1900 fiocco azzurro : nasce Il Cinema.

1900 fiocco rosa : nasce la Musica Jazz.

Due momenti meravigliosi della Storia Culturale dell’uomo.

Noi bambine degli anni 50 veniamo alla luce con la macchina da presa nel nostro DNA. La celluloide e le tristi sale cinematografiche di paese.

La mia aveva un corridoio di rose rampicanti che la incorniciava.

Profumavano intensamente le piccole rose color carne, e nelle sere d’estate quell’antico afrore entrava spandendosi tra le vecchie sedie delle prime file dove noi tre bambine sedevamo.

Si intrufolava tra le nostre gambe scarne e tra le vesti lise degli altri spettatori.

Sì, il cinema Moderno di Pontecagnano era vetusto, ma a noi bambine non importava.

Lì c’erano le rose con il loro soave odore.

Compravamo caramelle per la serata con i pochi soldi datici dai genitori, in una piccola bottega con contenitori in vetro in cui facevano bella mostra barchette di liquirizia, confettini bianchi con l’anima di cannella, piccole monetine di menta bianca.

Ne compravamo in numero tale da poterle dividere per tre o per quattro, se c’era anche nostra cugina Liliana. 15 barchette di nera liquirizia e 15 mentine bianche.

Alle quattro di pomeriggio, all’apertura del cinema eravamo già dentro e restavamo fino allo spettacolo della sera. Se ci raggiungevano gli zii uscivamo con loro a notte fonda.

Così siamo state vaccinate con il meraviglioso virus della settima arte.

Da adolescenti abbiamo amato Ingmar Bergman, Akira Kurosawa, Elia Kazan.

Abbiamo pianto tutte le nostre lacrime sulla Porche color argento schiantatasi contro il sole della California, uccidendo James Dean. Abbiamo urlato con la voce di Marlon Brando”Ehi Stellaaa”. Ci siamo interrogate sulle diverse verità di Rashomon e sull’esistenza di Dio nelle profondità gelide di Svezia.

Poi dalla nostra mitica America arriva una musica sconvolgente. I nostri 78 giri parlano già in inglese: Doris Day, Frankie Laine, Nat King Cole. La grande splendida voce di Jonnie Ray piange il suo dolore gridando “Cry”.

Fu una brevissima trasmissione radio a pochi minuti dall’ora di pranzo che cominciò a suonare la musica che avrebbe sconvolto le menti e i corpi di noi ragazzini anni 50 : “Il discobolo” ci raccontò per la prima volta di Elvis Presley, de I Platters, di Pat Boone, Little Richard e Neil Sedaka.

Quando raggiungemmo una capacità critica più adulta cominciammo ad incuriosirci di un’altra musica, più complessa, meno accondiscendente di quei ballabili che ci facevano stringere ai nostri ragazzi, “Tu sì na malatia” “Odio l’estate” “Una rotonda sul mare”.

Nel negozio di dischi dei nostri amici salernitani scoprimmo i 45 giri di musica Jazz. Ci innamorammo subito del quartetto di Jerry Mulligan, anche di lui che era bellissimo. Il sassofono baritono tra le mani, lungo e potente strumento dalla voce cupa.

Era una musica strabiliante, che ci trasportò a volo verso Ella and Louis, Thelonius Monk, Sonny Rollins. Come un ragazzaccio seguivo Gene Krupa e la sua batteria, con bacchette e spazzole. Sonny Rollins fu una cotta improvvisa, mi colpì mentre ascoltavo un suo brano alla radio.

Eravamo solo delle ragazzine, quasi bambine, ma con una quantità di conoscenze musicali, cinematografiche e letterarie che faceva di noi delle donne già complicate ed esigenti.

Giunte a Napoli in un esodo molto difficile, noi cittadine di una Salerno ordinata ci trovammo ad affrontare il caos di una città che non amavamo.

Quando incontrai Alfredo incominciai anche ad amare questa città. Ci innamorammo ascoltando Joao Gilberto, poi ci fu Panarea e “Il Leonardo Circolo di Cultura“ dove conobbi coloro che sarebbero stati i miei amici di vita: Elio, Gino, Geppino, Lucio, Letizia e Gherardo.

E con Alfredo nella mia esistenza entrò a piene mani, a vagonate la musica jazz. Alfredo era segno e suono. I suoi lavori grafici erano ritmo e il suo jazz puro colore.

L’incontro divenne un’arte preziosa: un divano, un bicchiere di whisky e un vinile strusciante sul giradischi. Ascoltare e parlare di musica, Bird e Gillespie, Baker e Davis, Holiday e Coltrane.

Il suono del jazz tradizionale insieme al bebop più complesso e al free più colto.

Alfredo ed io aprimmo la nostra nuova casa nei vicoli di Napoli alla Musica. E i musicisti la “occuparono” invadendo il giardino, le stanze, la cucina con i loro strumenti e la loro piacevole compagnia.

Viaggiammo l’Italia nelle piazze, tende e teatri ascoltando, vivendo, respirando la musica del ventesimo secolo.

Ho conosciuto persone straordinarie che hanno dato colore, suono, espressione poetica al mio cuore e alla mia mente.

SteveLacy, Cecil Taylor, Misha Mengelberg, Han Bennink, Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Martin Joseph, Evan Parker e molti altri.

Alex von Shlippenbach, pianista tedesco rigido e gelido che quando metteva le dita sul pianoforte elargiva sensualità.

Han Bennink camminava scalzo sul pavimento di cotto di casa nostra, fumando in una pipetta da marinaio di granoturco della buona “salutare” erba. Con Misha si parlava di cinema, di architettura e arte. Della musica diceva con il suo strabiliante senso dell’ironia “Doesn’t exist!”.

Miti sono precipitati rovinosamente per aridità di mente e cuore, molti amici sono sbocciati all’improvviso : Filippo e Alberto, Sabina e Sandra. E la musica con le sue varie rassegne ci portava in giro per L’Italia.

A Imola ci consolammo delle fatiche del viaggio nel Ristorante San Domenico.

Un fiume in Romagna ci rinfrescò dal sole, mentre la musica ci allietò le sere calde dell’estate del l979.

 

 

 

Trovo vecchie pagine scritte a mano da Alfredo, ancora ragazzo, appunti a metà dattiloscritti su carta velina.

Scrive:

“Gli schiavi del Delta del Missisipi, che a i primi del secolo suonavano in piccoli complessi da ballo, non conoscevano la musica, suonavano a memoria il loro repertorio e quindi erano spinti dalla loro fantasia ad aggiungervi proprie variazioni.

Questo elemento improvvisativo accompagnò il jazz fin dalla sua prima apparizione e ne costituì decisamente l’elemento più valido.

Ma l’improvvisazione è nata forse prima ancora del jazz con buona parte del folklore prejazzistico da cui derivano i blues.

Come “stile blues” si intende una scala caratteristica di cui sono tipiche le “blues notes”, cioè la terza e la settima minori nel modo maggiore.

Queste “blues notes” caratterizzano non soltanto le improvvisazioni sul blues ma tutto il jazz; sono note indecise, tendenti a raggiungere il semitono superiore o quello inferiore.

Questo carattere di titubanza, interpretato a volte da musicisti classici come stonature, ha precise ragioni etniche e storiche: infatti i nativi del centro dell’Africa conoscevano per tradizione ancestrale la sola scala pentatonica africana che non comprende semitoni, quindi trovarono molte difficoltà quando, trapiantati in Nord America, vennero a contatto con la scala diatonica della musica europea.

Queste difficoltà si concretarono nel loro caratteristico modo di emettere le note che mancano nella loro scala ancestrale.

Un “nero” allevato in un ambiente completamente bianco non ricorderà certamente i modi africani.

Un giorno cercò di cantare una canzone dei bianchi che vivevano accanto a lui. Era inevitabile che ciò avvenisse, il primo scalino della rivalutazione razziale ed anche la prima arma della rivoluzione sociale. Era anche inevitabile che non riuscisse a cantare come il bianco.

Dallo scontro di due culture, di due civiltà delle quali una sottoposta all’altra ne viene inevitabilmente fuori una nuova cultura per la razza dominata che si sforza di avere le caratteristiche di quella della razza dominante. Nel caso specifico la genesi di un nuovo mondo musicale “black” trovò gravi ostacoli nella limitata estensione armonica della scala africana.

Il blues è nato essenzialmente come fatto vocale per due ragioni: una storica evolutiva, la sua derivazione dai work songs, dagli spirituals, dai plantation songs, e una di carattere sociale e pratico, la facilità, cioè, che ogni schiavo aveva di esprimere in musica la propria protesta ed il proprio dolore con una immediatezza ed una intensità emozionale che non avrebbe potuto avere altrimenti”.

Alfredo Profeta