Ce lo raccontano Pietro Scidurlo e Alfio Uda, entrambi direttamente coinvolti in modo diverso sul tema dell’accessibilità

 

Accessibilità a prescindere” è sempre stato il messaggio dell’amica Roberta Amadeo, già presidente nazionale di AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) agli inizi degli anni 2000, oggi presidente di Aism Como e campionessa mondiale di handbike. E lo dice non solo perché a 22 anni le era stata diagnosticata la sclerosi multipla, ma anche, e soprattutto, come architetto e progettista.

Uno degli aspetti fondamentali della vita di ogni persona, e quindi anche di quelle con disabilità, è la possibilità di muoversi, spostarsi, viaggiare e avere accesso, per esempio, anche alla pratica dei cammini. Ricordiamo che di viaggiatori con disabilità e dei relativi accompagnatori abbiamo già parlato qui su Caos Management, chiarendo come sia possibile far provare grandi emozioni anche a chi non può camminare con le proprie gambe o vedere con i propri occhi.

La Convenzione ONU del 2006 sui diritti delle persone disabili così recita “la disabilità è un concetto evolutivo risultante dall’interazione tra persone con minorazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali a lungo termine e barriere comportamentali e ambientali”. Barriere che impediscono la piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri se la disabilità è vista come una “mancanza”, una “malattia” e non con un approccio sociale di inclusione e interazione tra la condizione specifiche di un individuo e l’ambiente circostante.

Come ci ha fatto notare Pietro Scidurlo, di cui parleremo più avanti, il termine “minorazione”, però, sottolinea una distorsione della realtà, perché non sono le persone ad avere “minorazioni”, tanto che oggi un’impossibilità a camminare non è più una “minorazione”, potendo in realtà fare tantissime esperienze anche senza camminare con le proprie gambe. Il tema è, invece, quanto queste necessità (quindi l’utilizzo di un ausilio per camminare) incidano nel rapporto con l’ambiente circostante. Di conseguenza, maggiore è il divario, più concreta è la possibilità che l’ambiente non sia stato pensato progettato anche per le persone con bisogni ed esigenze diverse. Questo è il cambio di paradigma necessario, di cui parleremo in questo articolo.

La persona al centro, con le sue caratteristiche peculiari, le sue passioni, i suoi sogni

Lo spunto della chiacchierata con Pietro Scidurlo, fondatore di Free Wheels e collaboratore di Terre di mezzo Editore e con Alfio Uda, fondatore e presidente di Sardegnaccessibile, è venuto a margine di un incontro organizzato durante l’edizione 2026 di Fa’ la cosa giusta! dal titolo “Sardegna l’isola che accoglie: Cominciamo dal mare. Turismo accessibile e inclusivo”.

Pietro Scidurlo, fondatore e presidente di Free Wheels, collabora con Terre di mezzo Editore dal 2013, dove supporta la redazione sulla comunicazione inclusiva e sulla costruzione dei percorsi, è nato a Somma Lombardo (Varese) nel 1978, ed è l’esempio di come si possano apportare dei cambiamenti nel mondo con l’unico potere che abbiamo: quello su noi stessi. È partendo da sé e dal proprio cambiamento che lui ha infatti aiutato molti altri a cambiare il proprio destino. Cresciuto fin da piccolo con una forma mentis che non voleva vederlo “invecchiare su un divano” a causa di una paraplegia dovuta a un’errata valutazione medica alla nascita, vive facendo ciò che da sempre gli è stato negato: camminare. Esploratore resiliente del mondo, grazie alla lettura del romanzo “Il Cammino di Santiago” di Paulo Coelho si accende in lui l’idea di intraprendere questo pellegrinaggio, diventando di fatto uno dei primi pionieri con disabilità in Italia ad affrontare un trekking di lungo raggio. Dalla sua esperienza nasce la guida “Santiago per tutti” (di cui è autore assieme a Luciano Callegari, edita da Terre di Mezzo), la prima guida europea destinata anche a “persone con bisogni di accessibilità” perché tutti, in un modo o nell’altro, hanno le proprie irrinunciabili necessità.

Nel 2012 fonda Free Wheels, un’associazione che aiuta tutte le persone a intraprendere esperienze di viaggio lento lungo gli itinerari della fede e della cultura di cui la nostra Europa è disseminata, portando con sé lungo queste vie un messaggio molto importante: “Le barriere più grandi sono quelle della mente”. La sua esperienza ricca primariamente di umanità oltre che di professionalità, è oggi racchiusa nel libro “Per chi vuole non c’è destino” (di cui è autore assieme a Stefano Femminis, edita sempre da Terre di mezzo. Pietro è una persona come tante altre, un viaggiatore distratto, in quanto sognatore, e un visionario sempre alla ricerca di quel qualcosa che piegherà nuovamente il suo destino. Se è vero che “La vita è ciò che ti succede mentre fai altro” (cit. John Lennon), il Cammino ha segnato la strada che lui sta solo seguendo. Sostiene Pietro “Per me ogni viaggio ha un soggettivo valore terapeutico e identitario e può essere paragonato ad altre passioni come la vela”. Ed è così che comincia il percorso di Pietro, che segnerà per lui un nuovo inizio e per la nostra società un salto culturale.

In quanto viaggiatore lento, progettista di itinerari e formatore sull’accessibilità per rendere i percorsi fruibili a più persone, Pietro ha maturato grandi esperienze di mappatura di percorsi, realizzata sempre in collaborazione con Regioni, Amministrazioni locali, Associazioni, enti diversi, per la creazione di schede informative e mappe georeferenziate utilizzabili via GPS. Naturalmente ciò che emerge è che nei diversi cammini non tutto è così semplice, le difficoltà pratiche non mancano, come per esempio reperire ospitalità adeguata, anche per la lentezza negli investimenti pubblici e i pregiudizi sociali. Esistono però esempi virtuosi, come la Regione Friuli Venezia Giulia, con un ottimo portale che mappa in modo dettagliato accessibilità di ristoranti e hotel, e come i cammini storici, che hanno ormai consolidato progettualità e pratiche di grande accessibilità.

Pietro può di fatto essere assimilabile a un “destination manager”, che però ha una particolare attenzione a uno degli aspetti troppo spesso trascurato, quello dell’accessibilità appunto, che lo porta a collaborare con amministrazioni e organizzazioni interessate a valorizzare l’accessibilità, pur non avendo sempre rapporti diretti con tutte le associazioni esistenti in questo ambito.

Viandanza, esperienze di viaggio in solitudine e potenzialità dei cammini

Con Pietro è stato anche condiviso un aspetto specifico che riguarda i cammini: quello delle paure personali, in particolare la solitudine, su cui ha affermato di temere soprattutto la solitudine sociale, mentre le eventuali cadute in cammino ancora oggi rappresentano opportunità di apprendimento perché le difficoltà individuali possono fortificare la capacità di affrontare situazioni avverse. Pietro ci ricorda che “Al centro del viaggio c’è sempre il senso di libertà, benessere, spensieratezza e il grande valore di creare relazioni umane, fondamentali nella realizzazione del nostro percorso di vita” e a titolo d’esempio ci ha citato un buon progetto di viandanza, in Umbria, per persone in sedia a ruote, evidenziando come alcune risposte da parte delle strutture ricettive fossero inadeguate, in relazione proprio agli stereotipi su chi viaggia da solo. Negli ultimi decenni abbiamo avuto senz’altro un aumento della consapevolezza sull’accessibilità, di cui beneficiano tutti, benché il cambiamento proceda lentamente e necessiti di una costante azione di sensibilizzazione sia dal punto di vista culturale sia di quello infrastrutturale.

Malauguratamente, ancora oggi ci sono difficoltà a promuovere in maniera adeguata il turismo lento, e troppo spesso l’allocazione di fondi per l’accessibilità nei diversi progetti a potenziale inclusivo dei cammini per i diversi segmenti turistici è ridotta. Nei bandi spesso vengono destinate somme minime all’accessibilità, riducendo l’impatto reale degli investimenti, perché ritenuti in qualche modo superflui. Solo le realtà più avanzate nella progettazione accessibile sono sufficientemente attente a concepire questo tipo di investimenti un tutt’uno con la promozione di destinazioni sostenibili per tutti.

Della Sardegna, così conosciuta per il mare, i paesaggi mozzafiato anche nell’interno e la sua storia millenaria nel corso di questi ultimi anni abbiamo scritto molto spesso qui su Caos Management, affrontando aspetti molto diversi sulla realtà di questa regione tanto amata. Abbiamo parlato di storia, di persone, di lavoro e di umanità più in generale, ma anche di accoglienza dei viaggiatori. Proprio l’incontro organizzato durante l’edizione 2026 di Fa’ la cosa giusta! dal titolo “Sardegna l’isola che accoglie: Cominciamo dal mare. Turismo accessibile e inclusivo” è stato lo spunto per incontrare Alfio Uda, persona con disabilità, fondatore e presidente di Sardegnaccessibile, e chiarire con lui quanto davvero questa regione sia pronta ad accogliere anche persone con bisogni diversi.

Sardegna, isola che accoglie, ma come? Il punto di vista del fondatore e presidente di Sardegnaccessibile

L’associazione è nata dall’esigenza personale di Alfio e della sua compagna Luciana Hatfull, emersa nell’estate del 2020, quando si sono resi conto che avrebbero avuto delle difficoltà a organizzare le proprie vacanze al mare ed è impegnata ad estendere un’accessibilità universale in Sardegna. Sardegnaccessibile ha raggiunto diversi traguardi significativi per migliorare l’accessibilità nel territorio sardo e il successo principale, a oggi, è stato riuscire a far attrezzare in maniera adeguata almeno 20 spiagge in tutta l’isola (tra le quali due in Ogliastra, nell’area di Tortolì). Ricorda Alfio Uda “Nella nostra Regione il lavoro da fare è ancora parecchio, nonostante i buoni risultati ottenuti in questi ultimi cinque anni e alcune aree geografiche necessitano di ulteriore attenzione, come la provincia di Sassari”.

L’impegno di Sardegnaccessibile ha come obiettivo fondamentale la promozione dell’autonomia delle persone con disabilità – anche temporanea – ma anche delle famiglie con bambini e carrozzine o con familiari anziani che utilizzano ausili, affinché ogni luogo sia fruibile da tutti senza ghettizzazioni, trasformando la disabilità da limite a opportunità di crescita per arrivare a un’accessibilità diffusa in ogni punto del litorale. Il superamento della logica del “ghetto” rappresenta un enorme vantaggio sociale permettendo a chiunque di scegliere liberamente e secondo Alfio Uda è necessario un cambiamento radicale che passi dal concetto di assistenzialismo all’affermazione dei diritti universali, e che trasformi l’accessibilità in una caratteristica intrinseca di ogni spazio pubblico, un pre-requisito che permette a chiunque di muoversi in libertà.

Questo risultato richiede anche un cambiamento di narrazione e culturale, a partire dalle scuole. E’ fondamentale agire sulle nuove generazioni attraverso testimonianze dirette, portando l’esperienza della disabilità nelle scuole per far capire ai più piccoli che si tratta solo di una delle sfide della vita e non un limite alla dignità o alla partecipazione sociale, combattendo il pietismo, da una parte, e rifiutando la rassegnazione, dall’altra. Le stesse persone con disabilità devono sentirsi impegnate a combattere contro i pregiudizi e per i propri diritti senza arrendersi o accettare soluzioni di fortuna, ricordando che l’accessibilità è anche un obbligo di legge e non una concessione.

Alfio Uda sottolinea, poi, un aspetto assolutamente condivisibile sul potenziale economico rappresentato per il settore dell’accoglienza dalle persone con disabilità e le loro famiglie. “Il turismo accessibile in Sardegna, ma non solo” sostiene Uda, “può offrire vantaggi significativi, dal punto di vista economico e sociale, e della valorizzazione del patrimonio naturale dell’isola, in considerazione della maggiore durata media del soggiorno del turista con disabilità e della possibilità di fidelizzazione. Chi ha esigenze di accessibilità tende a ritornare nelle località dove si è trovato bene perché la ricerca di nuove strutture è faticosa e non sempre premiante”.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, ricordiamo anche che un ulteriore punto cruciale delle battaglie di Sardegnaccessibile è quella di sostituire gli “ausili isolati” con infrastrutture sistemiche, soluzioni che solo chi ha dovuto misurarsi con queste problematiche conosce a fondo.

Infatti, non è sufficiente la sola presenza di una sedia “job” (mezzo a due ruote che permette di muoversi sulla spiaggia, sul bagnasciuga e in acqua) o una sedia “solemare” (carrozzina da spiaggia in formato sedia da regista per lo spostamento sulla sabbia e in acqua con l’aiuto di un accompagnatore) per rendere una spiaggia accessibile, perché è necessaria la presenza contemporanea di un’intera infrastruttura: parcheggi riservati vicini, percorsi accessibili fino alla passerella, piattaforme solarium con ombrelloni e lettini a gamba alta e passerelle che arrivano fino a 5 metri dalla battigia. La job o la solemare servono unicamente per condurre la persona dal suo lettino fin dentro l’acqua, non per muoversi sulla spiaggia o sulla sabbia e il disabile dovrebbe arrivare con la passerella fino al solarium, da lì proseguire con la passerella (connessa fino a 5mt dalla battigia) per l’ingresso in acqua.

Il confronto con le istituzioni, il lavoro di sensibilizzazione e le problematiche operative

L’Associazione ha instaurato un dialogo diretto con le istituzioni, in particolare con l’Assessorato agli Enti Locali e quello al Turismo della Regione Sardegna, che hanno sostenuto le iniziative e le politiche di accessibilità, definendo gli investimenti necessari e diventando partner stabili anche nell’importante lavoro di sensibilizzazione nelle scuole.

I problemi legati ai fondi regionali per l’accessibilità al momento riguardano principalmente gravi ritardi burocratici e le incertezze nei tempi di erogazione, che compromettono l’organizzazione delle stagioni balneari”, sostiene Uda. Da una parte un aspetto di instabilità nelle delibere, perché la Regione aveva annunciato l’assegnazione dei fondi per l’accessibilità nel maggio 2025, ma poi la delibera era stata annullata a dicembre dello stesso anno, e successivamente ripresa solo nel marzo 2026. A ciò si affianca la mancanza di liquidità dei comuni, che non hanno potuto procedere pur avendo molte amministrazioni comunali già firmato le convenzioni per l’acquistare delle attrezzature necessarie. Poiché l’iter per ricevere i fondi e completare gli acquisti richiede circa 60 giorni, per il 2026 c’è il rischio concreto che a giugno le spiagge non siano ancora pronte.

Altro ostacolo a un adeguato raggiungimento di risultati è l’impunità di cui godono le attività ricettive. Infatti, nonostante le leggi esistano dal 1971 e i diritti siano sanciti dall’ONU, la loro violazione spesso non comporta conseguenze. Il suggerimento di Uda è che si agisca in maniera determinante anche con l’applicazione di sanzioni “forti”, come la chiusura fino al loro adeguamento di uffici pubblici o studi medici non a norma. Uno strumento, quello delle sanzioni, ritenuto necessario per trasformare i diritti, già sanciti dalle leggi e dalle carte internazionali, in obblighi concretamente rispettati. Questo modo di operare sarebbe, dal punto di vista di Sardegnaccessibile, un fattore determinante per il superamento dell’inerzia culturale, perché la mancanza di sanzioni permette ai gestori di attività di continuare a giustificare l’inaccessibilità con il pretesto che “tanto i disabili non vengono mai”, ignorando che la loro assenza è causata proprio dalla mancanza di percorsi adeguati.

Un ulteriore traguardo concreto da citare, al di fuori dell’ambito balneare, riguarda il Cagliari Calcio: l’Associazione ha ottenuto di far mettere a disposizione dei tifosi con disabilità un indirizzo email dedicato che permette l’acquisto di biglietti per sé e per la persona in accompagnamento, a prezzo agevolato, inviando la documentazione online ed evitando l’obbligo di recarsi fisicamente ai punti vendita con giorni di anticipo.

 

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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!