Un viaggio nella Milano che valorizza l’abitare sociale e la condivisione
Tutto ha avuto inizio qualche anno fa, con alcune riflessioni sul delicato tema dell’abitare a Milano, diventato oggi più complesso e anche forse più faticoso, in particolare per alcune fasce di cittadini. Poi, dall’inizio del 2026 un vero e proprio “viaggio” dentro la mia città, alla ricerca di una nuova abitazione, che mi ha portato al Social Housing “Cenni di cambiamento”, dove mi sono trasferita dal mese di giugno, e che mi ha suscitato una serie di curiosità che ho provato ad approfondire.

Il progetto “Cenni di Cambiamento”, realizzato nel Municipio 7 a Milano (zona ovest, non lontano dallo Stadio San Siro), non è l’unica soluzione di social housing attiva sul territorio della città e hinterland, ma si distingue per il disegno architettonico – frutto del lavoro dello studio Rossi Prodi Associati – e per i criteri costruttivi, rappresentando un innovativo complesso residenziale sostenibile, completato in soli 18 mesi, che comprende quattro torri di nove piani collegate da corpi bassi in legno XLAM (pannelli di legno lamellare), tra le più alte d’Europa in questa tecnologia, per un totale di 123 appartamenti resi disponibili a canone calmierato e in locazione con patto di futura vendita. Oltre ai 123 alloggi residenziali sono presenti spazi commerciali e di condivisione (sale polivalenti, living, ludoteca, aree verdi). L’edificio, in classe energetica A e con caratteristiche architettoniche particolari (presenza di ballatoi di collegamento, spazi verdi interni, corte), ha ricevuto diversi riconoscimenti.
E’ stato promosso dalla Fondazione Housing Sociale (FHS), in collaborazione con attori istituzionali come Fondazione Cariplo, Regione Lombardia, Comune e investitori privati per coniugare innovazione ecologica e rigenerazione urbana, al fine di far nascere una comunità con un modello di abitare sociale capace di promuovere la riqualificazione dell’intero quartiere. I destinatari iniziali di questo progetto sono stati principalmente i giovani, sia come nuovi nuclei familiari sia come giovani adulti single in uscita dalla famiglia d’origine, ma anche a persone in età più avanzata. Tutto ha avuto inizio nel 2009 quando il Fondo FIL1 (Fondo Immobiliare di Lombardia gestito da Near SGR, Società benefit impegnata nella creazione di spazi abitativi di qualità ed economicamente sostenibili per le persone) si era aggiudicato tre aree di proprietà del Comune di Milano per la realizzazione di edilizia residenziale sperimentale in locazione, tra cui l’area di via Cenni. Il concorso internazionale era nato con l’intenzione di ricercare la qualità architettonica degli interventi, di promuovere un ripensamento delle forme dell’edilizia residenziale, e di proporre innovazione e contenuti sociali. Nel 2013 si è tenuto il primo incontro tra i futuri abitanti del progetto Cenni di Cambiamento: un’intera giornata dedicata a conoscere i futuri vicini, condividere le fasi successive del progetto sociale e iniziare a collaborare attivamente su temi prioritari quali traslochi e arredi. Un weekend di “architetture aperte” per esplorare e discutere il valore di un ambiente ben progettato, comprendere e conoscere le architetture della propria città e la loro storia: Cenni si è aperto alla città raccontandosi attraverso la voce degli abitanti, e tour negli spazi comuni e negli appartamenti. Gli inquilini hanno aderito ad un progetto abitativo basato sulla condivisione di spazi e di servizi finalizzato all’ottimizzazione del quotidiano e al miglioramento della propria condizione abitativa e gli stessi, negli anni successivi, si sono anche trasformati in “ambasciatori” di questo modello partecipando a un paio di edizioni di Fa’ la cosa giusta!, a Milano.
Nel 2014 nasce l’Associazione Officina Gabetti 15 (OG15), con lo scopo di gestire gli spazi comuni e di promuovere le attività e i servizi collaborativi promossi dagli stessi abitanti, come ad esempio “Liberi di vivere-liberi di abitare”, uno specifico progetto suggerito da un’abitante con un background professionale di assistente sociale e realizzato in collaborazione con l’Associazione UILDM (Unione Lotta alla Distrofia Muscolare). Nel dicembre 2014 la corte si anima con l’avvio delle prime attività che hanno contribuito negli anni a generare un tessuto sociale vivo, dinamico e di prossimità.
Tra il 2015 e il 2016 si aggiunge Mare Culturale Urbano, centro di produzione artistica e culturale di cui parleremo più avanti, con sede all’interno di Cascina Torrette (edificio del ‘600 restaurato e messo a bando per la sua gestione), che oggi ospita un’articolata attività in vari ambiti.

Cenni, un quartiere in continua evoluzione fatto dagli (e con) gli abitanti
Come si può immaginare in un contesto milanese, pur con caratteristiche molto particolari dal punto di vista abitativo e sociale, i cambiamenti non sono mancati, come dice il nome stesso. Per questo è stato particolarmente interessante per me raccogliere le testimonianze di alcuni dei protagonisti attivi e molto coinvolti nel progetto, attraverso una tavola rotonda virtuale di cui riporto i punti salienti, ringraziando di cuore coloro che hanno deciso di partecipare: Marco Lumachi, Giovanna Meda, Marta Meda, Marco Rasconi, Anna Ratti, Vittorio Tavolato, tra i primi vicini con cui ho avuto modo di condividere anche la fase del trasloco.
Confermando tutte e tutti la positività della propria scelta e la voglia ancora oggi di partecipare attivamente ai possibili miglioramenti, mi è stato fatto notare che il progetto Cenni di Cambiamento rappresenta un caso studio emblematico delle sfide intrinseche all’abitare collaborativo e alla manutenzione di strutture sperimentali, anche se da una fase iniziale di grande entusiasmo e partecipazione si è passati attraverso vari momenti anche di calo emotivo e partecipativo, una sorta di “crisi interna”, come in tutte le situazioni di relazioni umane e collettive. Ciononostante, i residenti mantengono una buona qualità della vita orientata verso iniziative sociali, ampliando la propria la partecipazione anche ad attività del quartiere.
Parola d’ordine: inclusione
Un aspetto particolarmente interessante di questa realtà – che possiamo definire un vero e proprio “laboratorio sociale” – riguarda il concetto d’inclusione realizzato attraverso la presenza di cooperative sociali, centri socio-educativi per persone con disabilità e il progetto “Foyer” per giovani tra i 18 e i 30 in affitto ultra-calmierato. L’interazione tra questi gruppi e il resto del condominio resta a volte un po’ limitata, anche per motivi di non coincidenza di orari, e a causa della mancanza di recinzioni e di cancelli che limitino l’accesso al comprensorio ultimamente si è fatto più pregnante e divisivo il tema della sicurezza che, in una città come Milano, è particolarmente caldo.
Per quanto riguarda l’inclusione, poi, particolarmente importane è stata la sfida sociale di integrare la diversità come risorsa fondamentale attraverso la messa a disposizione di enti del Terzo Settore di 23 appartamenti destinati a progetti sia per persone con disabilità sia in condizioni più generali di fragilità. Significativa in questo caso la testimonianza di un abitante con disabilità stabile, impegnato fin dall’inizio nel ruolo di tutor per facilitare la vita indipendente di altri coinquilini con disabilità o in condizioni di svantaggio sociale. Proprio questa persona ci ricorda che la sua esperienza abitativa a Cenni è paragonabile a quella della prima infanzia in una delle tipiche case di ringhiera milanesi, oppure il richiamo alle corti a U delle tipiche cascine lombarde, dove si ritrova un forte clima di conoscenza reciproca e solidarietà. Questa constatazione gli fa desiderare di lasciare libero per altre persone l’appartamento in cui abita – ottenuto attraverso la sua associazione – per restare stabilmente a Cenni in autonomia.
Testimonianze significative riguardano il periodo del lock-down del COVID-19, quando la comunità ha dimostrato una forte coesione attraverso messaggi di aiuto reciproco e supporto concreto per la spesa, i traslochi e altre attività. Interessante in questa testimonianza l’utilizzo di una metafora informatica per ricordare che mentre le case rappresentano l’hardware, il modello abitativo rappresenta il software, che potrebbe essere esportato come progetto di comunità in altre realtà italiane, prendendo spunto proprio da Cenni di Cambiamento, ma anche da Figino Borgo Sostenibile, sempre in zona ovest Milano e 5Square, in zona sud. In effetti, oggi di fronte alle difficoltà legate all’aumento del costo della vita, alle problematiche della sicurezza e agli ineludibili flussi migratori, la definizione di adeguati sistemi di accoglienza e la creazione di comunità sono priorità ineludibili: non si tratta di pensare gli spazi solo dal punto di vista immobiliare, ma di progettarli sapendo che quegli spazi dovranno esser abitati da persone, anche diverse e con esigenze differenti. La presenza in un contesto abitativo di spazi pubblici e collettivi sottostanti (come una scuola di canto e un baretto sociale, per esempio), permette di sperimentare nuove attività grazie all’estrema accessibilità, vicinanza, prossimità.
Punti di forza, punti di debolezza e possibili correttivi
Come abbiamo visto, Il complesso di Via Cenni è nato con un alto livello di entusiasmo collettivo e senso di partecipazione attiva dei residenti e l’accompagnamento durato due anni della Fondazione Housing Sociale, che ha svolto un ruolo attivo di stimolo e formazione e ha facilitato anche la conoscenza reciproca tra i residenti. Questa fase ha favorito forti legami comunitari e di gestione condivisa, ma con il tempo, la tipologia degli abitanti si è differenziata, con il consolidamento di una parte di proprietari – grazie ad acquisti con patto di futura vendita – ma mantenendo una quota maggioritaria di inquilini in affitto con canoni calmierati. In questi 13 anni il turnover ha avuto una certa rilevanza, perché alcune delle famiglie originarie hanno dovuto trasferirsi a causa della dimensione degli alloggi – prevalentemente bilocali di circa 50-70 mq. commerciali – non più adatti alla crescita dei nuclei familiari.
L’Associazione Officina Gabetti 15 (OG15), nata per garantire un buon uso degli spazi comuni e per promuovere attività condivise (Gruppo Acquisto Solidale, doposcuola, social eating, ecc.), ha nel frattempo cessato le proprie attività anche a causa di un carico piuttosto oneroso nella gestione degli spazi (chiavi, pulizia), per mancanza di ricambio generazionale e, purtroppo, anche a causa di visioni diverse circa la convivenza e questo ha causato una situazione di maggiore difficoltà nella necessaria attività di mediazione tra i residenti e la società proprietaria della maggioranza degli immobili. È stato più recentemente proposto un “Consiglio degli Abitanti” come organo consultivo e di rappresentanza trasversale (proprietari e affittuari), ma la sua efficacia è limitata dalla burocrazia e dalla mancanza di potere decisionale reale rispetto all’amministrazione condominiale.
Un punto significativo è legato alla figura del Gestore Sociale, fondamentale e strategica per la manutenzione non solo del progetto architettonico, ma anche di quello umano. La gestione sociale è passata da un modello basato sulla presenza umana a una prevalenza dell’uso della tecnologia, attraverso un’app utilizzata per prenotare spazi, monitorare i consumi e altro. Come nuova abitante ho potuto percepire personalmente che un buon sistema di accoglienza e accompagnamento dei nuovi arrivati – che spesso sottovalutano le premesse filosofiche e comportamentali del social housing – sarebbe il punto-chiave per favorire l’integrazione tra nuovi e vecchi abitanti o tra proprietari e affittuari.
Problemi strutturali e difficoltò oggettive
Tra i punti di debolezza emersi nel corso degli anni, l’insorgere di problemi strutturali e divergenze sulla gestione degli spazi ha causato una crescente frammentazione interna e purtroppo alcune aree comuni hanno dovuto essere lasciate chiuse. I problemi strutturali si sono estrinsecati in problemi legati all’umidità e ai difetti costruttivi del legno, che hanno imposto l’installazione di un cantiere di ristrutturazione massiccio a partire dal 2023, che ha in qualche modo eroso la fiducia della comunità che ha dovuto affrontare anche problemi di trasferimento in sistemazioni provvisorie. Nonostante le rassicurazioni iniziali degli esperti, la struttura ha manifestato precocemente problemi gravi: infiltrazioni nei box e umidità negli appartamenti; mancanza di isolamento acustico adeguato (specialmente agli ottavi piani); degrado dei materiali esterni. La necessità di interventi strutturali profondi ha trasformato il complesso in un cantiere permanente per più di due anni, con un significativo impatto psicologico. I residenti hanno subito traslochi temporanei e la perdita dell’uso degli spazi comuni (ottavi piani chiusi per motivi di sicurezza antincendio) e questo ha creato un clima di sfiducia: l’incertezza sulla tenuta del valore degli immobili e la percezione di essere stati “cavie” di un esperimento edilizio fallimentare hanno generato anche rabbia e contenziosi legali.
La convivenza con Mare Culturale Urbano
“Mare forza dieci”, il claim scelto da Mare Culturale Urbano per il decimo anniversario, la dice lunga sul momento che rappresenta anche un bilancio su un progetto di sostenibilità culturale e sociale di ampio respiro, un momento per guardare indietro, al 2016, e valutare tutto quello che è stato costruito nel quartiere San Siro e per immaginare cosa sia possibile diventare nei prossimi dieci anni.
Come già accennato Mare Culturale Urbano è collocato nella Cascina Torrette, un edificio la cui proprietà tra il XVII e il XVIII secolo appartenne ai Padri Barnabiti, che gestivano le attività agricole della zona e che passò al Comune di Milano nel 1938, mantenendo la sua vocazione rurale e la tipica struttura a corte chiusa. Le tradizionali attività agricole e la vita di cortile sono proseguite fino al 2011, anno in cui la cascina ha cessato la sua funzione originaria per essere restaurata e resa fruibile a tutti, grazie all’utilizzo dello scomputo degli oneri di urbanizzazione legati all’intervento di edilizia residenziale sociale, il contiguo complesso di Social Housing Cenni di Cambiamento, per restituire alla città e al quartiere una parte della sua storia. Il nome “Mare” è stato scelto come metafora di conoscenza, energia in movimento e spazio universale.
Mare Culturale Urbano è un centro di produzione artistica e sociale che si propone come una “piattaforma abilitante” e un presidio territoriale volto a riconnettere la comunità attraverso l’arte, la cura e l’inclusione. Il progetto ha preso vita con un lavoro preparatorio presso il Social Housing Cenni di Cambiamento iniziato due anni prima dell’apertura ufficiale, avvenuta, appunto, nel 2016. Nonostante la vocazione cittadina e internazionale, Mare Culturale mantiene un legame iper-territoriale con il contesto di “Cenni di Cambiamento”, offrendosi, proprio come il mare, come luogo aperto a tutti, simbolo di un’energia vorticosa e inesauribile. L’ambizione e la vera “acrobazia sociale”, come la definisce Andrea Capaldi, cofondatore e direttore di Mare, è quella di far convivere persone profondamente diverse (per reddito, cultura ed estetica) facendole sentire ugualmente “a casa” con un approccio alla cultura utilizzata come “cura”, proponendo l’arte come Bene Comune e l’artista come Presidio di Cura. Il progetto, nella sua multidisciplinarietà (cinema, teatro, musica e arti visive) mira a riportare l’arte alla sua funzione politica originaria, fornendo codici per interpretare la complessità della realtà.

Nella creazione di Mare l’attenzione è andata alla definizione di un modello ibrido, cioè un’integrazione tra attività commerciale e impatto sociale/culturale, dove la prima è concepita come “benzina” per la seconda, nonostante le difficoltà economiche, soprattutto nel periodo del Covid. Mare è inteso come una “piazza senza barriere” che accoglie un pubblico eterogeneo per età (dai bambini ai senior, anche molto senior), provenienza sociale e capacità di spesa, con una visione dell’arte non come semplice intrattenimento, ma come strumento politico e di crescita per trasformare le persone in cittadini attivi. Il modello di business perseguito ha richiesto di affrontare notevoli sfide economiche e organizzative, perché avendo concepito la ristorazione come motore sociale, quindi non fine a se stessa, questa struttura serve a garantire l’apertura prolungata dello spazio indipendentemente dagli eventi, finanziare le attività culturali a impatto sociale, creare un ambiente accogliente dove il cibo e il bere favoriscono l’incontro. Per garantire la fruizione e la più ampia accessibilità i prezzi sono tenuti calmierati, nonostante il contesto economico globale non sia tra i più favorevoli (Covid, post-Covid, guerre, rincaro delle materie prime e dell’energia), causando una progressiva e significativa erosione dei margini operativi, in alcuni periodi addirittura assenti, con la proprietà impegnata a coprire le perdite, nell’assoluta convinzione del valore sociale dell’impresa, nella quale è coinvolto un team di circa 60 persone. Questo valore si estrinseca anche attraverso la Mare Food Academy, il centro vincitore del premio UNHCR per tre anni consecutivi, che offre percorsi di formazione e inserimento lavorativo per persone in stato di fragilità (rifugiati, richiedenti asilo, ex-detenuti, giovani provenienti da contesti marginali, ecc.) e che rappresenta il braccio operativo per il riscatto sociale, utilizzando la ristorazione (settore con basse barriere d’entrata, ma alta mobilità) come veicolo di crescita. I notevoli risultati ottenuti da Mare Food Academy sono concretamente visibili nella trasformazione realizzata di percorsi di vita “allo sbando” in carriere professionali stabili (contratti di apprendistato, a tempo indeterminato, autonomia abitativa).
Oltre a rappresentare una risorsa culturale anche nel periodo estivo con il cinema all’aperto, Mare è una risorsa per il mondo del lavoro, per l’offerta di spazi di coworking, che lo rendono uno spazio vissuto tutto il giorno. Ribadisce Andrea Capaldi: “Mare Culturale Urbano non è una mera impresa commerciale, ma una ‘missione di vita’ per noi. Nonostante un quotidiano caratterizzato da fatiche operative estenuanti, il valore risiede nell’impatto a lungo termine sulla vita delle persone e sulla salute sociale della città. Il nostro obiettivo è che l’arte e la cultura ritornino a essere un elemento di sviluppo e stimolo, perché abbiamo bisogno di bellezza per l’individualità e per la collettività.”
Possibili sviluppi e cambiamenti a Cenni di Cambiamento
E’ emerso, dunque, che il progetto “Cenni di Cambiamento” si trova oggi a un bivio: se da un lato persistono esperienze positive (aiuto reciproco in chat, iniziative di singoli residenti, organizzazione di eventi, partecipazione alle attività di Mare Urbano), dall’altro il modello di social housing collaborativo sembra aver ceduto il passo a una gestione condominiale più tradizionale e, in qualche caso, anche conflittuale. Nel corso del confronto con gli abitanti sono emersi alcuni elementi ritenuti necessari per un rilancio, come ad esempio un monitoraggio costante dei cambiamenti degli abitanti, ripristinando una mappatura demografica e sociale per identificare i bisogni emergenti (es. “badante di condominio” per gli anziani, infermiera di condominio, piuttosto che altri servizi condivisi). Altro punto importante potrebbe essere il rinnovamento della governance, adattando i regolamenti di 10 anni fa alla realtà attuale, superando la gestione puramente burocratica degli spazi e infine, come sempre, la definizione di strumenti di comunicazione efficace, con la creazione di canali di informazione coordinati (blog, “Gazzetta di condominio”, altro) per ricostruire il senso di appartenenza alla comunità. Per evitare che il progetto di housing sociale fallisca nella sua missione originaria, sarebbe importante superare l’ambiguità tra condominio e comunità sociale, forse prendendo ispirazione anche da modelli esteri più partecipativi (Francia, Germania), rinforzando la figura del Gestore Sociale, come mediatore che possa focalizzarsi sui problemi del vivere comune. Sarebbe forse anche utile avviare una riflessione con la Fondazione Housing Sociale, a distanza di anni, per analizzare insieme cosa ha funzionato e cosa è oggi meno pregnante, trasformando le criticità in nuovi punti di partenza, con l’obiettivo di valorizzare le risorse interne recuperando lo spirito di iniziative passate (come l’orto comune o le testimonianze storiche del quartiere), per ricostruire un senso di appartenenza che non sia basato solo sulla convenienza economica del canone d’affitto.
Per ascoltare il Podcast di Caos Management clicca qui.
Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!
