Rileggendo la penultima opera di William Shakespeare, La tempesta, scritta nel 1611, si scopre un personaggio secondario che si svela il vero eroe dell’opera, tant’è che la critica ha costantemente, nei secoli, soffocato la sua forza rivoluzionaria trattandolo da ingenuo utopista. Ma se fosse un visionario? Shakespeare avrebbe utilizzato i dialoghi di Gonzalo per criticare l’Europa dei suoi tempi e lanciare la proposta di un nuovo ordine sociale: un mondo nuovo.
C’è una differenza sostanziale tra utopista e visionario. Vediamola.
L’origine del termine “utopia” è legata al filosofo e umanista inglese Thomas Moro, che coniò la parola nel 1516 per descrivere l’isola ideale nel suo omonimo libro. L’etimologia del termine deriva dal greco e contiene un arguto gioco di parole a doppio significato: da un lato, da οὐ-τόπος ( ou-topos ), che significa “non-luogo” (un luogo che non esiste); dall’altro, da εὐ-τόπος ( eu-topos ), che significa “luogo buono”.
Possibile è che Moro abbia voluto creare un termine che poteva avere entrambi i significati, suggerendo che il “luogo ottimo” (buono) in realtà non esiste da nessuna parte (non-luogo).
Il libro “Utopia” di Tommaso Moro descrive uno stato ideale in cui la proprietà privata e le ingiustizie del tempo sono state abolite, ma l’ambiguità del nome sottolinea l’irrealtà della situazione, anche se serve da spunto per criticare la società contemporanea.
Si conferma questo senso se allarghiamo l’analisi ai sinonimi di utopia: sogno, fantasia, chimera, miraggio, illusione, ideale e castello in aria. Un sinonimo ancor più orientato politicamente può essere “cosa irrealizzabile” o “speranza assurda-vana”. Insomma, diciamolo, l’utopia è bella ma è un sogno irrealizzabile. Come tale non preoccupa il sistema dei poteri consolidati che lascia spazio alle illusioni finché non rappresentano un pericolo concreto.
Ben diversa è la situazione se parliamo di un progetto o una persona “visionaria”.
Partiamo da un significato positivo. Il visionario è una persona con una grande capacità immaginativa e creativa, che sa anticipare il futuro, percepisce opportunità dove altri vedono ostacoli e ha il coraggio di idee innovative. Un visionario trasforma visioni in azioni concrete, non è un capo ma un leader che motiva gli altri a seguirlo nel realizzare progetti innovativi e a promuovere il progresso.
Un visionario ha una visione chiara, direi profetica del futuro, sapendo come accoglierlo e guidarlo. Mostra un’immaginazione straordinaria e una potente vena creativa, rendendolo un innovatore e un artista nel suo campo.
Una capacità costitutiva è quella di tradurre le proprie visioni in azioni concrete, lavorando attivamente per realizzare i propri sogni, anche di fronte a ostacoli e fallimenti.
Un visionario crea un’immagine chiara del futuro e motiva chi lavora con lui a seguirlo in questo viaggio, distinguendosi dalla concorrenza. Non si arrende di fronte alle difficoltà, ma prova e riprova, passando da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo.
Cosa ci dice questo profilo ?
Che un visionario può aprire strade nuove coerenti con lo sviluppo e il mantenimento del sistema di potere dominante o, il contrario, proporre strade nuove che scardinano i meccanismi di controllo e dominio in auge.
Gonzalo chi?
Ma chi è questo Gonzalo? e, come direbbe Di Pietro, che c’azzecca?Quando si pensa a La tempesta di William Shakespeare ci vengono in mente Prospero, Miranda, Calibano. ma c’è un personaggio che, spesso, passa in secondo piano quasi dato per scontato. Parlo di Gonzalo.Ah, Gonzalo, il vecchio consigliere. quello un po’ ingenuo. E se vi dicessi che abbiamo sempre sbagliato a vederlo così e se dietro quella che sembra essere semplice bontà si nascondesse in realtà la vera bussola morale di tutta l’opera.Bene, oggi andiamo a fondo e scopriamo perché questo eroe quasi invisibile è, in realtà, molto, ma molto più di quello che sembra.
Proviamo ad immaginare la scena. C’è stato un naufragio violento, spaventoso. La corte del re di Napoli è finita su un isola che non si sa nemmeno dove sia. Diciamo, ma lo diciamo noi, tra Tunisi e Napoli. Panico totale, disperazione; e poi c’è lui, Gonzalo. Mentre tutti gli altri si lamentano, vedono solo la perdita, la rovina, lui se ne esce con questa frase
«Voi avete motivo di gioia, ché la nostra salvezza è assai più del nostro danno.»
Aspetta un attimo, in mezzo al caos più assoluto Gonzalo parla di gioia. E’ il primo grande indizio che dovrebbe farci drizzare le orecchie e chiederci: ma chi è davvero quest’uomo? Qui sta il punto centrale di tutto. questo suo ottimismo è saggezza profonda o è, diciamocelo, un’ingenuità quasi ridicola. E’ un visionario, uno che vede qualcosa che agli altri sfugge, oppure solo un povero illuso, un po’ rimbambito?
Attenzione perché la risposta non è una semplice curiosità psicologica sul personaggio. No, no. La risposta a questa domanda in realtà cambia radicalmente il modo in cui leggiamo e interpretiamo tutta La tempesta. Non a caso la critica, nei secoli, ha sempre preferito portare avanti la seconda ipotesi: ingenuo, illuso. utopista.
Bene, iniziamo la nostra analisi. Partiamo dal chiederci che ruolo ha Gonzalo in questo mondo così corrotto. Vedremo che la sua funzione è quella di una vera e propria bussola morale.
Sulla carta chi è Gonzalo. Semplice. Un vecchio e leale consigliere del re di Napoli. Ma fermiamoci un attimo a pensare al contesto. La tempesta è un’opera pienamente shakespeariana, piena zeppa di tradimenti, di magie, di lotte per il potere, di ambizioni sfrenate.
In mezzo a tutto il coacervo delle peggiori pulsioni umane spunta lui, una delle pochissime, e sottolineo pochissime, figure davvero incorrotte. La sua gentilezza, la sua lealtà non sono solo qualità, sono un’anomalia in quel mondo, come se fosse la coscienza morale vivente in un’ambientazione che quella coscienza sembra averla completamente dimenticata.
Ma veniamo al dunque: l’accusa che gli viene mossa più frequentemente, anche da noi lettori, ma in quasi tutta la critica letteraria, è di essere un vecchio un po’ rimbambito, un’idealista completamente fuori del mondo.
Ci sono prove a sostegno di questa tesi? Oh, si che ce ne sono! E a prima vista sono anche parecchio convincenti. La prima prova l’abbiamo già accennata: il suo ottimismo assurdo dopo il naufragio davanti a una tragedia che poteva costare la vita a tutti. La sua prima reazione è cercare il bicchiere mezzo pieno.
Ora, per i cinici che ha intorno, gente come Antonio e Sebastian, questa non è saggezza, è pazzia pura. Sembra una persona completamente scollegata dalla realtà dei fatti.
Ma il pezzo forte, il momento che sembra mettere il sigillo sulla sua fama di ingenuo, è senza dubbio il suo discorso più famoso. Mentre tutti gli altri si strappano i capelli, lui cosa fa? Si mette a sognare a occhi aperti, a immaginare una società ideale, un’utopia da costruire lì, su quell’isola sperduta.

Incisione di Ambrosius Holbein per l’edizione del 1518 dell’Utopia di Thomas More
Sentite un po’ che visione. È radicale. Immagina un mondo senza commercio, senza leggi, senza re. Un posto dove la natura dà tutto quello che serve, spontaneamente. Niente ricchi, niente poveri, niente schiavi. Insomma, un ritorno alla leggendaria età dell’oro.
Certo, è un’idea bellissima, un mondo senza la corruzione che lui conosce fin troppo bene, senza intrighi, senza lotte per il potere, senza tradimenti. Però la domanda resta lì, sospesa: è un sogno fantastico, una totale assurdità o la proclamazione di una società nuova (il titolo del libro di Aldous Leonard Huxley “Il mondo nuovo” è stato preso in prestito da quest’opera)? E infatti, la reazione non si fa attendere. Mentre Gonzalo è lì che sogna, i suoi compagni, i due cattivi della situazione, Antonio e Sebastian, lo prendono in giro senza pietà, apertamente. Per loro queste non sono riflessioni profonde, sono solo i deliri di un vecchio rimbambito. In questa scena, con questo artificio, questo contrasto, Shakespeare mette in evidenza la lotta tra il bene e il male.
E questa loro reazione, così immediata e sprezzante, rafforza apparentemente, per lo spettatore (e il critico) superficiale l’impressione che, sì, forse Gonzalo è solo un sognatore fuori tempo. Ecco, ma se ci fermassimo a questo, faremo esattamente lo stesso errore di Antonio e Sebastian. E invece no. Adesso è il momento di scavare più a fondo, di guardare oltre le apparenze, perché dietro questa che sembra ingenuità, in realtà si nasconde una saggezza incredibile e una dura critica alla società inglese (e non solo) del XVII secolo.
Quello che sembrava il sogno di un sempliciotto, beh!, scopriremo che è la visione di un vero e proprio pensatore d’avanguardia. Un visionario.
In pratica, Shakespeare ci porta per mano in un viaggio per capire chi è davvero Gonzalo. È un percorso a tappe.
Prima tappa lo vediamo come il buon consigliere, una figura positiva ma, diciamolo, un po’ piatta.
Seconda tappa, con il suo discorso sulla società che potrebbe essere, sotto le mentite spoglie di un sognatore idealista, quasi un ingenuo, ci presenta un visionario.
Con la terza e ultima tappa, il punto d’arrivo, ci svela il suo vero ruolo: quello di àncora morale dell’intera opera. È un’evoluzione fondamentale da non prendere alla leggera. E la prova che Gonzalo è molto di più, non è un’interpretazione, è un fatto concreto nella trama. Non è un utopista ingenuo, è un visionario.
E chi ce lo svela? Prospero in persona, quando racconta del suo esilio, si ricorda di questo nobile napoletano, Gonzalo, che spinto solo dalla sua bontà, diede a lui e alla piccola Miranda non solo vestiti e cibo ma, cosa fondamentale, i suoi amati libri di magia. Pensiamoci un secondo. Senza quel gesto, senza i libri, Prospero non avrebbe avuto poteri. L’intera storia, così come la conosciamo, non potrebbe esistere. Gonzalo non è un personaggio secondario, è indispensabile.

Eyquem de Montaigne
Torniamo un attimo al suo famoso sogno “utopico”. Non è una fantasia campata in aria. No! Qui Shakespeare sta citando quasi parola per parola un saggio del filosofo e politico francese Michel Eyquem de Montaigne (1533 – 1592), uno dei pensatori più importanti del Rinascimento. Questo, capite, cambia completamente le carte in tavola. Il discorso di Gonzalo smette di essere il delirio di un vecchio e diventa una radicale critica filosofica e sociale. Colta, mirata alla società europea corrotta del tempo.
Non è fantasia, è pensiero, è una visione ragionata. Dunque, da una parte abbiamo questa visione filosofica e dall’altra il mondo reale, quello incarnato dai suoi compagni cinici, corrotti, avidi di potere, ambiziosi, scellerati.
Mettiamoli uno di fronte all’altro, come ha fatto Shakespeare. È lo scontro eterno, classico, la solidarietà contro la sete di potere. Il contrasto è abissale.
Guardate qui. Da un lato, Gonzalo, quali sono i suoi valori? L’armonia, la compassione, la solidarietà, la comunità. E le sue azioni? Lui parla, sogna, immagina un mondo migliore.
Dall’altro lato, Antonio e Sebastian. I loro valori? L’ambizione personale, il potere, il dominio. E le loro azioni? Complottano, cospirano, si muovono nell’ombra.
Sono letteralmente due universi paralleli che si ritrovano a collidere sulla stessa piccola isola. C’è un momento preciso, quasi una fotografia, in cui questi due mondi si scontrano in modo plateale. Proprio mentre Gonzalo sta descrivendo il suo mondo ideale, dove la natura provvede a tutto senza sudore, né fatica, Antonio e Sebastian cosa fanno? Vedono il re Alonso e gli altri che dormono e bisbigliano tra loro: che occasione d’oro per ucciderli e prendere il potere.
È pazzesco. Mentre uno sogna una società senza violenza, a due metri di distanza gli altri stanno pianificando un omicidio. Il contrasto più netto possibile.
Cosa ci guadagna Gonzalo?
Così arriviamo alla fine della storia. La domanda è: dopo tutto questo, cosa ci guadagna Gonzalo?
Qual è la ricompensa per la sua bontà, per la sua integrità, in un mondo che sembra premiare solo i furbi e i potenti?
Ecco il punto, la lezione che dovrebbero tenere a mente i nostri politici: la sua ricompensa non è qualcosa che si può toccare. Gonzalo non ottiene più potere, non ottiene terre, non ottiene ricchezze. Il suo premio è qualcosa di molto più profondo e più raro. È la rivincita morale. È la dimostrazione, alla fine dei conti, che la sua visione, la sua etica, era quella giusta. Che la sua solidarietà, scambiata da tutti per debolezza, era in realtà la vera unica forza.
Questa rivincita non resta un’idea astratta, diventa concreta, viene pronunciata ad alta voce.
Da chi? Dalla persona più potente di tutte, Prospero. Alla fine, davanti a tutti, Prospero si rivolge a lui e lo chiama Santo Gonzalo, uomo onorevole. È il riconoscimento pubblico che spiega i valori reali nei quali crede il menestrello degli inganni e delle congiure. È la prova che la sua generosità e saggezza non è passata inosservata.
Questa, più di ogni altra cosa, da spessore alla figura di Gonzalo; fa capire che quando Shakespeare gli fa raccontare una società più giusta, più comunitaria non sta facendo parlare un utopista ma un visionario. Shakespeare ha assorbito l'”Utopia” di Moro o “I cannibali” di Montaigne e li propone come modello sociale per il futuro.
Quindi, tirando le somme, i riconoscimenti per la figura di Gonzalo sono tanti, e su più livelli.
C’è quello morale, il riconoscimento della figura di un saggio. C’è quello simbolico, Gonzalo diventa la voce che guida la riconciliazione finale. C’è quello spirituale, Gonzalo ottiene la pace, mentre ristabilisce l’ordine sull’isola preannuncia un nuovo ordine, un “mondo nuovo”.
La sua vendetta, se vogliamo usare una parola così presente nelle tragedie del Bardo dell’Avon, è una vittoria silenziosa, ma totale. È la vittoria dell’integrità contro il cinismo e la prepotenza.
Alla fine il cerchio si chiude. Quella che all’inizio sembrava l’ingenuità di un vecchio, si rivela per quello che è sempre stata: una saggezza profonda e resiliente. La sua solidarietà non era una debolezza, no, era il motore, la forza indispensabile che ha permesso a tutti di arrivare alla riconciliazione finale.
Due i messaggi potenti che ci lascia Shakespeare:
- mentre il potere fine a se stesso trama, complotta e alla fine si autodistrugge, è la virtù silenziosa e disinteressata che non solo resiste, ma che alla fine indica la strada per tutti.
- E’ possibile immaginare un mondo nuovo, un mondo senza commercio, senza leggi, senza re. Un posto dove la natura dà tutto quello che serve, spontaneamente. Niente ricchi, niente poveri, niente schiavi.
Due messaggi troppo potenti. In particolare il secondo: rivoluzionario, che sovverte l’ordine costituito.
Un messaggio che ha spaventato la critica letteraria, fedele alla monarchia, che facendo finta di ignorare l’autorevolezza che Shakespeare attribuisce, nel finale ,a Gonzalo, ce lo racconta, nei secoli, come un utopista ingenuo, un vecchietto buono, ma un po’ rimbambito.
E tutto questo ci lascia con una domanda finale, una domanda che va ben oltre Shakespeare e arriva dritta fino a noi. In un mondo che sembra spesso dominato dal cinismo, dove l’ambizione e l’interesse personale sembrano le uniche regole del gioco, una solidarietà ostinata, quasi testarda, una fiducia nel bene comune che si rifiuta di arrendersi, può essere considerata la vera definitiva forma di potere?
La storia di Gonzalo, a quanto pare, ci fa sperare che la risposta potrebbe essere proprio di si.
«Oh, gioisci, oltre ogni comune gioia! e scrivila con oro su pilastri duraturi: in un viaggio Claribel trovò suo marito a Tunisi, e Ferdinando, suo fratello, trovò una moglie dove lui stesso si era perso, Prospero il suo ducato in un’isola povera, e tutti noi stessi quando nessuno era suo.»
Per approfondire
de Montaigne Michel, Saggi, Bompiani, 2014.
Monti Giuseppe, Protopia, futuro senza lavoro, Caos Management 147, Luglio 2023.
Moro Thomas, L’Utopia o la migliore forma di repubblica, Economica Laterza, 2007.
Portinaro Pier Paolo, Il realismo politico, Schole, 2023.
Shakespeare William, La tempesta, Universale economica Feltrinelli, giugno 2014.
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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!
Cosa ci guadagna Gonzalo?