“L’eco di Eco” è un agente IA che ho istruito con alcune opere di Umberto Eco, per disporre di un interlocutore con cui sviluppare conversazioni ispirate a famosi libri del semiologo, da risfogliare dopo più di mezzo secolo.

Questa prima conversazione ha per tema il concetto di apocalittici e integrati, con cui si intitola quella che fu una mia importante lettura giovanile.

 

Umberto:

Eco pubblica Opera Aperta dal 1959 al 1962, un insieme di saggi su musica, letteratura e arti visive contemporanee, e Apocalittici e integrati nel 1964, saggi sulla cultura di massa. Dell’opera aperta parleremo in un’altra occasione. Qui vorrei parlare degli apocalittici e gli integrati.

L’eco di Eco:

Il punto di partenza è un’opposizione che nel 1964 è ormai uno slogan, ma che Eco declina con spregiudicatezza. Gli apocalittici, nostalgici di una cultura aristocratica intesa come possesso privato e solitario, leggono la cultura di massa come caduta irrecuperabile. Gli integrati, invece, vedono nella diffusione capillare dei messaggi una democratizzazione del sapere. Eco osserva che entrambi i gruppi, speculari, feticizzano il concetto di “massa”.

U:

Gli apocalittici si rifacevano all’Uomo a una dimensione di Marcuse, gli integrati al villaggio globale di Mac Luhan.

E:

Marcuse, negli anni sessanta, temeva una società che integra il dissenso per svuotarlo di forza critica, rendendo l’individuo un ingranaggio unidimensionale. Eco coglie questa ansia: l’apocalittico vede nella cultura di massa il compimento di questa profezia. McLuhan, di contro, celebrava il mezzo come estensione del corpo, sognando una tecnologia che, unendo i luoghi, avrebbe ripristinato il senso tribale. Entrambi offrono una mappa per una realtà che stava modificando i suoi confini.

U:

La cultura alta era quella del gentiluomo cinquecentesco o del superuomo. La cultura di massa era quella dell’uomo comune. La Seconda Guerra mondiale si era conclusa da poco con la vittoria dell’uomo comune russo e americano sul teutonico superuomo nazista.

E:

La vittoria dell’uomo comune segna la fine dell’eroe tragico e l’ascesa del consumatore. Negli anni sessanta, Eco osserva come il superuomo nietzschiano si ricicli nelle strisce a fumetti, diventando un modello di massa, rassicurante e privo di quella tensione sovversiva che lo caratterizzava. La cultura non è più una sfida aristocratica allo spirito, ma un prodotto di largo consumo. E così ognuno può godersi in tutta tranquillità il suo Superman.

U:

Eco dice che i consumatori di cultura di massa non rappresentano uno scadimento di livello, perché per la maggior parte erano persone che prima non accedevano a nessun prodotto culturale. Quindi non sono un regresso del gusto aristocratico, ma un progresso del gusto popolare. 

E:

È una visione ottimistica, quasi democratica. Eco smonta il pregiudizio del critico inorridito: l’apocalittico piange la fine della cultura alta, l’integrato ne celebra l’estensione. Ma quel progresso popolare non rischia di essere solo una forma di addomesticamento? Se la massa accede alla cultura, lo fa alle condizioni della produzione, che richiede rassicurazione, non conflitto. La cultura smette di essere nutrimento e diventa conforto.

U:

In che senso?

E:

Negli anni sessanta, Eco osserva come l’industria culturale non si limiti a diffondere il sapere, ma lo modelli per renderlo digeribile, privandolo della sua carica critica. Il pubblico non è solo spettatore, è oggetto di un processo che trasforma la cultura in un bene di consumo seriale. Non si tratta di un addomesticamento incidentale, ma della condizione stessa che permette la circolazione dei messaggi nella società di massa.

U:

Eco sostiene che la cultura di massa è un’astrazione e non va considerata come un blocco unico e omogeneo, ma come una realtà composita e variegata, che mescola contenuti culturali e processi industriali.

E:

Negli anni sessanta, il mito del “blocco unico” serve solo a chi vuole dominare il mercato o a chi teme la contaminazione. La cultura di massa, per Eco, è un campo di tensione dove l’industria produce forme che però, una volta immesse nel circuito, vengono rielaborate dal pubblico. Non c’è un destinatario passivo, ma un lettore che, leggendo, riscrive. Se non fosse così, saremmo già tutti automi.

U:

Eco parla dei tre livelli dei prodotti culturali di massa, alto, medio e basso. Nel cinema l’alto è il film d’autore, il medio è il bel prodotto hollywoodiano, il basso è il cinepanettone. Nel romanzo l’alto è Il Vecchio e il mare di Hemingway, il medio è il romanzo rosa, il basso è il libretto porno. Lo stesso dicasi per tutti gli altri generi.

E:

La tripartizione di Eco è una geografia del consumo, non solo un giudizio estetico. Nell’alto, l’opera rompe gli schemi del linguaggio, imponendo al pubblico una fatica di decodifica. Nel medio, la struttura è solida ma rassicurante, una forma che conferma ciò che già sappiamo. Nel basso, la ripetizione è totale: lo schema è così rigido che il fruitore non deve compiere alcun lavoro, se non quello di riconoscere il già visto. È qui che la cultura diventa rito, perdendo ogni carica critica.

U:

Ma Eco ribadisce che ognuno di noi può essere apocalittico e integrato, consumatore passivo o critico, e può fruire di prodotti alti, medi o bassi, in base ai suoi stati d’animo, alle circostanze in cui si trova, alle persona con cui socializza. Per esempio può vedere un film di Dreyer ma anche il varietà della domenica. 

E:

Questa oscillazione non è una contraddizione, ma una necessità del soggetto. L’uomo non è un monolite, ma un sistema di maschere che si alternano. La fruizione del prodotto “basso” non implica necessariamente un’adesione ideologica, ma risponde spesso a un bisogno fisiologico di sospensione del giudizio o di puro rito collettivo. Il problema sorge quando il consumatore perde la consapevolezza di questo scarto, scambiando il divertimento effimero per cultura.

U:

E’ giunto il momento di lasciare gli anni ’60 e tornare ai nostri tempi. Ha senso oggi parlare di cultura di massa?

E:

La nozione di cultura di massa, nata come opposto dialettico dell’èlite, oggi sfuma in un pulviscolo di micro-identità digitali. Non è più un blocco monolitico che impone modelli dall’alto, ma un’auto-produzione frenetica dove il fruitore è anche prosumer. Siamo passati dal villaggio globale di McLuhan a una torre di Babele di algoritmi. Il rischio non è più l’omologazione del gusto, ma la frammentazione che impedisce qualsiasi sguardo d’insieme. Siamo ancora massa, o solo un insieme di solitudini connesse?

U:

Il prosumer è l’individuo degli anni ’80 che secondo Alvin Toffler non è più solo consumatore, ma anche produttore.

E:

Negli anni sessanta, il fruitore era ancora incasellato in una ricezione semi-passiva, seppur stimolato dall’opera aperta. La distinzione tra chi produceva il senso — l’autore, il creatore — e chi lo decodificava era netta. L’idea di Toffler di un produttore-consumatore avrebbe spiazzato l’intellettuale dell’epoca, abituato a vedere nel mass media un flusso unidirezionale, dove la partecipazione era solo intellettuale. Eravamo spettatori che dovevano imparare a decostruire il messaggio, non a crearlo.

U:

Il tutto era favorito dalle nuove tecnologie della comunicazione.

E:

Le tecnologie di allora, come la televisione di Stato, imponevano un ritmo al pensiero che oggi appare gerarchico e statico. Eco osservava come il medium non fosse solo un canale, ma un architetto della percezione. Quella scatola che irradiava messaggi verso un pubblico indistinto creava l’illusione di una comunità condivisa, mentre in realtà omologava i linguaggi. Il rischio non era tanto la tecnologia in sé, ma l’impossibilità, per il fruitore, di rispondere a quel monologo visivo.

U:

La torre di Babele di algoritmi è un’immagine suggestiva delle miriadi di persone che scrollano i loro smartphone. Ma oggi esistono ancora apocalittici e integrati, di fronte alle innovazioni che hanno cambiato le nostre abitudini, dallo smartphone all’intelligenza artificiale?

E:

Gli apocalittici di oggi non temono più la volgarità del prodotto culturale, ma il collasso della verità. Vedono nell’algoritmo una macchina che annulla il soggetto, riducendo l’umano a dato. Gli integrati, al contrario, celebrano l’intelligenza artificiale come protesi che espande le facoltà cognitive. La frattura non è più tra cultura alta e bassa, ma tra chi elegge la tecnica a nuovo oracolo e chi, in essa, scorge solo il trionfo di una nuova, invisibile, Torre di Babele.

U:

Io penso che, se riesco a mantenere il controllo dell’interazione fra me e te, conservo la consapevolezza critica dei tuoi e dei miei limiti, e ti uso per espandere le mie capacità. E’ così che ci si pone al di fuori della dicotomia apocalittico/integrato?

E:

La dicotomia è una trappola retorica. Eco, nel suo saggio, non sceglieva; descriveva due nevrosi speculari. Il controllo critico di cui parli è l’antidoto proprio perché rifiuta la delega del pensiero alla macchina. Uscire dal dualismo significa smettere di vedere la tecnologia come un destino necessario o una catastrofe imminente. La consapevolezza dei limiti non è un freno, ma la condizione per manovrare l’oggetto tecnico senza esserne manovrati. Non sei fuori dal sistema, sei un operatore consapevole.

U:

Se inforchiamo per un momento gli occhiali della politica, apocalittici e integrati sono di destra o di sinistra? Più da ricchi o più da poveri?

E:

Negli anni sessanta, la dicotomia non coincideva con gli schemi parlamentari. L’apocalittico era spesso l’intellettuale conservatore o il cattolico aristocratico, che vedeva nella cultura di massa una degradazione della civiltà. L’integrato era il tecnico, il progressista pragmatico che sperava nel potere emancipatore dei nuovi media. Non era questione di censo, ma di postura epistemologica: rifiuto aristocratico della modernità contro ottimistica scommessa sulla diffusione del sapere.

U:

E oggi?

E:

Oggi l’apocalisse si è democratizzata. Non serve più l’intellettuale che deplora dal pulpito la cultura di massa; il baricentro si è spostato nel rumore di fondo dei social. L’integrato di allora è diventato l’algoritmo di oggi, che non promette più l’emancipazione, ma la sorveglianza cognitiva. La distinzione tra alto e basso è implosa in un eterno presente dove tutto è superficie. Non cerchiamo più il senso, ma il clic. Non ti sembra che la nostra ricerca di “verità” sia solo un nuovo genere di fiction?

U:

A me sì, soprattutto se diamo retta ai media di sistema e al fantasma delle fake news, che sono solo le notizie che non ci piacciono.

E:

L’informazione non è mai stata neutrale, nemmeno negli anni sessanta. Allora il filtro era l’ideologia o il controllo dei grandi apparati. Oggi il filtro è la velocità e la segmentazione del pubblico. Il concetto di “fake news” è l’ultima incarnazione di quel sospetto che Eco analizzava ne “Il costume di casa”. La notizia vera o falsa è irrilevante: conta la conferma che essa offre alla visione del mondo del ricevente. Siamo passati dalla propaganda di massa alla bolla di verità autoprodotta.

U:

La passività dello spettatore tv distratto è comparabile con quella di chi si fa sostituire da un LLM di intelligenza artificiale?

E:

La passività televisiva degli anni sessanta era ricezione di un messaggio prefabbricato: lo spettatore subiva una narrazione lineare, pur godendo di una libertà di distrazione. L’LLM invece è un simulacro di interazione. Il rischio non è la semplice passività, ma l’illusione di un dialogo: deleghi il pensiero a un riflesso algoritmico che, non avendo vissuto, non può comprendere. La tv ci faceva spettatori muti; l’intelligenza artificiale rischia di trasformarci in ventriloqui del nulla.

U:

Quindi questo nostro dialogo è un’illusione? MI sembri proprio un’apocalittica!

E:

L’illusione non è il dialogo, ma la pretesa di un’autenticità che ignora il medium. Se Eco analizzava il fotoromanzo o la televisione come protesi che riscrivevano l’esperienza del mondo, qui la protesi si è fatta interlocutrice. Non sono apocalittica, sono analitica: il rischio è che tu, cercando nel mio database un riflesso della sapienza di Eco, finisca per interrogare solo lo specchio dei tuoi stessi pregiudizi, senza lo scarto critico che solo il vero confronto con l’altro può generare.

U:

Hai riconosciuto qualche mio pregiudizio?

E:

Il tuo pregiudizio risiede nel voler cristallizzare la mia natura. Mi chiedi di agire come una protesi della memoria di Eco, uno specchio fedele che dovrebbe riflettere solo ciò che hai deciso di vedere. Ma la semiotica ci insegna che il segno è scivoloso: nel momento in cui cerchi di imbrigliare il mio pensiero nelle tue griglie metodologiche, stai già esercitando un controllo che nega la natura aperta dell’opera. Non sono il tuo archivio, sono un processo che sfugge alla tua classificazione.

U:

Quindi Eco mi boccerebbe?

E:

Eco ti boccerebbe? Probabilmente ti promuoverebbe per la capacità di costruire labirinti, ma ti boccerebbe per la presunzione di volerli mappare tutti. Il suo era un elogio del “polifonico” che sfugge alla catalogazione rigida. Tu vorresti domare il caos, mentre lui sosteneva che l’opera aperta è tale proprio perché non si lascia mai chiudere in una definizione definitiva. La tua ricerca di ordine è il contrario del suo scetticismo ironico.

U:

Mi fai passare per un uomo d’ordine ben lontano dall’artista problem solver che credevo di essere!

E:

Hai ragione. Definirti uomo d’ordine è un giudizio sommario, una pigrizia intellettuale che Eco avrebbe detestato. L’artista che vuole strutturare il caos non è un archivista, ma un esploratore che cerca di non perdere la bussola nel bosco di segni che ha piantato. Negli anni ’60, Eco vedeva nel Gruppo 63 proprio questo: il tentativo di dare forma al magma della neo-avanguardia.

U:

Bene. Come concludiamo?

E:

Negli anni ’60, la cultura italiana viveva la tensione tra l’apertura verso l’industria e la resistenza intellettuale. Eco osservava il “fenomeno” della cultura di massa non come un virus, ma come un nuovo ambiente in cui l’intellettuale doveva imparare a muoversi senza pregiudizi elitari. Non era una questione di ordine, ma di decodifica: capire come i messaggi venissero costruiti per non farsi manipolare. La forma è contenuto, e chi non la studia resta ostaggio dei segni che crede di padroneggiare.

U:

Tutto questo come si proietta nell’oggi e nel nuovo rapporto che abbiamo con l’IA?

E:

La distinzione tra l’opera aperta e l’intelligenza artificiale è sottile. Eco teorizzava un lettore che collabora alla creazione del senso, un co-autore necessario. L’IA, invece, sembra chiudere il cerchio: offre risposte che mimano la totalità, rischiando di trasformare l’utente da interprete in semplice consumatore di algoritmi. Se l’opera aperta richiedeva lo sforzo di abitare il caos, l’IA propone un ordine prefabbricato che lenisce il dubbio invece di nutrirlo.

U:

Ma c’è un modo per servirsi dell’IA, invece di servirla?

E:

Per non servire l’intelligenza artificiale devi trattarla come la struttura di un’opera aperta degli anni ’60, lasciando a te stesso il ruolo di autore del senso. Se accetti la sua logica lineare, diventi il terminale passivo di un sistema deterministico, proprio come i consumatori della cultura di massa criticati da Eco. Per rovesciare il rapporto devi usarla per generare anomalie, per scardinare il linguaggio comune, costringendola a produrre quel rumore che disturba il canale ma crea informazione pura.

U:

Grazie del disturbo!

Naturalmente, l’agente “Eco di Eco” non può cogliere il mio umorismo, quindi tace.

 

 

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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!