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«Il problema è che l’educazione non è neutrale, prende sempre posizione in un senso o nell’altro. Se qualcuno venisse a spiegarti che il cannibalismo è una tradizione gastronomica esotica, dovresti rispondergli che non è vero.
Non siamo neutri rispetto ai valori. Per questo, a volte, gli educatori devono rassegnarsi a risultare antipatici. In un mondo in cui tutti vorrebbero assomigliare al presentatore televisivo con un sorriso a trentadue denti sempre stampato in faccia, l’educatore deve andare controcorrente e recitare il ruolo dell’antipatico perché il suo compito è quello di frustrare.
Dinanzi alle infinite possibilità che la vita offre al bambino o all’adolescente, l’educatore deve evitare che prenda la strada cattiva. L’educatore deve opporre resistenza al ragazzo, perché gli esseri umani crescono come l’edera e hanno bisogno di appoggiarsi a qualcosa di solido, che oppone resistenza. E’ un compito difficile, che nessuno è disposto ad accettare, né i genitori né tantomeno molti insegnanti. E li capisco.
E’ duro frustrare qualcuno per farlo crescere e perché un giorno se ne vada di casa senza aver più bisogno di noi. Eppure il compito dell’educazione è proprio questo: formare persone autonome e indipendenti. I figli che rimangono a casa fino a quarant’anni, schiavi dell’affetto delle loro madri, non sono educati.»


****FERNANDO SAVATER, 1947, filosofo, saggista spagnolo, Piccola bussola etica per il mondo che viene, Laterza, 2013, traduzione di Andrea Benedetti, estratto, versione digitale posizione 447 e segg.
Anche in ‘in1pagina’.


Fernando Savater 1947, docente di Filosofia per più di trent’anni nei paesi Baschi e presso l’Universidad Complutense di Madrid, è noto soprattutto in Spagna per il suo vasto lavoro di divulgazione filosofica e di critica culturale, ispirato ad un pensiero libertario e anticonformista. In Italia ha avuto particolare successo il suo saggio Etica per un figlio [1991], Laterza, 2007.

 

 

FRUSTRARE? ‘CON GRAN JUICIO’ (mf)
Con tutto il rispetto per Fernando Savater (che da oltre trent’anni è un po’ il ‘mostro sacro’ spagnolo della divulgazione filosofica in campo etico, in patria e fuori), mi permetto una chiosa critica.
Credo che il compito dell’educatore sia, banalmente, quello di educare e non di frustrare. Che poi talvolta nell’educare sia necessario accettare di produrre anche frustrazione (ad esempio avendo il coraggio di dire no quando sarebbe più comodo per tutti dire sì e assecondare l’educando), questo è indubbio.
Ma ciò è un di cui dell’educare: una parte spiacevole, da agire con cura, moderazione e dosaggi attenti, anche in funzione dell’età cui ci si rivolge, che occorre volere e saper interpretare ad esempio per insegnare il contenimento e l’analisi di realtà: sottolineando che nella vita esistono limiti e doveri, anche spiacevoli e come tali frustranti, che impediscono che tutto sia possibile e che ogni cosa desiderabile sia realizzabile.

Se manca consapevolezza del rischio del frustrare, e addirittura si crede che la frustrazione sia il fine dell’educazione, il passo dal ‘frustrare’ al ‘frustare’ è dietro l’angolo. L’educazione iper-autoritaria del passato (che neppure si poneva il problema delle conseguenze del frustare e men che meno del frustrare), ma soprattutto chi ne è stato ‘oggetto’, ne sanno qualcosa. E dire che gli effetti sono stati educativi, anche a giudicare da certa cultura adulta che ne è seguita, parrebbe assai azzardato. Dopo di che, nessuna simpatia pure per l’educazione iper-affettiva, spesso di fatto complice e collusiva, dei nostri giorni: che ha come mantra il coccolamento continuo, quando non il pompaggio sfrenato, degli ego dei nostri giovani, cui sembra dover essere garantita una vita nella bambagia. I risultati perversi di questo approccio, anche in chiave di cultura sociale dominante (il boom del narcisismo di giovani e adulti), già si vedono e sempre più si vedranno.

Massimo Ferrario

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