Il referendum sulla giustizia si è tenuto e i cittadini italiani si sono espressi. Non ho voluto commentare prima dell’espressione di voto le ragioni del si e le ragioni del no per non alimentare ulteriormente le polemiche e le strumentalizzazioni che ne sono state fatte, ma ora, a scrutinio effettuato ed a responso archiviato penso si possano fare alcune riflessioni che possono essere utili per il futuro.
La prima riflessione è che c’è stata una partecipazione significativa al voto e questo è sempre un bene per la democrazia. Il popolo quando è chiamato ad esprimersi su una cosa concreta ancorché in questo caso complessa come tematica partecipa attivamente. Certo che la chiamata al voto è stata spinta dalle forze politiche e, soprattutto nelle ultime settimane si è sviluppata molto la componente ideologica e non di merito inerente il quesito referendario. In altri termini (purtroppo perché non dovrebbe essere così) i cittadini sono stati chiamati a votare più a favore o contro il governo in carica e non se erano d’accordo o meno sui contenuti della riforma della giustizia così come è stata presentata.
La seconda riflessione è che dal voto è emersa una chiara espressione a favore del NO. Questo apre un altro tema ed è quello della Costituzione. Ogni volta che si presenta ai cittadini una modifica della Costituzione il sentimento generale è di diffidenza e di paura. Il precedente del Governo presieduto da Matteo Renzi è emblematico in questo senso. I cittadini italiani e, con somma sorpresa anche quelli giovani, temono di modificare quei delicati equilibri tra i poteri dello Stato che tanto faticosamente riuscirono a concepire i padri fondatori della Repubblica Italiana. Ciò nonostante resta aperto il problema di efficientare il nostro sistema istituzionale per rispondere con maggior tempestività, efficacia ed efficienza alle sfide del mondo contemporaneo.

La terza riflessione è che il SI ha prevalso nelle regioni più ricche e produttive del paese, ovvero Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia mentre il NO è risultato vincente in tutte le altre regioni con percentuali più alte nel Centro Sud.
Ora, analizzato sommariamente il voto, provo a trarre delle conseguenze.
La conseguenza più netta che è anche la più ovvia è che la questione della riforma della giustizia resta aperta in tutta la sua gravità!
La risposta degli italiani è stata netta ed i motivi li abbiamo ricordati ma occorre anche rilevare che questo è un Paese tendenzialmente ostile al cambiamento ed anche quando esso si affaccia ai nostri occhi spesso è solo apparente (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, disse Tancredi allo zio, il Principe di Salina, nel contesto dello sbarco dei Mille in Sicilia – tratta dal romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).
Tornando al merito della questione, al di là delle modalità (riforma costituzionale o meno, riforma condivisa con le opposizioni o meno, riforma condivisa con la magistratura o meno) i punti specifici che restano aperti sono i seguenti:
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Durata dei processi: il sistema della giustizia italiana funziona molto a rilento rispetto ad altri Stati membri dell’Unione Europea in termini di tempi processuali, come evidenzia l’ultima relazione della Commissione Europea per l’efficacia della giustizia (CEPEJ). Il PNRR contempla misure volte a rendere il sistema giudiziario più efficiente riducendo la durata dei procedimenti e avvicinando l’Italia alla media dell’UE. Speriamo che le misure inserite servano allo scopo.
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Certezza della pena: troppo spesso le pene non vengono applicate o consumate per intero. Questo genera instabilità ed incertezze anche nel sistema economico del Paese e spaventa gli investitori al pari della durata dei processi.
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Responsabilità dei magistrati: questo è un tema importantissimo, oggetto di strumentalizzazione da parte della politica ma anche di forte resistenza da parte della magistratura. Le cose stanno così: se un ingegnere sbaglia il calcolo del cemento armato di un edificio può venire accusato, indagato e rischia di finire in carcere; un chirurgo se sbaglia un’operazione può essere indagato ed accusato di reato penale, più in generale tutti i professionisti sono chiamati a rispondere del proprio operato davanti alla legge e, a seconda del reato compiuto accusati, giudicati e in certi casi incarcerati. Lo stesso dicasi per i dipendenti pubblici spesso accusati di corruzione, concussione, truffa ai danni dello stato, anch’essi indagati, accusati, giudicati e in alcuni casi incarcerati. Il tema della responsabilità riguarda anche i parlamentari, spesso vituperati proprio dalla magistratura, in quanto sebbene possiedano l’immunità parlamentare (che comunque può essere revocata con la cosiddetta autorizzazione a procedere per consentire alla giustizia di fare il suo corso) essi in ogni caso rispondono ai cittadini che li hanno eletti e quindi se i loro elettori non rimangono soddisfatti del loro operato alle successive elezioni politiche non li rieleggono. La morale di tutto ciò sta nel fatto che ogni cittadino si assume le proprie responsabilità di fronte alla legge e di fronte alla propria comunità. Non si comprende quindi come un pubblico ministero che sbaglia l’impianto accusatorio o un giudice che sbaglia una sentenza non si assuma le proprie responsabilità. L’attuale meccanismo di autotutela della magistratura, Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) istituito appositamente per garantire l’autonomia del potere giudiziario è di fatto un organismo autoreferenziale che statisticamente ha sempre protetto i magistrati che raramente sono stati puniti, trasferiti, licenziati o sottoposti a processo per il loro operato. Questo obiettivamente non è ammissibile in un Paese democratico ed apre un altro tema fondamentale che è quello della terzietà. Ovvero garantire ai cittadini che chi è chiamato a controllare l’operato di una istituzione, azienda, impresa e dei loro rappresentanti sia un ente terzo che non ha nessun rapporto ne giuridico, ne economico, ne istituzionale con l’ente controllato. Questa sarebbe una bella riforma! Quando si parla di conflitti di interesse si deve pensare a questo. Quando al Governo vi era Silvio Berlusconi che era imputato in diversi processi e voleva riformare la giustizia era evidente che c’era un conflitto di interessi perché vi era un suo interesse diretto nella riforma. Ma non è cambiato nulla ed oggi il conflitto di interessi è dentro la magistratura così come in altri enti o istituzioni della Repubblica. Per fare un esempio diverso dalla magistratura prendiamo il caso del settore bancario italiano. L’organo di vigilanza e controllo del sistema bancario italiano è la Banca d’Italia i cui azionisti sono le banche, enti previdenziali e Assicurazioni (tra i principali ricordiamo Unicredit e IntesaSanPaolo). Ovvero i proprietari della Banca d’Italia sono gli stessi soggetti che la stessa dovrebbe controllare. Ora la domanda è: come può un controllato (dagli azionisti) controllare i controllori? Ecco io credo che in questo caso, come nel caso della magistratura occorra fare una riforma che, tutelando il principio dell’autonomia operativa, garantisca però il principio della terzietà nella vigilanza, nel controllo e nei provvedimenti sanzionatori affidando ad enti terzi queste funzioni.
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Rapporti con l’Unione Europea: come la mettiamo con l’Europa alla quale avevamo promesso una stagione di riforme? I finanziamenti al PNRR ce li hanno dati anche per questo. Ancorchè non strettamente legati alle riforme presentate e non andate in porto da questo Governo avevamo promesso una stagione di riforme del nostro sistema paese. Autonomia differenziata e Riforma della Giustizia non sono andate in porto e probabilmente anche il Premierato non ci andrà. Senza entrare nel merito delle riforme il fatto certo è che non ci sarà alcuna riforma e non è sicuramente un bel segnale che diamo all’Unione Europea ma prima ancora a noi stessi.
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Corporazioni: infine diciamocelo francamente, il voto del referendum è stato si un voto contro il governo Meloni ma anche la difesa di una corporazione (quella dei magistrati) che non vuole che altri si immischino nei loro affari. E l’Italia è piena di corporazioni. Tutta l’Italia è un insieme di interessi particolari (cioè di una parte di essa) e quasi mai di interessi comuni alla maggioranza della popolazione. Perché mai ad un medico dipendente di una struttura pubblica è concesso di svolgere la sua professione anche privatamente e a tutte le altre categorie di dipendenti pubblici ciò è vietato? Perché per aprire una società di persone o una piccola società di capitali o vendere una cantina bisogna andare dal notaio? Tassisti, medici, farmacisti, notai sono solo alcune categorie che difendono molto bene i loro interessi corporativi a discapito delle esigenze della popolazione. Questo è un altro problema aperto che mai nessun governo ha neanche tentato di risolvere.
Altro che Gattopardo, caro Giuseppe Tomasi di Lampedusa, qui non si fa neanche finta di cambiare!
Foto di Laurent Verdier da Pixabay
Foto di L’Espresso 23/03/2026