Nyogen SENZAKI e Paul REPS: Una tazza di tè
Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè.
Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi.
«E’ ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»
*** NYOGEN SENZAKI, 1876-1958, giapponese, e PAUL REPS, 1895-1990, statunitense, Una tazza di tè, n. 3, in Nyogen Senzaki e Paul Reps, 101 storie zen, 1957, Adelphi, 1973, traduzione di Adriana Motti
Questo racconto è uno dei più famosi della tradizione zen, più volte ripreso e liberamente riscritto da autori diversi. Il libro delle 101 storie zen seleziona anche una serie di racconti tratti dal Shasekishū (Raccolta di pietre e di sabbia), composti tra il 1279 e il 1283 dal maestro buddhista zen giapponese Mujū Ichien (1226-1312).
Nyogen Senzaki è stato monaco Zen Rinzai e uno dei principali sostenitori del Buddismo Zen negli Stati Uniti. Paul Reps, artista, poeta e scrittore statunitense, soprattutto conosciuto per la sua poesia non ortodossa ispirata agli haiku e pubblicata dal 1939 in poi, è considerato uno dei primi poeti haiku d’America.
LO ZEN E IL LATINO (mf)
Un aneddoto famosissimo, ma mai sufficientemente ricordato e, soprattutto, quasi per nulla davvero introiettato.
In latino il verbo ‘capere’ ha un significato duplice e opposto. Sta per ‘prendere’/‘afferrare’: codice psico-culturale maschile (da cui, in volgare, pure l’organo sessuale). Ma sta anche per ‘accogliere’/‘contenere’: codice psico-culturale femminile (in alcune zone d’Italia si dice ancor oggi ‘non ci cape’ per dire che ‘non c’entra’).
Da noi, in Occidente, la pulsione verso il ‘prendere’ prevale: siamo la cultura, fallico-predatoria, dell’‘avere’ più che dell’‘essere’. Nulla di nuovo: tutto risaputo da decenni. Almeno per chi vuole sapere.
Svuotare la tazza, se vi si intende versarci del tè, è un’operazione ovvia e semplice. Ma quando il contenuto, anziché una bevanda, è ciò di cui siamo impregnati (valori, esperienze, opinioni, credenze, stereotipi, pre-giudizi…) per aver assorbito giorno per giorno la cultura del contesto in cui siamo cresciuti, lo svuotamento è quasi impossibile. Anche perché, soprattutto a noi occidentali, appare come una mossa di cedimento, debolezza, resa. Ci riempiamo la bocca di ‘complessità’, ma in fondo siamo binari: o si vince o si perde. E per noi, sempre più amerikanizzati, guai a non essere ‘vincenti’.
Non ci costa nulla dichiararci ‘aperti’ al nuovo: è il mantra che ci invita a collocarci nel ‘giusto’ trend comportamentale che soffia nel vento del tempo. Ma, al di là della retorica, restiamo ‘pieni-di’ (e tenacemente ‘abbarbicati-a’) ciò che siamo. E ‘pieni’ e ‘aperti’ sono due condizioni che tendono a escludersi a vicenda.
Senza nessun innamoramento acritico per l’Oriente, ben venga dunque in questo caso il saggio zen che impartisce una lezione al professore universitario occidentale. Il quale, mascherando dietro un’intervista il suo voler ‘ap-prendere’ (moto a luogo: ‘alzarsi-e-andare-a-prendere’), di fatto sembra ignorare che ogni ‘ap-prendimento’ è impedito (o risulta finto) se, credendo di avere preso già tutto e non volendo buttare via nulla, non ci diamo lo spazio, fisico e psicologico, necessario per ‘accogliere’/‘contenere’ il nuovo.
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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!