Questo testo descrive il profondo legame tra l’identità dell’artista e gli oggetti che indossa, trasformando un semplice cappotto ereditato dal nonno in una divisa da lavoro carica di storia. L’autore rifiuta le etichette superficiali della moda, preferendo nobilitare i segni dell’usura, della colla e del colore come testimonianze di un autentico processo creativo. Attraverso la fatica fisica e l’uso di simboli pittorici, l’artista infonde nuova vita a materiali di scarto, evocando miti e paesaggi lontani tra le mura della propria bottega. L’opera diventa così un ponte tra il passato familiare e la ricerca di un senso trascendente racchiuso nella materia sporca. Il racconto celebra infine la pittura come atto di resistenza, dove ogni macchia sul tessuto rappresenta un frammento di vita vissuta e di visione artistica.

Il fare arte stesso esplica la sua funzione benefica e vitale donando all’artista e al suo pubblico note positive atte a produrre un senso nel caos esistenziale.

Qui si respira arte a partire dall’abito. Tu che osservandomi mi chiedi di chiudere il mio cappotto in una teca espositiva. E tu, invece, mi chiedi se sia questo un soprabito parigino. Tu, ancora un altro, te ne complimenti pensando sia un ‘look’!

Ecco, ti rispondo che indosso sangue e giubbotto che erano di mio nonno, lui non era a Parigi, ma molto molto lontano come Australia e non per piacere a chicchessia. Lì era una terra.

Questo era suo. Quest’altro era di un altro, forse.

L’allacciatura qua è a sinistra.

Ora io ci lavoro e l’ho sporcato di colla, bricolage, olio, urla e anche di qualche colore. Ci pizzico le dita sorde e sporche, sbatto porte, diluisco forze e stendo pennelli di dolore. Intingo chiodi nel castigo e nella tigna.

Strizzo l’occhio, a volte lo faccio, e cammino passi perpetui e zoppi.

Offro una forma alla collera e all’ego che dà vita alla divinità delle cose finite.

Poi le ammasso e le riverso in cantina.

Giro privo di pennello, ritaglio archè dove tu vedi solo bestie sporche. Richiamo miti e cavalieri in una distesa di deserto.

Novecento e fughe di cemento. Sono saghe, sogni e, diciamocelo, sono visioni fugaci.

Qui nessuno si diverte, se non le crepe che si aprono nelle tele nere e distendono occhi ai maestri della pittura. Uso simboli, chi li vede e chi no. Io sì.

Però ci metto del tuo, non sono astratto, richiamo paesaggi e personaggi, sono uno che accumula e tenta l’oltre e la misura di risa lontane e paesi di parole stereotipate.

Uso il senno del poi.

Ecco questo io ci vedo, ma più che un outfit di un tintore è un rossore di vita nata e qualche dita di colore.

Giuliana Guazzaroni

Vi è mai capitato di guardare un artista e farvi un’idea basata solo sul suo aspetto? Un cappotto particolare, uno sguardo intenso, e la nostra mente corre a costruire una storia. Eppure, spesso, la verità è molto più profonda e inaspettata. Questo è il caso di Luca Tomassini, in arte Tomas, un artista il cui lavoro e la cui vita nascondono strati di significato che una semplice occhiata non può cogliere.

La sua arte sarà in esposizione per un evento espositivo-performativo il 28/02/2026 ore 18,30 al Box in Via Aleandri 10, Macerata .

 

Cinque punti chiave dell’arte di Tomas

1. Il Cappotto: molto più di un “Look”, un pezzo di storia

Molti, osservando Tomas, notano il suo cappotto. C’è chi lo definisce un “soprabito parigino”, chi lo complimenta come un “look” studiato, chi addirittura suggerisce di esporlo in una teca. La realtà, però, è un racconto intriso di memoria, lavoro e dolore. Quel cappotto non viene da una boutique alla moda, ma da una terra lontana, l’Australia, e apparteneva a suo nonno.

Non è un accessorio, ma un pezzo di eredità, una forza vitale indossata sulla pelle. Oggi, quel tessuto è diventato parte integrante del suo brutale processo creativo, una tela secondaria macchiata non solo di “colla, bricolage, olio… e anche di qualche colore”, ma anche di “urla”. È indossandolo che l’artista “stende pennelli di dolore” e “intinge chiodi nel castigo e nella tigna”. Per Tomas, l’abito non è una dichiarazione di stile, ma uno strumento di lavoro che porta i segni della sua storia e della sua arte.

2. L’Invenzione del “Paintollage”: Dipingere e incollare mondi

Oltre alla sua presenza scenica, Tomas si distingue per una firma tecnica inconfondibile: è l’ideatore del “paintollage”. Questo termine, da lui coniato, descrive una tecnica mista che fonde magistralmente la pittura e il collage direttamente sulla tela, spesso lavorando su opere di grandi dimensioni.

Questa scelta non è un semplice vezzo stilistico. L’invenzione di un linguaggio visivo personale come il “paintollage” è il marchio di un artista che non si accontenta delle convenzioni, ma spinge i confini dei materiali per esprimere una visione che richiede nuove forme e nuove regole.

3. La cura per il ritratto iperrealista: Rendere più vero del vero il personaggio

Con dovizia maniacale, tempi senza orologi, l’artista opera nella creazione di ritratti al tempo stesso reali e circondati da archetipi nascosti negli oggetti quotidiani, nonché da simboli presi in prestito dal secolo scorso, dal medioevo e dai primordi.

4. Oltre la tela: Un’arte da esplorare in Realtà Virtuale

Chi pensa che l’arte di Tomas sia confinata alla tela commette un grande errore. In un sorprendente connubio tra tradizione pittorica e tecnologia all’avanguardia, le sue opere si estendono in una dimensione inaspettata. Alcuni dei suoi dipinti, infatti, sono arricchiti da esperienze di Realtà Virtuale.

Questa fusione è il risultato della collaborazione con una ricercatrice specializzata in arti, educazione e realtà virtuale. Grazie al suo contributo, osservare un quadro di Tomas si trasforma in un’esperienza immersiva, un viaggio che estende le figure e i simboli dipinti in un universo tridimensionale, tutto da esplorare.

5. La Visione: Miti, Sogni e la Divinità delle cose finite

L’universo artistico di Tomas è un luogo onirico, popolato da “simboli, allusioni, figure da sogno”. La sua visione reinterpreta i miti e l’eredità dell’umanità in una chiave “post-contemporanea”, trasportando chi osserva in un passato ancestrale o in un futuro imminente.

Ma accanto a questa dimensione eterea, convive un’anima più cruda e viscerale. Nel suo mondo creativo “nessuno si diverte, se non le crepe che si aprono nelle tele nere”. Tomas è l’artista che trova l’essenza dove altri vedono scarto (“ritaglio archè dove tu vedi solo bestie sporche”) e che sa dare concretezza a emozioni potenti e primordiali. È lui stesso, a mio avviso, a rivelare la sorgente della sua poetica: “Offro una forma alla collera e all’ego che dà vita alla divinità delle cose finite”. Per lui, il divino non è un’idea astratta, ma emerge dalla materia, dalla rabbia, dal vissuto. È in questa dualità che risiede la sua forza: un creatore di mondi sognanti con le mani immerse nel fango della vita.

L’arte di Luca Tomassini è un mondo stratificato dove la storia personale, l’innovazione tecnica, la visione onirica e la connessione con la materia si intrecciano in modo indissolubile. Un cappotto diventa un manifesto, una tecnica mista diventa un linguaggio e un quadro diventa un portale per un’altra realtà. Questi dettagli non sono semplici curiosità, ma chiavi di lettura che trasformano la nostra percezione, rivelando la complessità che si cela dietro ogni singola pennellata.

E se ogni oggetto che portiamo con noi, come il cappotto di Tomas, fosse una tela che racconta chi siamo?