempo…
I pittori hanno sempre dovuto scontrarsi con la difficoltà di rendere il movimento di un oggetto nel tempo. Gli Impressionisti tentano di rendere il passare del tempo con una successione di dipinti dello stesso soggetto in diversi momenti del giorno, delle stagioni, delle condizioni climatiche.

 

Così Monet dipinge diverse volte la Cattedrale di Rouen in differenti ore e stagioni dell’anno.

 

I Cubisti, invece, tentarono di superare la fissità del tempo usando diverse prospettive che corrispondono alle diverse posizioni assunte in successione dall’artista nei confronti dell’oggetto. Il superamento della concezione del tempo oggettivo ed omogeneo alla fine dell’800, porta gli artisti a rifiutare l’orologio come soggetto dei loro quadri, in quanto simbolo della natura atomizzata, divisibile nel tempo.

 

Solo Cezanne (1870) lo rappresenta, ma senza lancette, a significare l’essenza del tempo nella sua pittura;

 

il cubista Gris (1912) ne rende impossibile la lettura dell’ora all’osservatore a dare l’idea di un tempo ambiguo.

 

Dalì nel 1931, dipinge tre orologi che si liquefano in “La persistenza della memoria”. In questo caso il pittore suggerisce una visione del tempo non bloccata al presente, ma che risale al passato e ricongiunge il tempo interiore a quello originario e primordiale della natura.

Gli orologi liquefatti di Dali rappresentano l’aspetto psicologico del tempo il cui trascorrere, calcolabile scientificamente in modo univoco, assume connotazioni e velocità diverse nella percezione umana. L’orologio che si scioglie non può misurare il corso del nostro tempo perché esso è relativo. Il rapido o lento passare dei minuti, delle ore e dei giorni è determinato dallo “stato d’animo” col quale affrontiamo le situazioni che viviamo. Il tempo scorre lento, provocando sensazioni di noia, quando la realtà è malvagia o non cattura la nostra attenzione, passa invece fulmineo se siamo impegnati in attività così piacevoli da farci desiderare che non finiscano mai.

E dello spazio……….
Gli egiziani concepiscono lo spazio come un lungo e stretto sentiero lungo il quale l’anima raggiunge l’aldilà, proprio per questa concezione, rilievi e pitture sono allineate e conducono l’osservatore ad una visione definita.

Per i Greci, lo spazio è dominato da un senso di vicinanza e di limite: l’universo diventa un cosmo, un aggregato di oggetti ordinati e ben visibili, coperto dalla volta corporea del cielo.

 

La ripercussione sull’arte classica è proprio quella di un senso di vicinanza e di chiusura, caratteristica dei templi formati intorno ad un centro e circondati da colonnati e da figure “chiuse”, cioè con una superficie delimitata nello spazio. Queste opere architettoniche prive di alcun accenno all’illimitato producono una geometria di forme regolari chiuse, le forme ideali del cielo e della terra.

 

Ancora nel Rinascimento, la visione prospettica dello spazio riconduce ad un’idea di esso come omogeneo, unitario e razionalmente dominabile. Nell’era moderna avviene il contrario: la concezione è quella di uno spazio illimitato e le migliori rappresentazioni sono quelle dell’arte e della musica moderna che liberano l’anima in una direzione infinita.

Tuttavia Cézanne è il primo a introdurre uno spazio davvero eterogeneo con prospettive molteplici e simultanee dello stesso soggetto. In “Ritratto di Gustave Geoffry”, viene combinata una visione frontale del soggetto seduto, con una aerea della tavola innanzi a lui. Cézanne, non cerca una riproduzione dello spazio tridimensionale, ma accentua le piattezze della superficie pittorica violando la prospettiva tradizionale.

La natura piatta e bidimensionale del quadro non deve essere rinnegata: il problema dello spazio reale tra gli oggetti e la piattezza della tela è superato dall’introduzione della “profondità piatta”.

 

Cèzanne, inoltre, afferma la funzione attiva dello spazio; in accordo con la visione einstaniana dello spazio pieno e dinamico, superando la distinzione tra soggetto, come elemento principale del quadro, a sfondo, come elemento secondario: tutto è trattato con eguale attenzione e tutto è soggetto dell’opera.

 

Le innovazioni di Cèzanne, come la riduzione della profondità pittorica, l’eliminazione dello spazio negativo e l’uso della prospettiva multipla, sono ulteriormente sviluppate dai Cubisti autori della più importante rivoluzione nella resa dello spazio nella pittura dal quindicesimo secolo: essi abbandonano lo spazio omogeneo della prospettiva lineare, dipingendo gli oggetti in una molteplicità di spazi, da prospettive molteplici, e riconoscono allo spazio una funzione costituente e attiva. Questo movimento vuole rappresentare la simultaneità di prospettive diverse da cui è possibile considerare l’oggetto, scomponendolo in forme geometriche elementari e smembrandolo in vedute articolari tutte compresenti nell’opera. Questo perché al pittore interessa la nuova concezione dello spazio che mira alla semplificazione e all’armonia volumetrica delle forme.

I principali esponenti del movimento sono Picasso e Braque.

 

La prima opera cubista di Picasso, “Les Demoiselles d’Avignon” (1907), mostra due donne in posa frontale, ma con i nasi di profilo; la figura che offre la schiena all’osservatore presenta la testa in ottica frontale. Attraverso questa tecnica il dipinto “regna anche nel tempo”, (figura a lato) nel senso che la rappresentazione concentra parecchi aspetti colti in successione temporale.

 

I cubisti rivisitano anche il concetto di profondità, legato allo spazio tridimensionale. Per questi artisti, infatti, l’arte pittorica deve “comporre forme su superfici piane”: un dipinto è “una superficie piana, ricoperta di colori combinati in un dato ordine”. Quest’appiattimento è realizzato dai cubisti con l’uso di prospettive e di sorgenti luminose multiple e con la distruzione delle forme distinte e coerenti.

 

 

l’opera d’arte è un messaggio fondamentalmente ambiguo, una pluralità di significati che convivono in un solo significante. Si sarebbe potuto dire: “Se l’arte serve per stimolare un atteggiamento rivoluzionario allora non può soffermarsi a verificare le sue possibilità formali e non può sperimentare possibili organizzazioni della percezione e possibili tirocini della sensibilità, ma deve solo in chiare parole esprimere l’indignazione dell’oppressione, la speranza e la tecnica stessa della rivolta.” Gep – Opere (artmajeur.com)