“pullman giallorossi hanno passato il Colosseo e hanno proseguito verso via Labicana dopo aver scattato foto storiche scende l’incidenza settimanale dei casi Covid a livello nazionale 261 ogni 100mila abitanti rispetto ai 375 della settimana precedente l’amministrazione Biden si starebbe preparando a inviare all’Ucraina armi più potenti i missili a lungo raggio lotti di Cornflakes ritirati per presenza di microtossine cancerogene la Regina Elisabetta ha sorpreso tutti presentandosi all’inaugurazione del Chelsa Flower Show la gravidanza è uno dei momenti più attesi e desiderati da tante donne e non solo i trucchi per dare volume ai capelli fini sono molti a partire dai metodi di asciugatura  Mario Draghi prende l’iniziativa  telefona a Vladimir Putin l’obiettivo dichiarato è lo sblocco della navi ferme nei porti ucraini cariche di grano Vettel mette in dubbio il valore reale dei turbo ibridi accordo su concessioni balneari e spiagge dai bandi agli indennizzi Ruby a Genova con il compagno e la figlia io stritolata da un sistema più grande di me prosegue il recupero delle Borse europee pensioni, riforma a rischio stop la Ue boccia anche Quota 102 Mercati Vendita della rete Telecom a Open Fiber 24+ tanti scienziati, pochi brevetti Italia tra gli ultimi per capacità di innovazione uno studio apre la via al vaccino universale anti-cancro é capace di bloccare le cellule malate  classici sono vietati Tchaikovsky, Dostoevskij, Tolstoj e Pushkin oggi si fa l’Europa o si muore”

 

notizie scelte a caso in un giorno scelto a caso

 

il caos, in atto

la complessità, accertata

la transizione, in progress forse

 

il caos

La scoperta del caos deterministico in fisica ha prodotto una vera e propria rivoluzione, le cui idee risultano così efficaci per il comportamento di certi sistemi della fisica che si è pensato potessero funzionare da metafora per i fenomeni biologici ed anche per il comportamento e la mente dell’uomo.

Improvvisamente nell’osservazione del mondo, le somiglianze divengono più importanti delle differenze.

Il caos è più fondamentale dell’ordine. È la situazione più comune in Natura, mentre l’ordine è relativamente raro e può essere facilmente distrutto dalla più piccola perturbazione.

La Natura stessa usa il caos come parte integrante del suo programma di evoluzione. Per risolvere il problema di adattare le forme di vita per la sopravvivenza in un ambiente in continua trasformazione, complesso, apparentemente caotico, ogni schema deterministico sarebbe destinato al fallimento.

Perciò la Natura sceglie di combattere il caos con il caos, generando una moltitudine di forme di vita attraverso le mutazioni casuali.

La teoria del caos suggerisce che non si possono sempre prevedere gli effetti a lungo termine delle nostre creazioni e che è quindi meglio essere aperti e flessibili. Così come la natura sopravvive grazie alla biodiversità, Ë fondamentale avere una varietà di idee e di approcci. Quando si chiude una via, la natura ha molte altre strade tra cui scegliere. Ciò dovrebbe insegnare alle organizzazioni che una eccessiva specializzazione porta alla morte.

Ebbene, è possibile che a questo punto qualcuno si domandi in che modo, nella pratica, sono stati utilizzati tali principi.

 

Lo studio del caos come modello di previsione

Osserviamo inoltre che, se da un lato è vero che sovente non siamo in grado di predire l’evoluzione di un determinato fenomeno, dall’altro lo studio del caos ci consente di conoscere in quali condizioni il sistema si comporterà in un dato modo. Queste informazioni sono spesso molto più importanti che non la conoscenza esatta della evoluzione futura del sistema. Infatti, è sui parametri esterni di un sistema che eventualmente noi possiamo agire ed è importante sapere, ad esempio, come dobbiamo regolare questi parametri per evitare l’insorgere del caos.  

 

IN SINTESI  

  • I sistemi della fisica possono funzionare da metafora per il comportamento e la coscienza umani.  
  • Le somiglianze divengono più importanti delle differenze.  
  • È quindi meglio essere aperti e flessibili. Così come la natura sopravvive grazie alla biodiversità, infatti quando si chiude una via, la natura ha molte altre strade tra cui scegliere. Ricordandoci che è fondamentale avere una varietà di idee e di approcci.  
  • È falso pensare che i sistemi biologici tendono verso uno stato di equilibrio e la presenza di fluttuazioni disordinate, imprevedibili, caotiche è da attribuirsi a cause esterne o patologiche, eccezionali.  
  • Da circa 20 anni si è cominciato a pensare che queste variazioni “caotiche” possono essere inerenti ai sistemi, introducendo un nuovo modo di pensare ed osservare i fenomeni.  
  • Il Caos e le catastrofi descrivono CAMBIAMENTI e PASSAGGI DI STATO  BRUSCHI tra situazioni di stabilità strutturale.  
  • Lo studio del caos ci consente di conoscere in quali condizioni il sistema si comporterà in un dato modo.  
  • Queste informazioni sono spesso molto più importanti che non la conoscenza esatta della evoluzione futura del sistema. Infatti, è sui parametri esterni di un sistema che eventualmente noi possiamo agire ed è importante sapere, ad esempio, come dobbiamo regolare questi parametri per evitare l’insorgere del caos.

 

La teoria delle catastrofi è “figlia” della teoria del caos. Il linguaggio matematico creato da Thom permette di descrivere i fenomeni di instabilità, le forme di mutamento che si possono osservare in un sistema. Altri autori quali Waddington e Zeeman solo per citarne alcuni, hanno fornito ulteriori contributi. Le catastrofi elementari definiti da Thom permettono di descrivere una gamma di dinamiche sottostanti agli sviluppi possibili sia di strutture organiche che inorganiche. Thom nota la stabilità qualitativa di una vasta gamma di processi naturali dalle forme assunte dalla sabbia sul fondo del mare alle dinamiche di attacco fuga studiate dagli etologi. Thom definisce la catastrofe come repentino passaggio da uno stato potenziale minimo ad un altro di potenziale minimo o di equilibrio stabile.

Si giunge a descrivere una serie di catastrofi, via via più complesse la cui caratteristica è l’aumentare del numero delle variabili osservate per illustrare i processi naturali di cambiamento.

(in parte da Catastrofe e Caos – Il Caos Management)

 

la complessità

In fisica moderna la teoria della complessità o teoria dei sistemi complessi o scienza dei sistemi complessi è una branca della scienza moderna che studia i cosiddetti sistemi complessi, venuta affermandosi negli ultimi decenni sotto la spinta dell’informatizzazione e grazie alla crescente inclinazione, nell’indagine scientifica, a rinunciare alle assunzioni di linearità nei sistemi dinamici per indagarne più a fondo il comportamento reale.

Risparmiamoci ora la definizione della complessità. È stato calcolato che esistono almeno una quarantina di definizioni della complessità, tutte più o meno accettabili. D’altra parte esistono teorie che potrebbero aiutarci nella comprensione del concetto di complessità: Teoria del Caos, Teoria delle catastrofi, Frattali, Teoria dei giochi, Entropia.

Esiste una vasta letteratura su queste teorie, anche su questa stessa rivista, di autorevoli autori e studiosi di varie aree dello scibile. Sarebbe possibile, ed esistono vari studi in proposito, applicare ciascuna teoria alla soluzione di vari problemi e trovare così il modo per una corretta decisione. Ma nel management ci sono spesso problemi non prevedibili e che esigono decisioni rapide.

Quello che ci interessa non è considerare la complessità come un ostacolo ma riuscire a trarre vantaggio dal sistema complesso che è l’azienda per poterla gestire al meglio.

Cerchiamo quindi di utilizzare la complessità come valore e non come limite.

In effetti, per esempio, un aereo supersonico è solo complicato, non complesso. Si tratta quindi frequentemente di capire come funziona il Sistema Azienda e, sulla base di conoscenza ed esperienza, prendere decisioni conseguenti.

Cominciamo quindi col dire che l’azienda, per nostra fortuna, è un sistema complesso aperto. Un sistema chiuso sarebbe sottoposto all’entropia con le conseguenze catastrofiche del caso. Anche i sistemi aperti possono manifestare aumenti d’entropia, ma possono anche raggiungere stati di stabilità a produzione di entropia negativa, compensando ciò con un aumento di entropia dell’ambiente circostante. Per ambiente esterno all’azienda possiamo considerare, semplificando, i quattro elementi di influenza: il Marketing come strumento di soddisfazione di tutti gli Stakeholders (Azionisti, Clienti, Fornitori, Personale…), le Leggi dello Stato, il rapporto con le Risorse Umane ed il Progresso Scientifico e Tecnologico.

Per tornare dunque al nostro manager egli dovrà attingere al suo bagaglio di conoscenza ed esperienza per affrontare in maniera molto flessibile le situazioni, cercare di dare maggiore o minore importanza alle diverse occorrenze, sfruttare a proprio vantaggio le circostanze, sintetizzare informazioni contraddittorie, analizzare differenze e somiglianze con esperienze già fatte e problemi già affrontati in precedenza.

A questo punto possiamo azzardare alcune prime considerazioni:

– I sistemi della fisica possono funzionare da metafora per il comportamento e la coscienza umani.

– Le somiglianze divengono più importante delle differenze.

– È quindi meglio essere aperti e flessibili. Così come la natura sopravvive grazie alla biodiversità, infatti quando si chiude una via, la natura ha molte altre strade tra cui scegliere. Ricordandoci che è fondamentale avere una varietà di idee e di approcci.  

– È falso pensare che i sistemi biologici tendono verso uno stato di equilibrio e la presenza di fluttuazioni disordinate, imprevedibili, caotiche è da attribuirsi a cause esterne o patologiche, eccezionali.  

– Da molti anni si è cominciato a pensare che queste variazioni “caotiche” possono essere inerenti ai sistemi, introducendo un nuovo modo di pensare ed osservare i fenomeni.  

 

Queste informazioni sono spesso molto più importanti che non la conoscenza esatta della evoluzione futura del sistema. Infatti, è sui parametri esterni di un sistema che eventualmente noi possiamo agire ed è importante sapere, ad esempio, come dobbiamo regolare questi parametri per evitare l’insorgere del caos.

 

Un grande aiuto può derivarci dalla seguente considerazione:

“… I sistemi complessi tendono a situarsi in un punto che definiremo il margine del caos. Immaginiamo questo punto come un luogo in cui vi è sufficiente innovazione da dare vitalità al sistema, sufficiente stabilità da impedirgli di precipitare nell’anarchia. È una zona di scompiglio e di conflitto dove vecchio e nuovo si scontrano continuamente…” (Michael Crichton).

Le imprese possono considerarsi al margine del caos ed utilizzare la disorganizzazione creativa. Il successo non proviene dalla stabilità e dall’ordine: l’innovazione è generata al margine del caos. Oltre alla disorganizzazione creativa dovremo quindi adottare la flessibilità strategica, la condivisione nelle decisioni, l’organizzazione a rete e l’apprendimento continuo.

I sistemi complessi oscillano tra i due stati: quiete e disordine

Tra i due stati esiste un margine in cui è possibile operare con la disorganizzazione creativa

La disorganizzazione creativa ci propone nuove scoperte ed innovazioni

La disorganizzazione creativa ci impone di abbandonare vecchie pratiche

 

Ogni cosa vien da ogni cosa, e d’ogni cosa si fa ogni cosa e ogni cosa torna in ogni cosa…

Leonardo da Vinci

I problemi che l’umanità si trova a fronteggiare diventano sempre più resistenti alle soluzioni, in particolare alle soluzioni unilaterali. Si tratta di problemi complessi, ovvero che coinvolgono numerosi fattori economici, ambientali, tecnici, politici, sociali, morali: pertanto la soluzione, per essere efficace, deve tener conto di tutti questi aspetti, che interagiscono fra loro.

La tecnologia ci mette a disposizione potenti strumenti per effettuare interventi mirati: possiamo far crescere grano nel deserto dissalando l’acqua marina oppure distruggere con un missile a testata nucleare un asteroide che minaccia la Terra. Ma se proviamo ad affrontare un problema complesso da una sola angolazione, possiamo conseguire delle vittorie di Pirro, ossia ottenere un miglioramento locale, che sposta il problema da qualche altra parte, nel tempo o nello spazio. Trasferendoci dalle emergenze planetarie al nostro quotidiano, riscontriamo che anche la gestione delle nostre Aziende diventa sempre più complessa, per la globalizzazione dei mercati, per il tasso di aggiornamento delle tecnologie e per l’accelerazione dei cambiamenti sociali e politici. E quindi anche nel nostro lavoro ci imbattiamo spesso in problemi “resistenti” alle soluzioni specialistiche.

L’approccio tradizionale ai problemi è di tipo meccanicistico: ovvero, un problema si analizza componendolo in parti sempre più piccole, in modo da poterne studiare le proprietà. Le parti sono la cosa più importante e da esse si risale alla comprensione del tutto. Questo orientamento ha guidato gran parte della scienza e della tecnologia nel nostro secolo; pertanto, è profondamente radicato nel nostro modo di pensare.

Quando ci troviamo dinanzi ad un problema, focalizziamo l’attenzione sulla parte che non funziona e cerchiamo di ripararla, ricorrendo agli specialisti.
Questo atteggiamento ci porta ad effettuare interventi settoriali (non privi di efficacia), ma a ridurre la visione ad un orizzonte limitato. Questo approccio funziona bene quando il problema è circoscritto in un ambito ristretto, ma si rivela sempre meno efficace all’aumentare delle dimensioni spaziali e temporali, ossia della complessità.

“Essendo tutte le cose causanti e causate, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte essendo legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere particolarmente le parti.”

Pascal

Il pensiero sistemico propone una nuova maniera di guardare il mondo e l’impresa, per cercare di dominarne meglio la complessità: considerare non gli elementi singoli ma l’insieme delle parti, intese come un tutto unico, concentrandosi sulle relazioni tra gli elementi piuttosto che sui singoli elementi presi separatamente.

Il guaio dei nostri tempi è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Il Pensiero sistemico propone un approccio concreto e operativo particolarmente adatto alle organizzazioni. A differenza della Dinamica dei Sistemi, che è una disciplina specialistica, il Pensiero Sistemico può essere adottato proficuamente da tutti i manager, cioè dalle persone che prendono decisioni. Secondo molti questo approccio costituirà una caratteristica comune dei manager dei prossimi anni.

Questo approccio favorirà quanti, imprenditori, uomini d’azienda, quadri o manager, siano interessati a:

  • ampliare l’angolo di osservazione dei problemi, per cogliere aspetti che sfuggono ad un approccio specialistico;
  • affrontare con maggiore efficacia problemi interdisciplinari, da soli o in team;
  • migliorare la comprensione (individuale o collettiva) di una situazione complessa, mediante la rappresentazione delle cause strutturali sottostanti

 

L’applicazione delle costellazioni sistemiche permetterà di raggiungere, tra i possibili obiettivi:

  • scegliere nuovi collaboratori
  • illustrare gli effetti della riorganizzazione di un sistema
  • fornire strumenti al counselling e alla supervisione
  • migliorare la qualità della comunicazione
  • esaminare gli effetti dell’outsourcing
  • valutare il lancio di un nuovo prodotto
  • rendere più chiare le relazioni tra fornitori, azienda e clienti
  • supportare le decisioni
  • risolvere i conflitti nei team
  • facilitare la mediazione e la negoziazione
  • analizzare le implicazioni di nuovi contratti e proporre correttivi più vantaggiosi
  • generare nuove idee
  • sviluppare una nuova filosofia aziendale
  • esaminare ed elaborare le proprie convinzioni
  • facilitare l’apprendimento di competenze interculturali e di nuove lingue
  • proporre nuove soluzioni a consulenti o formatori e supervisionare il loro intervento
  • risolvere conflitti e problemi personali, di coppia e di gruppo
    I sistemi complessi sono dovunque (la nostra azienda, il nostro reparto, un ecosistema, l’economia mondiale, la nostra città, l’atmosfera terrestre) e noi stessi rappresentiamo forse il sistema più complesso dell’universo. I sistemi complessi, pur presenti negli ambiti più diversi (economico, aziendale, sociale, psicologico, biologico, fisico, ecc.), sono però governati tutti da alcuni principi di base, che vengono a comporre la “Scienza della Complessità”

(in parte da Gestire sistemi complessi – Il Caos Management )

 

la transizione

All’inizio del VENTUNESIMO secolo, la storia ha girato un angolo, forse l’angolo più significativo che l’umanità abbia mai girato – eppure l’Occidente rifiuta di accettare o adattarsi a questa nuova era storica. Cos’è questa grande svolta che la storia ha preso? Un breve confronto degli ultimi 200 anni con i precedenti 1.800 anni fornirà la risposta. Dal 1 d.C. al 1820, le due maggiori economie furono sempre quelle della Cina e dell’India. Solo dopo quel periodo l’Europa decollò, seguita dall’America. Visto sullo sfondo degli ultimi 1.800 anni, il recente periodo di sovraperformance relativa occidentale rispetto ad altre civiltà è una grande aberrazione storica. Tutte queste aberrazioni giungono a una fine naturale, e questo sta accadendo ora. Allora, qual è il problema? È importante capire la natura dei nostri tempi. Lo stratega Machiavelli lo ha sottolineato quando ha detto: “Il principe che si affida interamente alla fortuna è perso quando cambia. Credo anche che avrà successo colui che dirige le sue azioni secondo lo spirito dei tempi, e che colui le cui azioni non sono in accordo con i tempi non avrà successo.’ Eppure, anche se lo spirito dei tempi è cambiato, e anche se l’Occidente dovrà inevitabilmente apportare importanti aggiustamenti per adattarsi a questa nuova era, nessuna grande figura occidentale ha avuto il coraggio di affermare la verità che definisce i nostri tempi: che un ciclo di dominio occidentale del mondo sta arrivando a una fine naturale. “Le loro popolazioni, d’altra parte, possono sentire questi grandi cambiamenti nelle loro ossa e nei mercati del lavoro. Questo, in parte, spiega eventi presumibilmente politicamente aberranti – almeno per le élite – come Trump e Brexit.

Machiavelli sostiene che un leader che si rende “responsabile della vita degli altri” deve mettere il proprio benessere al primo posto. Un leader machiavellico deve quindi sempre scegliere la morale pragmatica rispetto a quella idealistica o dogmatica. Fortunatamente, l’Occidente non ha bisogno di fare “grandi sacrifici” oggi, perché lo stato dell’umanità è di gran lunga migliore di quanto non fosse nell’Italia del XVI secolo.

Immagina un mondo in cui praticamente nessun essere umano va a letto con la fame. O dove la povertà assoluta è quasi scomparsa. Dove ogni bambino viene vaccinato e va a scuola. Dove ogni casa ha l’elettricità. Dove ogni essere umano porta con sé una sorta di smartphone, dandogli accesso ininterrotto a tesori globali di informazioni che una volta erano le riserve esclusive di piccole élite. Soprattutto, immagina un mondo in cui le prospettive di una grande guerra mondiale siano praticamente pari a zero.

La maggior parte delle persone ragionevoli descriverebbe un mondo del genere come al limite dell’utopia. Sorprendentemente poche persone ragionevoli sono consapevoli che viviamo in un mondo in cui l’umanità è sul punto di raggiungere una tale utopia. È la più grande verità dei nostri tempi: in termini oggettivi, la condizione umana non è mai stata migliore.

(da Mahbubani, Kishore. Has the West Lost It? Penguin Books Ltd.)

un mondo post-lavoro è un’alternativa che più passa il tempo più diventa urgente. La prima parte descrive la crisi del lavoro che già si sta profilando: fine del posto fisso nei paesi sviluppati, crescita della disoccupazione, surplus di popolazione, e collasso del «lavoro» inteso come misura disciplinare capace di mantenere la società coesa. Quindi rivolgeremo la nostra attenzione ai vari sintomi di questa crisi, che si manifestano non solo nel numero di disoccupati ma anche nell’aumento della precarietà, nel fenomeno della jobless recovery e nel crescente numero di fenomeni come la marginalità e la segregazione urbana: possiamo già notare gli effetti di questi cambiamenti ovunque, e con essi i nuovi conflitti e problemi sociali che così si producono. Infine, considereremo i vari modi in cui gli Stati hanno gestito la tendenza del capitalismo a produrre un surplus di popolazione.

Oggi la crisi del lavoro minaccia di mettere in crisi i metodi di controllo tradizionali: di conseguenza, da questa crisi è possibile facilitare la produzione di quelle condizioni sociali che permetteranno la transizione verso un futuro libero dal lavoro salariato.

Con la possibilità di un’automazione del lavoro su larga scala è molto probabile che il futuro ci presenterà le seguenti tendenze:

  • La precarietà delle classi operaie nelle economie dei paesi sviluppati si andrà intensificando, per via della crescita del surplus di forza lavoro globale (prodotto da globalizzazione e automazione).
  • Le «riprese senza lavoro» si protrarranno e si presenteranno con forme sempre più marcate, andando a toccare principalmente i lavoratori che possono essere rimpiazzati da macchinari.
  • Le popolazioni di ghetti, baraccopoli e slum continueranno a crescere per via dell’automazione dei posti di lavoro non specializzati, un processo reso ancora più rapido dalla deindustrializzazione prematura.
  • La marginalità urbana nelle economie sviluppate crescerà sempre di più, in seguito all’automazione dei posti di lavoro non specializzati e pagati poco.
  • La trasformazione dell’educazione universitaria in una semplice formazione al lavoro sarà accelerata, nel disperato tentativo di produrre grandi quantità di lavoratori specializzati.
  • La crescita continuerà a essere lenta, rendendo improbabile la creazione di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare quelli perduti.
  • I cambiamenti al workfare,i controlli per l’immigrazione e l’incarcerazione di massa si intensificheranno, e i disoccupati saranno sempre più soggetti a misure coercitive.

Naturalmente, nessuno di questi esiti è inevitabile. Ma la nostra analisi si basa sulle tendenze attuali del capitalismo e sui problemi che, con molta probabilità, emergeranno in seguito all’ulteriore crescita del surplus di popolazione.

Queste tendenze prefigurano una crisi del lavoro, e di conseguenza una crisi che colpirà qualsiasi società fondata sull’istituzione del lavoro salariato. … Partiti politici e sindacati sembrano ignorare la crisi e fanno fatica a controllarne i sintomi, e questo nonostante l’automazione minacci di rendere obsoleti un numero sempre maggiore di lavoratori. Di fronte a queste tensioni, il progetto politico per il XXI secolo deve essere quello di costruire un’economia in cui la sopravvivenza delle persone non dipenda più dal lavoro salariato. … Infine, lo stato sociale va difeso: non come un fine in se stesso, ma come una componente necessaria per il raggiungimento di una società post-lavoro più accogliente e tollerante. Il futuro rimane aperto, e la lotta politica che ci aspetta consiste precisamente nel definire quali saranno le conseguenze della crisi del lavoro

 

(da SPUNTI PER IL FUTURO – Il Caos Management)

 

Velvet Media, la prima azienda in Italia che abolisce l’orario di lavoro: vai in ufficio quando e se serve

C’era una volta il cartellino da timbrare. C’erano le otto ore da vivere in ufficio con orari ferrei per cinque giorni alla settimana. Un mondo del lavoro ancorato al concetto di tempo come metro di misura della produttività. Per la maggior parte delle aziende moderne però questo modello risulta oggi quantomeno fuorviante.

Da maggio ai primi giorni dell’estate decolla in Veneto un esperimento innovativo nel mondo del lavoro. Difficile dargli una definizione “legale”, perché non è né smart working né remote working, non è gestione di contratti a progetto e neppure l’assenza momentanea dal posto di lavoro prevista dalle normative Covid. Velvet Media, dopo aver presentato il progetto ai dipendenti e aver chiesto a loro come lo volevano definire, ha battezzato questo approccio “MYWAY Work”, perché pone al centro proprio l’autogestione del dipendente, e anche perché in azienda lavora da anni una “manager della felicità”, chiamata a gestire emozioni e rapporti tra colleghi per creare il luogo di lavoro più “lieto” possibile.

Di fatto, chiunque adesso potrà scegliere se rimanere a casa o se venire in ufficio, quante ore lavorare e soprattutto quando prendersi le ferie. Anarchia totale, dunque? Quasi. I capi dei reparti web, social media, copywriting, design, SEM e commerciale sono stati formati nelle ultime settimane per spostare ancora di più l’operatività su obiettivi specifici e non sulla quantità di ore di lavoro per progetto. Quindi, i dipendenti sono chiamati a dare priorità alle commesse dei clienti con ancor maggiore determinazione, ma decidono autonomamente in che momenti della giornata portare a termine il loro lavoro e da dove farlo. Stessa questione per ferie e permessi: ognuno potrà decidere in autonomia.

 

Un interessante articolo di Michela Dell’Amico su themapreport.com

“Lasciare il posto di lavoro, licenziarsi. Un fenomeno partito dall’America come “The great resignation”, che è arrivato in Italia con numeri praticamente equivalenti, e che è esploso in Veneto, con migliaia di persone in cerca di un futuro diverso e migliore, ovvero con l’obiettivo di trovare il giusto equilibrio tra ambizioni professionali e vita privata. Fatto sta che tra gennaio e aprile di quest’anno in Veneto si sono dimesse 66.300 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2021. Lo segnala l’ente Veneto Lavoro, che evidenzia come un vero e proprio boom si sia registrato nel mese di aprile, quando si sono registrati 13.700 posti di lavoro “liberati” a fronte degli oltre 19mila guadagnati nello stesso periodo pre-pandemia. Una tendenza confermata dall’associazione “Ricerca Felicità”, che ogni anno valuta lo stato di salute in quanto a felicità e benessere tra i lavoratori italiani, sia nella dimensione aziendale sia in quella individuale e sociale. Emerge che in Italia il 38,5% di coloro che hanno già un lavoro ha in mente di cambiarlo nei prossimi 12 mesi, una percentuale omogenea tra tutti i lavoratori, solo inferiore tra professionisti/partite Iva (28%). Ed è un’ottima notizia, che indica un mercato maturo, che le persone percepiscono come ricco di opportunità, e una mutata psicologia del lavoratore, che non è più ancorata al posto di lavoro a vita.

“Abituarsi a cambiare lavoro più spesso di quel che era nella cultura italiana è un fattore positivo, che tra l’altro già di per sé aumenta la produttività. Un tempo era talmente alta la paura di non trovare un nuovo lavoro, una valida alternativa, che le persone non si sentivano di affrontare il rischio”, ci spiega Sandro Formica, vice-presidente e direttore scientifico dell’associazione Ricerca Felicità (un’ampia intervista sul prossimo numero del magazine The Map Report). “Ora la sensibilità e le priorità sono cambiate: prima di tutto devo stare bene. Questo è il vero benessere”. Il fenomeno delle great resignation sono anche una diretta conseguenza del lockdown. “Le persone hanno avuto modo di riflettere, di fare valutazioni diverse della loro vita e del contesto lavorativo. Lo sapevamo che il mondo del lavoro non sarebbe più stato lo stesso dopo la pandemia, e ora lo vediamo nei numeri. Le persone, se non si trovano bene, se ne vanno. Come è giusto che sia”.“

 

Un interessante articolo su #MilanoToday

“Oltre 8 imprese su 10, nel primo trimestre 2022, hanno almeno un dipendente in smart working, per un numero di dipendenti coinvolti pari al 22% del totale. La percentuale risulta più elevata tra le imprese dei servizi, 91%, a fronte del 79% rilevato nell’industria, e nel comune di Milano, 90%, rispetto al 78% rilevato nell’hinterland. Sono questi i principali risultati della rilevazione del centro studi di Assolombarda che ha coinvolto più di 250 imprese milanesi del manifatturiero e dei servizi avanzati. Lo studio completo è pubblicato sul magazine Your Next Milano.

“Lo smart working negli ultimi due anni è un modello organizzativo che ha visto una forte accelerazione ed è oggi entrato a far parte della cultura aziendale diffusa – ha dichiarato Diego Andreis, vicepresidente di Assolombarda con delega a Politiche del lavoro, Sicurezza e Welfare -. Nel 2021 Confindustria, insieme alle organizzazioni sindacali, ha sottoscritto il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, con lo scopo di fissare le linee di indirizzo per la contrattazione collettiva nazionale, aziendale e/o territoriale. L’intento, quindi, è stato quello di promuovere lo smart working offrendo alle imprese un quadro di riferimento a riprova del fatto che il bilanciamento vita-lavoro è da sempre uno dei valori al centro delle nostre pratiche quotidiane”.

A due anni dall’inizio della pandemia la diffusione del lavoro da remoto in forma strutturale o per esigenze legate all’emergenza è molto superiore al passato. Basti pensare che nel 2019 solo 3 imprese su 10 ricorrevano al lavoro agile e la percentuale di lavoratori in smart working era del 15%. Il 63% delle imprese milanesi che hanno risposto al sondaggio, prevede di attivare lo smart working in maniera strutturale nel futuro, una percentuale in linea con il 65% di aziende che, nell’autunno 2020, prevedeva l’utilizzo del lavoro da remoto anche nel post-pandemia.

(da rassegna stampa nazionale)