L’onda nera fa molta paura. A noi. Ma noi chi?
Avrei preferito di gran lunga un’ondata rossa ma non c’era alcuna possibilità che nella vecchia Europa crescesse un’ondata rossa, almeno nella “vecchia” Europa appunto. Mentre il movimento del pendolo asseconda invariabilmente il ritorno della voglia di autorità, di ordine, di semplificazione.
Dopo che cosa tuttavia? Dopo la sbornia di libertà. Naturalmente noi, più avveduti, sappiamo bene che si tratta di una libertà camuffata, di una libertà simulacrale, come aveva ben visto Baudrillard, di una libertà da servi, soggiogati al carro dei potenti (forse anch’essi, tuttavia, succubi della loro stessa creatura giacché non sembra che riescano a produrre idee più brillanti di quella di aumentare a dismisura le loro ricchezze e i loro bordelli).
Comunque sia, si tratta della libertà in circolazione: quella, per esempio, tanto conclamata libertà di stampa e di espressione, indubitabile, sempre fino a un certo punto, perché non c’è dubbio che oggi ognuno di noi abbia gli strumenti per sproloquiare su tutto e su tutti ma esiste un dispositivo estremamente potente che fa sì che non tutte le opinioni abbiano lo stesso peso e lo stesso valore. E questo dispositivo potremmo chiamarlo selezione oppure più brutalmente censura. Censura però è troppo ruvido e non corrisponde al modo in cui le opinioni troppo diverse vengono tacitate, emarginate, escluse a vantaggio di quelle gradite o semplicemente innocue o che fanno il lavoro sporco.
La libertà, come diceva Gaber, oggi è obbligatoria ma è evidente, si tratta di una libertà, sempre come diceva lui, che non è mai la libertà di cambiare. Cambiare sul serio. Al contrario le nostre libertà sono soprattutto quelle di adeguarsi sempre di più ritenendo di ribadire la nostra originalità e differenza.
L’onda nera non fa però ragionamenti così sofisticati. L’onda nera è solo stufa. Ed io vorrei poter dire: anche con qualche ragione. Persino io spesso mi sento a disagio nei confronti di tutte queste libertà, non ne posso più.
Per ribadire Gaber (che peraltro, come è noto, divulgava Adorno e Horkheimer), viene voglia di una “morale”.
Chi sono i nostri concittadini (parlo di chi vota, non dei politici, spesso manipolatori astuti) che sostengono l’onda nera, anzi che la esigono, esausti di questo nostro mondo libero, liberamente ineguale, sfruttatore, spietato?
A volte si può persino comprendere l’onda nera e i suoi sostenitori: gli hanno promesso l’abbondanza e si ritrovano sul lastrico, spesso disoccupati, in competizione con chi si vende, nella disperazione, per molto meno di loro; si ritrovano immersi nel caos, nella solitudine e nella depressione.
Capisco il desiderio di fare ordine, c’è molta anomia in giro, nulla sembra avere valore. In fondo è sempre la vecchia scala dei bisogni di Maslow: prima datemi un lavoro sicuro, una casa, un po’ di sicurezza per le strade e la garanzia che i miei figli non debbano vivere facendo i rider.
Molti dei nostri impoveriti, grazie al sistema più iniquo in circolazione, il capitalismo liberista (che, non dimentichiamolo mai, sopravvive anche perché è garantito nelle sue fondamenta economiche dallo schiavismo che alimenta nelle sue enclave interne e estere), sono terrorizzati di dover concedere terreno della loro sopravvivenza, non solo economica, ma di valori, modelli di comportamento, visione del mondo, a ogni nuova soggettività, a ogni promotore di nuove libertà e di nuovi diritti (e sia chiaro che in molti casi quei diritti erano e sono del tutto legittimi benché non sempre facili da digerire).
Gli uomini che hanno perso il lavoro perché si è affacciato il Green Deal, che si vedono bersaglio costante di un femminismo oltranzista (che, a suo modo, per trovare il capro espiatorio di un’intera epoca, non riesce a far di meglio che dare tutte le colpe ai maschi), che vedono tramontare tutto ciò che alimentava le loro fantasie modeste, proletarie ma in via di imborghesimento (una casa, un lavoro, una famiglia fondata su regole semplici e chiare), sono stufi. E anche molte donne, non quelle intellettuali che si sono nutrite di femminismo radicale o di ideologia LGBTQ ma quelle umili, che probabilmente si contenterebbero di una casetta, di una famiglia, di andare a messa la domenica anche non credendoci, di un lavoro magari part time, anche loro sentono un gran bisogno di voltar pagina; di avere qualcuno che interpreti un forte bisogno di far pulizia (uso il termine pulizia nel senso in cui lo userebbero loro, togliere tutto ciò che rende obsoleto il loro modo di pensare, di vivere, di immaginare, per quanto meschino noi intellettuali possiamo considerarlo). Ecco, non vogliono vergognarsi magari di accontentarsi che sia il marito a lavorare, che vogliono avere dei bambini e occuparsene, che vogliono stare a casa senza essere obbligate a fare doppi lavori, che devono per forza avere idee moderne e sentire che la donna, come l’uomo, non esiste più perché tutto è fluido e maledettamente impasticciato.
Secondo me molte persone non colte, non radical, non chic, non woke, non liberal come quasi tutti quelli che un tempo si dicevano di sinistra sono diventati, vorrebbero che un governo autoritario facesse piazza pulita; dei troppi diritti, della troppa confusione di valori, dei soldi pubblici che vanno ad alimentare guerre che non li riguardano personalmente, dei retori che gli spiegano come va il mondo senza farglielo capire, degli ospedali che non funzionano, delle tasse che aumentano perché lo stato non sa amministrare (e non magari perché essi stessi non le pagano o diffidano di uno stato che ai loro occhi chiede sempre senza dare abbastanza in cambio).
È vero, sono tapini, sono grezzi, sono arretrati, sono reazionari (e del resto alcune cause di questa rozzezza non vanno ricercate anche in un sistema educativo ancora incredibilmente fallimentare e classista?). Ma un po’ di prurito reazionario non serpeggia anche dentro di noi quando vediamo che, nel perseguimento ostinato di ogni tipo di libertà ci sia venuta in mente, abbiamo totalmente destabilizzato quella “funzione- quadro” (come la chiamavano certi psicoanalisti kleiniani qualche decennio fa, per esempio René Kaës), quella “cornice” di valori e istituzioni che garantiva a ciascuno di potersi proiettare nel futuro senza vederlo come una gigantesca nebulosa indecifrabile?
Fanno persino tenerezza (finché non impugnano le svastiche ovviamente). Perché si illudono. Non si può più mettere ordine in una macchina impazzita. Saranno stritolati, nonostante tutta la foia autoritaria, autarchica, repressiva un governo ci possa mettere. Forse il pendolo oscillerà un po’ ma la macchina sociale contemporanea, quella che fila verso la definitiva automazione, il transumano e il postumano, la libertà prefabbricata dal marketing e lo spappolamento del collettivo in tante monadi infelici (o felici a dosi perfuse in automatico di tranquillanti), forse in via di estinzione (in virtù della totale cecità che la specie umana dimostra riguardo alle leggi della sua evoluzione: trappola evolutiva chiamano i biologi il suo destino), è partita.
L’onda nera è un sussulto di terrore, come quando dentro un’auto che sta per schiantarsi contro un camion l’autista, che se ne accorge all’ultimo, cerca di frenare con tutte le sue forze.
Lo schianto è inevitabile. Anzi, è già avvenuto, solo che noi tardivi impieghiamo un po’ ad accorgercene.
Spiace che la sinistra, la cultura marxista, il mondo che doveva accorgersi di tutto questo, si sia fatto colonizzare interiormente proprio da quel liberismo che tanto avrebbe dovuto combattere e contenere. Persino filosofi come Deleuze o Guattari ci sono cascati, auspicando le macchine desideranti (certo loro intendevano altro ma tant’è), la deterritorializzazione e il rizoma. Eccoci, ci siamo nel rizoma, però attenzione, alcuni fili d’erba continuano ad avere tutto il potere. Peccato non abbiano un progetto vivibile per il futuro. Anche perché sono accecati dal caos come tutti.
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