
La citazione di Zygmunt Bauman
«I mercati, in realtà, sono ben lieti di venire in soccorso, offrendo dei surrogati prodotti in fabbrica al posto dei beni «fai da te» che non possono più essere «fatti da te» perché non hai più né il tempo né le energie. Seguire i consigli del mercato e ricorrere ai suoi servizi (servizi a pagamento da cui si ricavano dei profitti) significa ad esempio invitare il partner al ristorante, portare i figli a mangiare hamburger da McDonald’s o comprare fuori pietanze da asporto anziché preparare qualcosa a casa «a partire da zero»; oppure significa acquistare regali costosi per la persona amata per compensarla del poco tempo che si passa insieme, delle poche occasioni che si hanno per parlare e degli scarsi segnali convincenti di attenzione, coinvolgimento e premura che si manifestano nei suoi confronti. Ma difficilmente la bontà del cibo dei ristoranti o il prezzo elevato e i marchi prestigiosi dei regali che si trovano nei negozi compenseranno la mancata felicità offerta da ciò di cui quei regali tentano di compensare l’assenza o la scarsità: dal fatto di sedersi tutti insieme a una tavola imbandita di piatti preparati insieme pregustandone la gioia della condivisione, o dall’ascolto paziente e attento che una persona cara sa dedicare ai nostri pensieri, alle nostre speranze e ai nostri timori reconditi, o da analoghe dimostrazioni di amorevoie attenzione, dedizione e cura. Non tutti i beni necessari alla «felicità soggettiva» hanno un denominatore comune (soprattutto se non si tratta di beni vendibili), e non è facile quantificare come compensarne la perdita; nessun incremento della quantità di un bene può bilanciare del tutto e davvero la mancanza di un bene di altra natura e provenienza. Ogni offerta richiede un sacrificio da parte di chi offre, ed è esattamente la consapevolezza del proprio altruismo ad accrescere il senso di soddisfazione. Da questo punto di vista, i doni che non richiedono alcuno sforzo o sacrificio, e che pertanto non impongono la rinuncia a qualche altro bene ardentemente desiderato, sono senza valore. Abraham Maslow, il grande psicologo umanista, amava moltissimo le fragole, come suo figlio. Sua moglie viziava entrambi facendogli trovare fragole a colazione; «mio figlio», mi disse una volta Maslow, «era impaziente e impetuoso come tutti i bambini, incapace di assaporare lentamente i cibi che gli piacciono per prolungarne il piacere; svuotava il piatto in un attimo, e poi guardava con nostalgia il mio, ancora quasi pieno. Ogni volta io gli davo le mie fragole. Mi ricordo benissimo», questa la conclusione di Maslow, «che quelle fragole mi piacevano ancora di più quando le mangiava lui…».
*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, L’arte della vita, 2008, Laterza, 2009, traduzione di Marco Cupellaro, estratto pp. 10-11
Zygmunt Bauman, rimasto per tutta la vita marxista, prima aderendo al marxismo-leninismo e poi, dopo averlo pesantemente criticato, aderendo al pensiero filosofico marxista di Antonio Gramsci e del sociologo neo-kantiano Georg Simmel, è stato uno dei più autorevoli saggisti del Novecento: pluripremiato e autore di una quantità sterminata di opere, apprezzate da buona parte degli studiosi ma anche di grande successo di pubblico. Uno dei suoi concetti più diffusi è quello della ‘società liquida’, con cui ha spiegato l’epoca della post-modernità.

LA FELICITÀ DI MIA NONNA (mf)
Nell’aneddoto di Maslow che dà le ‘proprie’ fragole al figlio e gode nel vedere che se le gusta con golosità, rivedo mia nonna. Si comportava nello stesso modo con me piccolo. E mai avrebbe accettato di dire che ‘si sacrificava per me’. «Ma quale sacrificio», avrebbe protestato contro chi avesse usato quella parola. «I sacrifici sono una cosa seria». Lei, rinunciando alle fragole, era felice perché io, mangiandole, la rendevo felice. Non dico che questo sia l’unico modo di voler bene, però mi pare che questa manifestazione di affetto sappia di antico e oggi forse non sia così diffusa. I nostri nonni, per amore, sapevano ‘rinunciare’ e la rinuncia non era considerata un costo: non era neppure una rinuncia. So benissimo che non c’è mai stato un paradiso in terra: egoismo e altruismo si mescolano dall’origine dell’uomo. Però è anche vero che l’esplosione dell’Io e l’enfasi sui suoi diritti (che qualche volta si confondono pure con i suoi capricci) è cosa di questi tempi. E quando l’Io viene ‘vissuto’ come scritto dentro ognuno di noi a caratteri maiuscoli, anche l’amore assume una ‘piegatura’ forse meno disposta alla rinuncia. Si ama meno? Chissà. Forse, semplicemente, si ama in maniera diversa. Per spiegarla, o giustificarla, viene in soccorso anche l’abilità razionalizzatrice, più o meno consapevole e così tipicamente umana quando ci si vuole difendere dalle critiche: rinunciare alle fragole per darle al figlio può essere diseducativo, si potrebbe obiettare. Sì, perché fin da piccoli bisogna imparare il limite: se hai finito la tua porzione non è giusto aspirare a quella dell’altro. E poi, si potrebbe giustamente aggiungere, è anche così che si allevano bambini viziati: da grandi chissà poi cosa pretendono. Insomma, tutti ragionamenti che hanno pure una loro logica. Che però mai avrebbero scalfito le convinzioni di mia nonna. Per lei la mia felicità era la sua e non c’era argomento che avrebbe ostacolato il suo comportamento. Se qualcuno avesse insistito, all’ennesimo argomento pedagogico usato per togliermi le ‘sue’ fragole dal piatto, sarebbe sbottata: «Ma insomma, come la fate lunga, in fondo si tratta solo di una porzione di fragole: io sono felice, lui è felice, che male c’è?» Chi mi conosce deve ammettere che l’educazione di mia nonna, assai presente fino ai miei sei anni per compensare l’assenza lavorativa di mia madre, non ha prodotto guasti educativi particolarmente riconducibili all’atto consueto di cedermi le ‘sue’ fragole. Infatti, se c’è una cosa che da sempre odio, e mai nascondo sia nel mio dire che nel mio fare, è il narcisismo psicologico dei nostri tempi. Certo: tengo al mio io, lo affermo e lo difendo. Ma lo intendo sempre minuscolo, mai svettante sopra, contro, gli altri e sempre ‘relazionato’ sia con chi mi sta fisicamente più intorno che con chi mi è meno prossimo, cercando tuttavia di averlo sempre presente nella mia visione ‘inclusiva’ del mondo. Insomma, il gesto di mia nonna non mi ha mai fatto credere di essere in diritto di pretendere le fragole altrui. Invece, stimolato dalla lettura casuale del testo di Bauman, mi accorgo proprio ora di sentire l’urgenza di un atto pubblico.
Mia nonna ovviamente non c’è da parecchi anni e, come capita spesso, solo alla morte ci si accorge che a chi ti è davvero caro devi i molti grazie che gli hai taciuto quando era in vita. Questo che mi accingo a rivolgerle è appunto uno di questi: profondo e pieno di genuina riconoscenza. Certo, le dico grazie per le tante porzioni di fragole che mi sono mangiato al suo posto, ma soprattutto le sono riconoscente per un apprendimento fondamentale che, con le ‘sue’ tante porzioni di fragole generosamente regalatemi, lei mi ha indelebilmente trasmesso. «Sì, nonna: tra le tante cose che mi hai insegnato, da te ho imparato che si provano davvero momenti limpidi di felicità quando si cedono le ‘nostre’ fragole a chi si vuole davvero bene.»
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