«Ci hanno convinti di essere utenti liberi in un mercato aperto, mentre eravamo già diventati servi della gleba in un feudo digitale.»
Yanis Varoufakis

ABSTRACT

Che fine ha fatto la democrazia? Questo articolo si propone di esplorare lo svuotamento strutturale dei nostri sistemi politici partendo dall’analisi di Colin Crouch sulla “postdemocrazia” (C. Crouch, 2020). Attraverso una rassegna dei contributi più illuminanti della saggistica contemporanea, cercheremo di dimostrare che l’apatia e l’inconsapevolezza dei cittadini non sono un destino inevitabile, ma il risultato di precisi meccanismi economici, digitali e sociali. Se l’economista Clara E. Mattei ci svela come l’apparato economico neoliberale sia intrinsecamente disegnato per subordinare la democrazia al capitale, blindando le decisioni e sottraendole al controllo popolare (C. E. Mattei, 2026), Rosa Fioravante evidenzia i limiti storici delle vecchie ricette moderate ispirate al “keynesianesimo” classico di John Maynard Keynes e riproposte oggi da economisti progressisti come Paul Krugman (R. Fioravante, Jacobin, 2019). A questo si salda sul piano ideologico l’analisi di Noam Chomsky, che mette in luce come il capitalismo moderno metta in atto una vera e propria “ingegneria del consenso” (un concetto che Chomsky riprende da Edward Bernays) ovvero una produzione pervasiva del senso comune che anestetizza il conflitto sociale e normalizza la passività (N. Chomsky e M. Waterstone, 2021). Sul fronte tecnologico, Yanis Varoufakis ci avverte della nascita di un “tecnofeudalesimo” in cui le grandi piattaforme digitali estraggono valore trasformandoci in utenti passivi (Y. Varoufakis, 2023). A questa diagnosi si affianca la proposta di Mariana Mazzucato, che non si limita a evidenziare le difficoltà di un intervento strategico dello Stato, ma delinea un vero e proprio modello alternativo di “Stato imprenditore” come antidoto alla stagnazione neoliberista (M. Mazzucato e M. Jacobs, 2017). Tuttavia, come rivela l’analisi di Mattei, tale proposta si scontra con un ostacolo strutturale: lo Stato, nel capitalismo neoliberale, non è un arbitro neutrale, ma è esso stesso ristrutturato per proteggere i mercati dalla democrazia. L’obiettivo del saggio è ricomporre questi tasselli, integrando la prospettiva sociologica di Erik Olin Wright sulle “Utopie reali” (E. O. Wright, 2010), per offrire una mappa critica capace di risvegliare il demos dal suo ruolo di semplice spettatore.

Premessa: una bussola critica per orientarsi nell’oscurità informativa

Scrivere oggi di democrazia e partecipazione significa innanzitutto fare i conti con un grande paradosso; viviamo nell’era della massima disponibilità di informazioni, eppure ci muoviamo spesso in una sorta di oscurità ideale, disorientati da una narrazione pubblica che tende a normalizzare le disuguaglianze e a spegnere il pensiero critico (R. Evangelista, Pandora, 2021; O. Ponte di Pino, Doppiozero, 2022). Non si tratta di un caso: la stragrande maggioranza dei grandi mezzi di comunicazione tradizionali (come televisioni e testate giornalistiche) è oggi concentrata nelle mani di grandi gruppi industriali e finanziari privati. Di conseguenza, è inevitabile che l’informazione di massa tenda a riflettere e a difendere la visione del mondo e gli interessi economici dei propri “padroni”, trasformando il dibattito pubblico in uno spettacolo finalizzato a produrre consenso e passività.

In questo mare nebbioso, tuttavia, è ancora possibile trovare la rotta; la bussola per non lasciarsi cullare dall’apatia è offerta da una rete alternativa e indipendente di fonti autorevoli. Queste fonti non sono semplicemente “indipendenti” per una scelta editoriale o di proprietà: la loro affidabilità deriva da un motivo più profondo e strutturale.

Da un lato, c’è una solida saggistica scientifica, scritta da docenti universitari ed esperti che studiano i fenomeni con rigore e senza vincoli aziendali. Il loro lavoro è sottoposto a un metodo di verifica critica (la revisione tra pari, il confronto pubblico delle tesi, la trasparenza delle fonti) che è l’opposto della logica commerciale che governa i grandi media.

Dall’altro, resiste un panorama prezioso di riviste culturali di altissimo livello (come Pandora Rivista, Jacobin, Doppiozero, Micromega, Diacritica o la storica rivista Il Ponte fondata da Piero Calamandrei) che, pur essendo testate private, operano in una dimensione di editoria indipendente, spesso sostenuta da associazioni, cooperative o dal contributo diretto dei lettori, e libera da quelle grandi proprietà industriali e finanziarie che condizionano la linea editoriale dei media mainstream. Anche in questo caso, la differenza non è solo nell’assenza di un padrone, ma nella possibilità di praticare un’analisi critica che i media mainstream, per la loro stessa natura commerciale, non possono permettersi: il loro obiettivo non è massimizzare il profitto o compiacere gli inserzionisti, ma comprendere e spiegare la complessità del reale.

Proprio dalla lettura approfondita e costante di queste fonti libere, indipendenti e scientificamente fondate è nata l’ispirazione per questo articolo. L’obiettivo delle pagine che seguono non è proporre una semplice opinione personale, ma offrire al lettore uno strumento per decodificare, insieme a questi grandi studiosi, i meccanismi invisibili che governano (e spesso svuotano) la nostra vita democratica.

La democrazia svuotata: come i cittadini sono diventati spettatori

Per capire come siamo finiti a vivere in una democrazia che spesso appare solo di facciata, dobbiamo fare un passo indietro e guardare alla parabola storica che ha attraversato il nostro sistema politico. Nel corso del Novecento, le democrazie occidentali hanno vissuto una fase d’oro, culminata nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. In quel periodo, che gli economisti chiamano l’epoca del “compromesso socialdemocratico”, i cittadini non si limitavano a votare. C’era un entusi

asmo diffuso, una partecipazione attiva attraverso partiti di massa, sindacati e movimenti di base. Le decisioni dei governi dovevano tenere conto della prosperità della maggioranza dei lavoratori, e lo Stato aveva la forza di porre dei limiti allo strapotere dei grandi interessi economici privati.

Oggi, come spiega lucidamente il politologo Colin Crouch, quella spinta propulsiva si è esaurita e siamo entrati in pieno nella fase della postdemocrazia (C. Crouch, 2020). Che cosa significa? Non vuol dire che viviamo in una dittatura tradizionale, le forme esterne della democrazia sono tutte salve e, all’apparenza, persino rafforzate: continuiamo ad andare a votare, ci sono elezioni periodiche, c’è la libertà di parola e i tribunali funzionano. Il problema è che queste istituzioni sono diventate gusci vuoti.

Nella postdemocrazia, il vero potere decisionale è stato sottratto al controllo dei cittadini e trasferito altrove: nei tavoli privati in cui i governi eletti dialogano quasi esclusivamente con le élite finanziarie e i rappresentanti delle grandi multinazionali; la politica ha rinunciato ormai a governare l’economia, sottomettendosi alle sue regole.

In questo scenario, il dibattito elettorale si trasforma in uno spettacolo televisivo e social saldamente controllato da professionisti del marketing politico (O. Ponte di Pino, Doppiozero, 2022). I programmi dei partiti non nascono più dai bisogni reali delle persone discussi nelle piazze o nelle sezioni, ma vengono confezionati come prodotti commerciali da vendere agli elettori (C. Crouch, 2020). Ai cittadini viene assegnato un ruolo puramente passivo, acquiescente e spettatoriale: siamo chiamati solo a reagire ai segnali che riceviamo dall’alto, lasciandoci cullare da una sottile apatia.

Ma come è possibile che la popolazione accetti passivamente questo svuotamento dei propri diritti? È qui che ci viene in aiuto l’analisi di Noam Chomsky e John Waterstone sul funzionamento del capitalismo moderno. L’inconsapevolezza dei cittadini non è un caso, ma il frutto di quella che Edward Bernays chiamò “ingegneria del consenso” e che Chomsky e Waterstone analizzano come un meccanismo pervasivo di produzione del senso comune.” (N. Chomsky e M. Waterstone, 2021). Il sistema economico e mediatico dominante non si limita a estrarre profitto, ma produce un vero e proprio “senso comune” antropologico; attraverso una propaganda costante e pervasiva, veniamo educati a pensare che il modello neoliberista sia l’unico possibile, che non esistano alternative e che la politica non possa fare nulla per cambiare le cose.

Il cittadino-spettatore, convinto che il proprio voto non sposti di un millimetro i rapporti di forza reali, finisce per disinteressarsi della vita pubblica (C. Crouch, 2020). L’apatia e l’inconsapevolezza diventano così i pilastri invisibili su cui regge la finta democrazia: un sistema dove il popolo crede di scegliere, ma dove i mercati hanno già deciso.

La privatizzazione del pubblico: lo Stato innovatore e l’illusione della neutralità

Se il primo sintomo della postdemocrazia è il cittadino ridotto a spettatore passivo, il secondo si consuma nell’architettura stessa dello Stato. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una mutazione silenziosa ma radicale delle nostre istituzioni pubbliche, guidata da una dottrina nota come New Public Management. Con il pretesto di rendere la macchina pubblica più “efficiente” e snella, i governi di quasi tutti i paesi occidentali hanno progressivamente adottato logiche, criteri e metodi presi in prestito dal libero mercato privato (C. Crouch, 2020; G. De Michele, il Manifesto, 2020).

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: l’esternalizzazione selvaggia dei servizi essenziali (dalla sanità ai trasporti, fino alla gestione dei beni comuni) ha trasformato lo Stato da garante dei diritti universali di cittadinanza a semplice liquidatore o arbitro passivo. I servizi pubblici, un tempo considerati pilastri della dignità umana, sono stati ridotti a prestazioni destinate solo ai bisognosi, mentre la classe media è spinta a rivolgersi al mercato privato (C. Crouch, 2020).

Di fronte a questo smantellamento, economisti come Mariana Mazzucato e Michael Jacobs non si limitano a proporre un’alternativa “interna al sistema” o un semplice ritorno al keynesismo del passato. La loro è una sfida radicale alla dottrina neoliberista: essi delineano un vero e proprio modello alternativo di capitalismo, guidato da obiettivi pubblici e da una visione trasformativa del ruolo dello Stato. Secondo questa visione, lo Stato non dovrebbe limitarsi a rimediare passivamente ai fallimenti del mercato. Fino ad oggi, infatti, il modello neoliberista ha utilizzato il settore pubblico in modo asimmetrico: lo Stato è stato ridotto a un soccorritore di ultima istanza che rende pubbliche le perdite (facendole pagare ai cittadini con le tasse e i tagli al welfare) mentre permette la privatizzazione dei profitti a vantaggio di pochi grandi attori economici (M. Mazzucato e M. Jacobs, 2017).

Contro questa passività, Mazzucato e Jacobs propongono un ribaltamento prospettico: uno Stato che agisca come un attore strategico, coraggioso e imprenditoriale. Non un semplice correttore di errori, ma un vero e proprio “Stato Innovatore” capace di guidare gli investimenti a lungo termine, imporre condizioni alle multinazionali e orientare l’economia verso grandi obiettivi pubblici e collettivi, come la transizione ecologica e lo sviluppo sociale.

Tuttavia, è proprio qui che la saggistica più radicale svela i limiti invalicabili di questa ricetta; come argomenta Clara E. Mattei, questa proposta si scontra con un ostacolo strutturale che non può essere risolto con la sola buona volontà politica. Pensare che lo Stato possa essere un arbitro neutrale capace di “umanizzare” il capitalismo è un’illusione di fondo. Lo Stato all’interno del modello neoliberale non è affatto neutrale: le sue istituzioni più importanti (dalle banche centrali indipendenti ai parametri di bilancio rigidi) sono state strutturate appositamente per proteggere i mercati dall’ingerenza del voto popolare (C. E. Mattei, 2026).

Un esempio lampante di questa asimmetria è la costruzione scientifica della “trappola del debito“. Il neoliberismo spinge intenzionalmente gli Stati verso il deficit attraverso aggressive politiche di sgravio fiscale a vantaggio dei super-ricchi e delle grandi multinazionali (R. Fioravante, Jacobin, 2019). Privato delle sue entrate fiscali naturali, lo Stato è costretto a indebitarsi sui mercati finanziari privati per continuare a finanziare i propri servizi. Si attiva così il vero e proprio ricatto del debito: gli stessi mercati finanziari che hanno prestato il denaro acquisiscono il potere di dettare le agende politiche dei governi, pretendendo tagli al welfare e privatizzazioni come garanzia di solvibilità (C. E. Mattei, 2026).

Lo svuotamento dei servizi pubblici non è quindi un errore tecnico, ma un dispositivo politico deliberato. Quando la sanità o l’istruzione pubblica vengono smantellate, le persone sono costrette a diventare più vulnerabili, isolate e dipendenti dal mercato privato per sopravvivere (R. Fioravante, Jacobin, 2019; C. E. Mattei, 2026). Questa dipendenza economica e materiale è la vera radice che alimenta l’inconsapevolezza e l’apatia dei cittadini analizzate da Crouch: un popolo preoccupato dalla precarietà quotidiana non ha il tempo né l’energia per rivendicare il proprio potere democratico (C. Crouch, 2020).

 

Bibliografia di riferimento

I libri

  • C. E. Mattei, Fuga dal capitalismo, Einaudi, Torino, marzo 2026.

  • N. Chomsky e M. Waterstone, Le conseguenze del capitalismo. Disuguaglianze, guerre, disastri ecologici: resistere e reagire, traduzione di V. Nicolì, Ponte alle Grazie, Milano, 2022.

  • C. Crouch, Combattere la postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2020.

  • C. Crouch, Se il lavoro si fa gig, il Mulino, Bologna, 2019.

  • M. Mazzucato e M. Jacobs (a cura di), Ripensare il capitalismo, Laterza, Roma-Bari, 2017.

Gli articoli dal Web

  • O. Ponte di Pino, I rischi della Postdemocrazia, Doppiozero, 25 gennaio 2022.

  • G. De Michele, Nel presente ingestibile ci si allena al conflitto. Ma con moderazione, il manifesto, 26 febbraio 2020.

  • B. Vecchi, Precarietà e postdemocrazia, il manifesto, 27 ottobre 2019.

  • R. Fioravante, Dopo la socialdemocrazia, Jacobin Italia, 1° febbraio 2019.

  • P. Krugman, Il mondo che verrà. Economia mista per migliorare il capitalismo, il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2019.

  • «Diacritica», rivista telematica open access, Periodico scientifico dell’Area 10 ANVUR – Classe A in Critica letteraria e letterature comparate (10/F4), Codice ISSN: 2421-115X, www.diacritica.it.

  • R. Evangelista, Lacerata, svuotata, residuale. La “Postdemocrazia” di Colin Crouch, Pandora Rivista, 10 gennaio 2017.