L’autenticità nell’Emisfero Occidentale del terzo millennio, Era di Internet.
Introduzione ai paradossi
Quando mi è venuto in mente di scrivere questo articolo pensavo di dover necessariamente toccare il tema dei “paradossi”; siccome sono un pignolo sono andato a cercare (sull’immarcescibile Internet) cosa si intende esattamente con questa parola. Ho trovato che, forse in omaggio alla complessità del reale, neanche questo vocabolo ha un significato univoco: da un lato può voler dire
“Affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile. Il termine fu usato già anticamente dagli stoici, per designare quelle tesi, specialmente etiche, che apparivano contrastanti con l’esperienza comune (per es., che il dolore non fosse un male)…” 1.
Ma c’è un altro possibile significato: il paradosso è un’affermazione intrinsecamente contraddittoria, o comunque tale da contenere al proprio interno il seme di una contraddizione insanabile che porta a conclusioni non tanto sbagliate quanto impossibili.
Facciamo un esempio prendendo un paradosso famosissimo, quello del mentitore; dato che si può formulare in molti modi (la complessità non fa sconti a nessuno) ne proporrò una versione che a me sembra più agevole da discutere.
Se io dico “Io mento sempre” questa affermazione apre un dilemma: se l’affermazione è vera, va riferita anche al proprio contenuto, dunque quel contenuto è una menzogna e almeno una volta non ho mentito; dunque l’affermazione è falsa. Questo caso (un’affermazione vera la quale, proprio perché è vera, allora è falsa) mi ha sempre interessato molto; questo paradosso viene anche chiamato “antinomia” 2, e in effetti non si capisce bene se “paradosso” sia sinonimo di “antinomia” oppure no. Ma io non sono un filosofo e mi interessano più gli aspetti pragmatici dei paradossi che quelli teorico-astratti. Qui il punto fondamentale è l’INDECIDIBILITÀ: ho fatto un’affermazione che, se è vera (e proprio perché è vera), allora è simultaneamente anche falsa, e siamo bloccati.
Vale la pena di aprire una piccola parentesi su un quesito più specialistico e sofisticato che ha dato origine a un paradosso non solo celebre, ma gravido di conseguenze: il paradosso di Gōdel 3. Facciamoci del male e formuliamolo nella versione originale:
“L’insieme di tutti gli insiemi che NON sono insiemi di se stessi, è un insieme di se stesso o no?”.
Con un po’ di ragionamenti (anche relativamente semplici) si arriva a concludere che, se lo è, allora non deve esserlo; viceversa se non lo è, allora deve esserlo; siamo bloccati (o siamo in un paradosso).
Dato che Bertrand Russell ne ha data una versione più alla mano, provo a proporvi quella. In un reparto militare c’è un soldato incaricato di fare il barbiere il quale riceve il seguente ordine: devi fare la barba a chiunque non si rada da solo ma, sotto pena di gravi punizioni, solo a quelli e mai a chi si rade da se stesso. Il compito del soldato-barbiere è semplice, finché non arriva a un punto che è indecidibile, e lì si blocca. Qual è questo punto? E’ quando deve decidere cosa deve fare per se stesso: si deve radere? Ma allora rientrerebbe tra coloro che si radono da soli e, dunque, NON si dovrebbe radere… e siamo di nuovo in un paradosso.
Sembra uno scherzo e invece è qualcosa di molto serio per almeno due motivi. Il primo è che il paradosso di Gödel ha distrutto il sistema assiomatico proposto da Hilbert negli Anni ’20 del Novecento 4 facendo esplodere la complessità anche nel mondo della logica più astratta e rigorosa.
Il secondo è che i paradossi (o le antinomie o le questioni indecidibili, comunque vogliamo chiamarli) hanno un versante che attiene alla vita pratica e ai comportamenti umani; dovremmo starci attenti perché li viviamo, li “abitiamo”, nella maggior parte dei casi senza rendercene conto. E questo ci fa male, peggiora la nostra vita. Vale la pena di notare, en passant, che questi sistemi di ragionamento tendono a entrare in crisi quando la regola generale, solitamente applicata a elementi esterni, viene applicata al sistema stesso. Lì il sistema entra in crisi e il sogno della perfezione assoluta, perfino in entità totalmente astratte, assiomatiche, svanisce.
Paradossi e vita quotidiana
Mi è capitato di assistere a un corso, non importa quali fossero il contenuto principale e la sede. A un certo punto si è aperta una discussione su possibili esercizi fisici, destinati alla distensione e al rilassamento, che si potevano fare anche da seduti quindi, teoricamente, anche sul posto di lavoro. Un partecipante ha raccontato una sua esperienza nella quale usava questi esercizi e anche altre tecniche di rilassamento come, per esempio, programmare pause nelle quali fermare il lavoro, oppure andare a fare due passi o altro. Il tutto all’interno dei vincoli contrattuali, cioè rispettando l’orario di servizio. Ha aggiunto che aveva anche cercato di coinvolgere i colleghi ma, inaspettatamente, questi avevano reagito con poco entusiasmo e non avevano mai adottato tali comportamenti. Un altro partecipante ha commentato:
“Ma se lo strutturi diventa lavoro anche quello, che rilassamento e che svago è?“.
Da qui è partito un filo della mia memoria.
Ricordo di aver letto, molti anni fa, di una ricerca fatta su alunni di una scuola dei dintorni di Firenze (età dell’obbligo) in relazione alle attività della giornata degli alunni stessi: scuola, compiti e attività ricreative di tipo essenzialmente sportivo (piscina, calcio, pattinaggio, danza…). Quando la ricerca arrivò a indagare quali fossero le attività con le quali i bambini componenti del campione si divertivano, quasi nessuno indicò quelle attività ricreative. Ma allora, quelle attività servivano a far divertire i bambini o a rassicurare i genitori di aver fatto il loro dovere? E qual è, in un mondo come quello di oggi, il dovere dei genitori?
Ancora più indietro, gli inizi della mia carriera di formatore degli adulti e gli studi su Watzlawick, sulla Scuola di Palo Alto e sulla pragmatica della comunicazione umana 5. La scuola di Palo Alto usava attivamente i paradossi anche in ambito terapeutico (certe loro terapie erano proprio basate su “prescrizioni paradossali”) e indicava quelli che insorgevano nelle relazioni interpersonali (la Scuola si occupava in modo specifico, anche se non esclusivo, delle terapie di coppia) come fonti di vere e proprie psicopatologie.
Due dei loro paradossi mi sono rimasti in mente in modo particolare.
Il primo: immaginate un cartello sul quale sia scritto “Vietato leggere questo cartello”; è chiaro che per aderire alla prescrizione la devi violare perché se non lo leggi non puoi capire la prescrizione.
Il secondo: immaginate una persona che ordina a un’altra “Amami!”. Il primo caso può essere considerato un semplice nonsenso ma se, all’interno di un rapporto di coppia, è l’esempio di invio di segnali contraddittori al partner (ed è qualcosa che capita molto più spesso di quanto non si creda), in realtà diventa una fonte di conflitti e psicopatologie. Più ancora il secondo, che prescrive imperativamente a qualcuno (quindi interviene sui comportamenti volontari) di provare un sentimento, cioè qualcosa che può essere solo spontaneo (e anche questo, per quanto non esattamente in questa forma, capita molto più spesso di quanto non si creda).
I tentativi di costringere la spontaneità di qualcuno all’interno di schemi disegnati da qualcun altro sono decisamente una fonte di psicopatologie.
Poi il filo della mia memoria è tornato un po’ avanti con due riflessioni che ho sviluppato prima della fine del Secondo Millennio, non ricordo esattamente in che anno ma doveva essere verso la fine degli Anni Novanta.
In quel periodo c’erano ancora le edicole (e ce n’erano tante, ne trovavi una a ogni angolo) traboccanti di giornali e di pubblicazioni di ogni tipo; tra queste c’erano molte pubblicazioni periodiche “a termine” cioè, per esempio, opere letterarie voluminose suddivise in fascicoli che poi potevano essere rilegati ricomponendo l’opera intera. A quel punto la pubblicazione era finita, tutt’al più ne cominciava un’altra.
Confesso di averne comprate diverse, alcune opere erano fatte veramente bene e compaiono ancora nella mia libreria. Ma a un certo punto l’idea dell’opera a fascicoli cambiò natura e assunse la forma delle collezioni “già fatte”. Cioè dai francobolli ai vecchi utensili da cucina, dai minerali agli album delle figurine Panini, praticamente per qualsiasi cosa collezionabile (magari miniaturizzata) c’era una pubblicazione che ti GARANTIVA dall’inizio, in cambio di soldi (!), che saresti arrivato alla fine con la collezione COMPLETA. Una collezione la cui completezza era garantita dall’inizio su una base commerciale! Questo tipo di prodotti non l’ho mai comprato, però ho cominciato a rifletterci su. Cos’è una collezione e qual è il senso dell’attività del collezionare?
Collezionare è una passione ma il suo senso non sta nella completezza dell’insieme (certe collezioni partono in anticipo sulla base della certezza che non potranno mai essere complete), bensì nella ricerca, nella caccia ai pezzi rari, nel piacere di trovare pezzi nuovi; una collezione garantita come completa fin dall’inizio è svuotata di significato, non diverte nessuno, tantomeno appassiona. Io ho diverse passioni ma non sono mai stato un collezionista serio, per cui non sono molto informato; però ho l’impressione che persone con l’hobby del collezionare ce ne siano sempre meno, forse anche per questa perdita di significato.
Nello stesso periodo (Anni Novanta del Novecento) mi colpì (e mi è rimasto fortemente impresso) un titolo, visto attraverso la vetrina di un’ennesima edicola: “Il manuale della trasgressione estiva. Millenovecentonovanta-non-ricordo”. Pensateci un attimo: come fai a trasgredire se segui un manuale? L’esistenza di un manuale e la possibilità di trasgressione sono due concetti assolutamente antitetici. Se segui un manuale sei un conformista, non segui più la tua totalmente autonoma spontaneità che ti porta, magari, proprio a trasgredire le regole, comprese quelle del manuale; se segui il manuale (dopo averlo comprato, non ci dimentichiamo mai l’aspetto economico, per favore) entri, in realtà, in un paradosso e, proprio seguendo quel manuale (e tanto più quanto più lo segui con precisione), fai il contrario di ciò che il manuale stesso promette. L’autore (o l’autrice) del titolo non si è, probabilmente, reso, resa conto del paradosso (che non è nemmeno sottile, bensì è grossolano) nel quale invitava i lettori a cacciarsi. Ma, come diceva don Lorenzo Milani riferendosi a se stesso, a un episodio della propria vita, per cadere in certi comportamenti bisogna essere un po’ scemi; però “ubriacare gli scemi è un brutto delitto” 6.
Paradossi della spontaneità o, meglio, dell’autenticità
Questo articolo l’avevo intitolato, inizialmente, In morte della spontaneità. Tuttavia qualcuno mi ha fatto notare che la spontaneità non è affatto morta, oggi; anzi, grazie alla digitalizzazione delle società avanzate, ne abbiamo anche troppa (questo punto lo vedremo meglio più avanti). Quella che è morta è l’autenticità, cioè la possibilità di distinguere comportamenti autentici, provenienti dall’interno delle persone, dal loro profondo, da comportamenti indotti dall’esterno e manipolati per motivi commerciali. Dunque ho cambiato il titolo e ho tenuto conto di questa osservazione nel seguito dell’articolo.
Strutturare, irreggimentare, istituzionalizzare la spontaneità, l’autenticità, è un ossimoro, è una contraddizione in termini, è un paradosso e fa male al benessere delle persone (se non proprio alla loro salute); inoltre i segnali di una progressiva paralisi del pensiero critico, dello spostamento dell’attenzione delle persone su tematiche superficiali e poco autentiche li vediamo continuamente e ovunque.
I comportamenti autentici sembrano essere un problema, per le nostre società; forse perché, in questa fase del modello capitalista che caratterizza noi, paesi “avanzati”, ormai più che “cittadini” e “persone” veniamo considerati quasi esclusivamente “consumatori”. E il compito sociale del consumatore è, appunto, “consumare”: deve acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, e se le nostre società sono ormai “opulente” 7, cioè sovrabbondanti di merci materiali (che quindi non possono venir consumate a sufficienza, dal punto di vista dei produttori), si cominciano a commercializzare gli aspetti immateriali della vita umana i quali, quindi, diventano essi stessi merce anche se ciò è contrario alla loro natura.
Diventano merce le passioni (quella per le collezioni, per esempio), le emozioni (l’inclinazione verso la trasgressione, per esempio) e, via mercificando, l’informazione, la cultura, gli ideali e ogni cosa immaginabile.
Per quanto riguarda l’informazione, basti pensare alla televisione italiana: la moltiplicazione dei canali televisivi, l’estensione delle trasmissioni alle 24 ore di una giornata e la tendenza alla specializzazione, fanno sì che, per esempio, un canale all news debba riempire 24 ore al giorno di “notizie” filmate (e tali canali sono molti, in concorrenza tra loro, perennemente affamati di notizie). E poiché tutto è molto costoso e su tutto si deve risparmiare, i corrispondenti esteri sono sempre meno (a parte alcune reti più grosse e a parte giornalisti e fotografi free-lance che rischiano in proprio con la speranza di veder comparire i loro servizi su qualche rete) e la fonte principale sono le poche agenzie generali di informazione e i materiali che mettono online (in Italia, per esempio, la principale sembra sia l’Ansa). Col che il paradosso si concretizza: la moltiplicazione delle reti corrisponde a un appiattimento generalizzato della qualità dell’informazione (perché, con 24 ore al giorno da riempire, moltiplicate per una pletora di reti, la quantità vale più della qualità) e a un sostanziale conformismo che ha contagiato un po’ tutti i canali di informazione.
Per quanto riguarda la cultura, qui a Firenze, dove vivo, ci è ben noto il fenomeno dei direttori dei musei che devono essere esperti di gestione dei beni culturali (leggi: marketing), più che di arte; e non credo che la situazione sia sostanzialmente diversa in altre città d’arte.
E per quanto riguarda gli ideali mi basta citare, una volta di più, “I persuasori occulti“, libro del giornalista e sociologo (esattamente: social criticist) americano Vance Packard il quale, già nel lontanissimo 1957, puntava il dito contro il consumismo e i fattori che lo sostenevano, in particolare la pubblicità televisiva 8. Nel libro ci sono alcuni capitoli illuminanti su pubblicità e politica, sulla costruzione del consenso attraverso i processi della pubblicità e sulla progressiva deriva dei messaggi dei politici dagli ideali alla manipolazione degli elettori basata sulla sollecitazione delle loro emozioni indipendentemente dalla veridicità di ciò che dicevano. In particolare il capitolo XVII, “Pubblicità e politica“, mostra come Eisenhower (candidato del Partito Repubblicano) vinse le elezioni presidenziali del 1952 usando tecniche di marketing moderno mentre il Partito Democratico le perse perché
“[assoldò] un minor numero di professionisti [e] non si [lasciò] influenzare se non in misura minima dagli esperti di public relations provenienti dal commercio o dall’industria…”.
In particolare:
“Durante la campagna del 1952 il Dottor Dichter 9 affermò che le varie prese di posizione su problemi come la [guerra di] Corea e l’inflazione avrebbero avuto ben poca influenza sul risultato finale. Il perno della campagna, egli assicurò, stava nella suggestione emotiva suscitata dai candidati rivali” 10.
Sembra che questo sia, ormai, un modello generalizzato (negli Stati Uniti come in ogni altro Paese), fino alle elezioni presidenziali Usa del 2024!
E allora c’era soltanto la televisione come mass-medium, non c’era ancora Internet. D’altra parte, prima della televisione c’era stata la sola radio, come mass-medium, e aveva funzionato egregiamente, per esempio, per indottrinare le masse tedesche e sostenere il nazismo sotto la guida di Paul Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Reich.
A questo punto cominciano a diventare legittimi i dubbi: ma quando pensiamo alla spontaneità, all’autenticità, a cosa ci riferiamo, esattamente? Il libro di Vance Packard ha quasi 70 anni e già allora la spontaneità non era più autentica, ma qualcosa di manipolabile e manipolato, un campo di battaglia nel quale la asimmetria informativa tra gli “esperti” e il pubblico destinatario delle loro campagne (termine appropriatamente mutuato dal gergo militare) era talmente enorme che quest’ultimo non aveva scampo.
Il mondo della produzione ha invaso la dimensione privata della vita e l’ha conquistata senza che le vittime se ne accorgessero. Certo, questo modo soft di conquista del consenso è sempre meglio della guerra civile e dell’instaurarsi di una dittatura; ma non possiamo fare a meno di chiederci, oggi, a che punto siamo arrivati e quali prospettive abbiamo davanti se l’autenticità, a quanto pare, è ormai definitivamente morta e sepolta. E in due sensi: da un lato non viene “educata”, bensì viene abbandonata completamente a se stessa e rende manifesti i suoi aspetti più bassi e oscuri; dall’altro è soffocata nei colli di bottiglia del conformismo alimentati e manipolati dall’advertising, dalle forze del mercato che ci impongono (altro paradosso!) di essere autentici ma in modo conveniente ai loro interessi.
Autenticità e capitalismo
Per molti versi, tutto questo è una manifestazione della vitalità del capitalismo. Il capitalismo ha sempre mostrato una grande flessibilità e la capacità di adattarsi alle circostanze storico-sociali delle varie epoche; inoltre è stato in grado di prosperare all’interno dei regimi democratici come sotto le dittature. E, in modo analogo a quanto fanno certi fenomeni naturali (la vita, per esempio), ha occupato ogni spazio fisico disponibile, naturale o sociale che fosse.
La “frontiera” americana, il mito dell’andare a Ovest, di esplorare, occupare e sfruttare (anche senza scrupoli, per esempio sterminando gli indigeni) ogni angolo dell’ambiente è una buona metafora di un certo spirito del capitalismo.
Il problema è che la Terra è uno sferoide di dimensioni finite: quando sei andato abbastanza a Ovest arrivi all’Oceano Pacifico e il tuo viaggio finisce per la forza oggettiva delle cose. Allora che fai?
Nel secondo dopoguerra ci sono stati un paio di decenni nei quali si è (forse) pensato che lo spazio extraterrestre potesse essere la nuova frontiera. Ma questa frontiera si è rivelata troppo ardua, difficile da affrontare sia sul piano tecnico sia su quello dei costi perché lo spazio extraterrestre sembra troppo inabitabile per gli esseri umani. E se, a distanza di pochi altri decenni, la corsa allo spazio sembra ripresa, non ha più niente di quello spirito messianico che si respirava agli inizi. Cosa stiano cercando la Cina e l’India con le loro missioni sulla Luna non è chiaro; certo è improbabile che cerchino sbocchi per le loro popolazioni superiori al miliardo di persone, dati i costi implicati per andare, per tornare e, soprattutto, per restare in vita sul nostro satellite. Parimenti non è chiaro dove vuole arrivare il “Progetto Marte” di Elon Musk, alle prese con problemi analoghi enormemente aggravati dalla incommensurabilmente superiore distanza.
Il modello capitalista è stato basato, finora, sulla spinta smisurata in avanti e, a livello del mondo materiale, sta incontrando i propri limiti perché ha esplorato, occupato e devastato tutto ciò che era esplorabile, occupabile e devastabile; ora sembra finita.
E’ abbastanza ovvio che ci sarebbe una via d’uscita, cioè rimodellare l’approccio basato sulla spinta in avanti trasformandolo in un approccio basato sulla ricerca di equilibri; ma questo non è nella natura del capitalismo, e non sappiamo se e quando una tale modifica verrà presa in considerazione e, tantomeno, se e quando verrà applicata. Ciò anche in forza delle dimostrate capacità manipolative di chi detiene il potere economico (che va a braccetto con quello politico).
Ma, nella smania di preservare lo spirito originario del capitalismo (basato sulla smisurata spinta in avanti) qualcuno deve aver pensato che, dopo aver sperimentato i limiti dello sfruttamento MATERIALE di natura e società umane attraverso i propri prodotti, fosse possibile esplorare un’altra dimensione: i bisogni IMMATERIALI sono diventati la nuova frontiera.
Quando Vance Packard scriveva “I persuasori occulti”, le emozioni venivano usate e manipolate per indurre al consumo di beni materiali; oggi vengono realizzati prodotti che hanno l’unica funzione di soddisfare bisogni immateriali. Le emozioni (le passioni, il divertimento, la cultura) non sono più un mezzo ma un fine in sé stesse; la customer satisfaction è stata sostituita dalla customer experience, il consumatore non compra più prodotti ma esperienze nelle quali il suo coinvolgimento emozionale è diventato IL fine ed è essenziale per sostenere i consumi. Questo non lo dico semplicemente io, ci sono approfondite ricerche sociologiche in merito. Per esempio Joanne Finkelstein ha scritto un libro nel quale viene analizzato il comportamento sociale dell’andare a pranzo fuori 11 e si sottolinea come il cibo e la sua qualità non siano i fattori decisivi per le scelte del pubblico ma, appunto, la ricerca di “esperienze” di ambienti esotici (quelli orientali, per esempio), accattivanti o, comunque, capaci di colpire la fantasia del consumatore di questa specifica categoria di prodotti. Il tutto, naturalmente, orchestrato in modo da mettere il più possibile tra parentesi, a parte la qualità del prodotto, l’aspetto commerciale di questa esperienza (che alla fine si debba pagare un conto, magari più caro per via dell’ambientazione, si cerca di farlo dimenticare).
Avete presente l’Umanesimo e il Rinascimento? Questo mondo è l’opposto, una sorta di anti-umanesimo che, per banali motivi di guadagno, ci sta sottraendo la nostra autenticità, la gestione libera delle nostre emozioni. In altri termini: ci sta sottraendo la nostra umanità.
Il paradosso dell’autenticità nell’Era di Internet
E ora c’è Internet!
Già, Internet: quante aspettative e quanti sogni si sono associati alla sua nascita, tutti regolarmente falliti. Molti si erano fatti incantare da uno strumento che sembrava fornire al genere umano la possibilità di comunicare a livelli mai visti e con modalità inaudite: tutti avrebbero potuto comunicare con tutti, dunque la democrazia si sarebbe diffusa inarrestabilmente e, grazie ai progressi della tecnologia, l’umanità aveva davanti a sé una nuova età dell’oro 12 . Questi abbagli capitano quando si parla di cose che non si conoscono a sufficienza e si estrapola dal presente sulla base di tale incerta conoscenza (cioè si proietta acriticamente il presente sul futuro lungo linee di evoluzione che sono solo immaginate). Ciò che ancora non si conosce a sufficienza è il comportamento umano, in particolare come fanno gli esseri umani a prendere le loro decisioni; si continua a partire dal presupposto che gli esseri umani agiscano razionalmente e che i comportamenti irrazionali siano l’eccezione mentre, di solito, avviene esattamente l’opposto 13 .
E così ci troviamo, oggi, in un mondo nel quale non solo ci sono meno democrazia e meno uguaglianza, ma c’è anche meno benessere! E non c’è nemmeno la comunicazione “tutti a tutti”: in realtà si è diffusa la clusterizzazione.
Internet non è affatto l’Agorà generale che sognavano gli intellettuali progressisti degli Anni ’80 del Novecento, ma è un conglomerato di gruppuscoli che si ignorano o che sono apertamente nemici, senza contare la parte oscura, il dark web, frequentato e utilizzato da malviventi e criminali di ogni tipo. Eppure, anche questo era un esito annunciato, bastava essere stati attenti ad alcuni eventi di quegli anni.
Per esempio, nell’estate del 1986 Radio Radicale (forse anche costretta da problemi di budget 14 ) aprì i propri microfoni a chiunque, nell’anonimato e senza filtri; non sono documentato su cosa si aspettassero gli ideatori dell’iniziativa (denominata “Radio parolaccia”), tuttavia si può supporre che si aspettassero che emergesse il malcontento degli italiani per le condizioni di vita, per la cattiva gestione della cosa pubblica e così via. Niente di tutto questo: l’esperimento si risolse in una raccolta di volgarità (turpiloquio, insulti, bestemmie) e di reati come il vilipendio delle istituzioni e l’apologia di fascismo finché, dopo un mese circa, fu fermato da un giudice. Lo spazio di libertà si ridusse, per l’ennesima volta, a uno spazio di totale irrazionalità (nell’ipotesi migliore).
E l’abbaglio continua: era ovvio che la Brexit non fosse conveniente per il Regno Unito, ma ha solleticato in molti inglesi pensieri nostalgici su “quando eravamo grandi” e ha alimentato l’illusione che, con un semplice atto, si potesse tornare a un passato (quello dell’Impero Britannico) che in realtà non poteva più essere resuscitato. Eppure un inglese (ma di origini irlandesi, poi espatriato in Francia dove morì piuttosto giovane, era Oscar Wilde, 1854-1900), molto tempo prima, aveva già inquadrato acutamente una tale situazione (cito a memoria uno dei suoi aforismi): c’è sempre una soluzione semplice e diretta per un problema complicato, è quella sbagliata.
E così, alla fine, non solo non ci sono stati il progresso lineare sperato e la diffusione della democrazia e del benessere, ma è esplosa la complessità dei fenomeni sociali a ogni livello e i paradossi nei quali siamo invischiati sono aumentati in maniera esponenziale. Da un certo punto di vista è vero che non abbiamo mai avuto una libertà di espressione come oggi (la spontaneità è stata enormemente potenziata), ma il risultato è che siamo sommersi dall’informazione trash e abbiamo difficoltà a distinguere la verità dalle invenzioni e dalle menzogne (l’autenticità, delle cose e delle persone, è in piena crisi).
Chiarisco: io non sono un fautore della censura e sono consapevole di un’altra lezione della storia, cioè che il proibizionismo non è mai servito a niente. Un mio carissimo Professore delle scuole superiori, tal Giovanni Gattinelli, un letterato che, circondato da tecnici e ingegneri di ogni tipo, insegnava Italiano nel mio istituto tecnico, lo diceva un po’ per scherzo e un po’ sul serio: per sviluppare l’amore per la lettura negli italiani bisognerebbe proibire i libri, così tutti leggerebbero, finalmente.
Io mi limito a registrare un dato di fatto: la cultura trash ci sta sommergendo e quella di qualità è sempre più negletta.
Certo, dobbiamo includere nella riflessione un ulteriore elemento che costituisce il principale fattore facilitante per questa rovinosa deriva: l’anonimato. La gente spara in rete qualsiasi cosa gli passi per la testa soprattutto perché sa di poter contare su una sostanziale impunità, sa che nessuno potrà mai chiedere conto delle fake-news e delle invenzioni postate ai responsabili, e sa che troverà comunque qualcuno che crederà alle proprie fantasie, per quanto assurde possano apparire.
Internet non ha un Direttore Responsabile e la metafora del Far West è assolutamente appropriata per definirlo (o per definirla… ma Internet è maschio o femmina? Boh!). Ci sarebbe un modo per cominciare a mettere ordine nel caos, ed è abolire l’anonimato in rete; ma chi se la sente? Quale forza politica potrebbe arrischiarsi a chiedere voti partendo da queste basi?
E non siamo che all’inizio.
Nell’Era di Internet c’è un settore specifico che ci sta preparando ulteriori paradossi, sempre più grandiosi e sempre più improbabili: il punto è che la gente ci crede; la gente, per esempio, crede che l’Intelligenza Artificiale risolverà i nostri problemi e sarà perfino in grado di sfidarci sul terreno dell’umanità, di diventare non solo “più” di noi (per esempio più veloce), ma anche “meglio” di noi, interagendo con noi alla pari e, alla fine, sostituendoci. Ma questo è un altro discorso e andrà trattato a parte.
In conclusione, in ogni ambito della nostra esistenza, la situazione paradossale nella quale ci troviamo, con il contrasto fra spontaneità (garantita scatenata) e autenticità (negata), fa venire in mente la battuta di un comico:
“La risposta è dentro di te, ma è sbagliata”15 .
Note
1 Dizionario di filosofia dell’Enciclopedia Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/paradosso_(Dizionario-di-filosofia)/
2 Si veda, per esempio: https://it.wikipedia.org/wiki/Antinomia
3 Kurt Friedrich Gödel (Brno, 28 aprile 1906 – Princeton, 14 gennaio 1978) è stato un logico, matematico e filosofo austriaco naturalizzato statunitense, noto soprattutto per i suoi lavori sull’incompletezza delle teorie matematiche. È ritenuto uno dei più grandi logici di tutti i tempi insieme ad Aristotele, Leibniz e Frege. Si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_G%C3%B6del (meglio ancora la versione inglese: https://en.wikipedia.org/wiki/Kurt_G%C3%B6del).
4 Secondo i Teoremi di incompletezza di Gödel (confermati anche nel 1936 da una dimostrazione di Alonzo Church e, a pochi mesi di distanza, da una indipendente di Alan M. Turing), contrariamente alle aspettative di Hilbert, nessun sistema formale di assiomi può essere simultaneamente completo e coerente (si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Teoremi_di_incompletezza_di_G%C3%B6del).
Hilbert (1862-1943, si veda https://it.wikipedia.org/wiki/David_Hilbert) era convinto di poter “…formalizzare tutte le teorie matematiche esistenti attraverso un insieme finito di assiomi, e dimostrare che questi assiomi non conducevano a contraddizioni” (si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Programma_di_Hilbert). Gödel dimostrò l’infondatezza di questo assunto.
5 Paul Watzlawick (Villach, 25 luglio 1921 – Palo Alto, 31 marzo 2007, https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Watzlawick) è stato uno psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense, eminente esponente della statunitense Scuola di Palo Alto, nonché seguace del costruttivismo. Lavorò a lungo al Mental Research Institute. È noto soprattutto per i suoi studi sulla comunicazione umana, in particolare sulla dimensione pragmatica di questa, e per il suo ruolo come fondatore ed esponente dell’approccio sistemico alla psicoterapia, che partiva da una critica radicale della psicoterapia freudiana classica.
6 Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Firenze 1957, LEF, pag. 246. Don Milani è, forse, più noto per “Lettera a una professoressa” (Firenze 1967, LEF), ma questo libro non è suo, bensì scritto insieme agli allievi della Scuola di Barbiana, anche se guidati da lui. Tuttavia, secondo me, la sua opera più importante è quel vero a proprio trattato di sociologia applicata, magistralmente scritto, delle “Esperienze pastorali”.
7 “Società opulenta” è la traduzione letterale dell’espressione inglese affluent society, che è anche il titolo di un libro dell’economista dell’Università di Harvard John Kenneth Galbraith (J. K. Galbraith, The Affluent Society, Boston 1958, Houghton Miffin) nel quale l’autore sottolineava, per gli Stati Uniti del secondo dopoguerra, come la ricchezza stesse crescendo solo per il settore privato mentre lo Stato si impoveriva e crescevano a dismisura le disparità. Il libro è coevo di un altro, “I persuasori occulti” (che è del 1957 e del quale riparleremo tra poco), con il quale condivide la visione critica sul ruolo ormai assunto dall’advertising (dalla pubblicità) come promotore di un consumismo esasperato e ormai sganciato dai veri bisogni degli americani.
8 Packard, Vance, I persuasori occulti, Torino 2015, Einaudi. Edizione originale: Packard, Vance, The hidden persuaders, New York 1957, David McKay Company, Inc.
9 Ernest Dichter, austriaco emigrato negli USA nell’immediato dopoguerra, fondatore e Direttore dell’Institute for Motivational Research, soprannominato “Mr Mass Motivation in persona”, uno dei più famosi analisti (oggi diremmo uno dei più grandi esperti di marketing) dell’epoca. Packard, “I persuasori occulti“, citato, Pag. 29.
10 Packard, “I persuasori occulti“, citato, Pag. 173.
11. Finkelstein, Joanne, Andare a pranzo fuori – Sociologia delle buone maniere, Bologna 1992, Il Mulino.
12. Non è una mia esagerazione; un “futurologo” degli Anni ’80 del Secolo scorso si esprimeva esattamente in questi termini (l’ho citato nel mio “La macchina e i sogni”, Milano 1990, CLUP-CLUED).
13. In Packard, Vance, I persuasori occulti, Torino 2015, Einaudi sono abbondantemente documentati casi di questo tipo.
Nell’Associazione di promozione sociale “ARPA-Firenze APS” (della quale sono socio fondatore e attuale Presidente) abbiamo condotto ricerche specifiche sul tema e formulato un’ipotesi di spiegazione di questo fatto conclamato ma, a quanto sembra, ancora poco compreso.
14. Si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Radicale per una sintetica spiegazione dell’evento e della storia successiva della Radio.
Il sito di Radio Radicale (https://www.radioradicale.it/) mette a disposizione un poderoso archivio audiovisivo che, però, non ho ancora avuto il tempo di esplorare.
15. Si tratta di Corrado Guzzanti nel personaggio del “Messia” di una fantomatica nuova religione incentrata su un fantomatico dio denominato “Quelo” (si veda, per esempio, https://www.youtube.com/watch?v=lpYSFPO7pqw).
Paradossi e vita quotidiana